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Muro di Berlino: 20 anni dopo la Germania festeggia e si interroga

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(ASCA) - Berlino, 7 nov - Le edicole sono invase da supplementi e pubblicazioni dedicate al ventennale della caduta del Muro, i giornali e le tv pullulano di testimonianze personali sul ''mio 9 novembre'', steli posticce che riproducono parti dei graffiti dipinti sulla parete occidentale del Muro sono poste la' dove passava il muro vero (orrenda ferita aperta nella carne viva della popolazione di una citta', di una nazione), frotte di giovani che invadono tutti gli spazi.

Alla vigilia del 9 novembre, sono i segni piu' evidenti della festa che Berlino, e con essa tutta la Germania, si appresta a vivere a 20 anni dagli avvenimenti che sancirono la riunificazione dell'Europa. Si', perche' la riunificazione di Repubblica democratica (eufemismo che definiva il regime comunista) e Repubblica federale avveniva in contemporanea con la liberazione delle energie dei Paesi dell'est, confinati sino ad allora al di la' della ''Cortina di ferro'', espressione consegnata ormai ai libri di storia.

Un muro, quello di Berlino, voluto per tenere ''dentro'' una popolazione alla quale veniva negato l'elementare diritto alla mobilita' e all'emigrazione. Immensa prigione che conosceva solo una frontiera aperta (e sotto condizioni): quella ad est verso l'Urss ed i ''Paesi fratelli'', quelli che, quando era il caso, erano pronti ad intervenire, militarmente, attraverso lo strumento del Patto di Varsavia, per reprimere ansie di liberta' e rinnovamento. La caduta del Muro sarebbe stato solo uno degli esempi delle rivoluzioni pacifiche che si sarebbero succedute nel mondo, quasi ad aprire una stagione di speranza nei diversi continenti ed a conferma delle parole di Benigno Zaccagnini che, in un intervento alla Camera (nei giorni della sua costruzione), profetizzava che ad abbatterlo non sarebbero stati i carri armati ma le istanze di liberta' e democrazia.

Ma la metafora del Muro oggi si ripropone nel prevalente significato non piu' di prigione bensi' di esclusione: per tenere ''fuori'', separati, non piu' per tenere ''dentro''. E' la frontiera tra Usa e Messico, il muro tra Israele e Palestina, il muro nel Sahara ex spagnolo, territorio annesso di fatto al Marocco, il muro a Ceuta e Melilla, territori a sovranita' spagnola in Africa, il muro a Cipro. Ma sono anche muri per separare, per nascondere problemi, in Italia, in Europa, nel mondo. Dalla caduta del Muro ad oggi molte politiche si sono succedute ma senza sostituire la dottrina forte del ''containment'' indicata da George Kennan, rappresentante Usa a Mosca nel 1946.

Il mondo multipolare stenta ad affacciarsi come elemento di stabilita' anzi, talvolta, prevalgono spinte alla disgregazione ed ambizioni di esercizio di supremazia regionale. I muri non sono solo simbolo e veicolo di separazione fisica: qualsiasi discriminazione si basa su muri mentali tesi a respingere cio' che non si intende accettare, a scapito della universalita' dei valori della dignita' delle persone e dei popoli. Ha quindi un valore profetico l'appello di intellettuali ebraici, in questi giorni in Germania, teso a proporre il ricordo del 9 novembre come data simbolo nella vita del Paese non solo con riferimento alla riunificazione tedesca.

Il 9 novembre del 1938 (sono dunque 71 anni), avveniva infatti il ''pogrom'' contro gli ebrei tedeschi che li avrebbe, primi, consegnati ai lager nazisti (solo trenta anni prima, il 9 novembre 1918, la Germania sceglieva di divenire una repubblica, deponendo il Kaiser). La lezione e' che la storia va ricordata per intero, per impedire che vengano nuovamente eretti muri mentali, muri morali, che accecano, tolgono dalla vista e poi dalla disponibilita' dei cittadini beni preziosi come la liberta'; seguira' poi la costruzione dei muri e delle prigioni. Perche' e' sempre valida la lezione di un grande tedesco, Ghoete: ''quello che hai ereditato dai padri riconquistalo di nuovo e lo possiederai davvero''.

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