Milano, 27 gen. (Adnkronos Salute) - Con il giro di vite in vista sui test scientifici che utilizzando animali da laboratorio, "la ricerca biomedica in Italia è a rischio". L'avvertimento arriva da un pool di scienziati sia italiani che internazionali, appartenenti a diversi enti e associazioni. In un comunicato congiunto, i ricercatori prefigurano lo scenario in cui si troveranno a operare per effetto di alcuni emendamenti alla Direttiva Ue 2010/63 in discussione alla Camera, approvati nell'ottobre scorso in Commissione Affari sociali. Secondo gli scienziati, i divieti in arrivo costringeranno per esempio ad acquistare gli animali da esperimento all'estero, oppure a delocalizzare test chiave in Paesi stranieri dove potrebbe essere impossibile garantire il rispetto per il benessere degli animali. La nota è firmata da Aisal (Associazione italiana per le scienze degli animali da laboratorio), Ebra (European Biomedical Research Association); Irfmn (Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri); Sif (Società italiana di fisiologia) e Sival (Società italiana veterinari animali da laboratorio). Nel mirino, si legge, c'è in particolare la "proposta emendativa a firma degli onorevoli Ceccacci, Rubino, Gianmanco, Mancuso, Frassinetti, Repetti, Mannuso e Catanoso". A detta degli scienziati, "alcuni paragrafi degli emendamenti proposti sembrano essere particolarmente critici per il proseguimento della ricerca biomedica in Italia". I ricercatori fanno notare che "la Direttiva europea è già il frutto di anni di comune impegno e della convergenza del parere di esperti, di ricercatori, di società scientifiche e di associazioni protezionistiche, impegnati a proteggere al massimo il benessere degli animali utilizzati per fini scientifici, salvaguardando le necessità della ricerca biomedica tesa al miglioramento della salute degli uomini e degli animali stessi". Per effetto degli emendamenti contestati dagli scienziati firmatari del comunicato congiunto, "si vieta l'allevamento di primati, gatti e cani su tutto il territorio nazionale. Ciò - scrivono i ricercatori - comporterà l'acquisto all'estero di questi animali (test sui cani sono richiesti dalla regolamentazione per la verifica della sicurezza alla immissione sul mercato di nuovi farmaci), o la delocalizzazione delle ricerche in altri Paesi che abbiano regolamentazioni meno restrittive ed anche minor attenzione al benessere degli animali". Inoltre, "gli stabilimenti allevatori e fornitori presenti sul territorio saranno costretti a chiudere, con una perdita di posti di lavoro e con un impatto sociale non indifferente". "Allo scopo di implementare i metodi alternativi, inoltre - continuano gli scienziati - si richiede la presenza di 'un esperto di metodi alternativi' (professionalità che risulta vaga e indeterminata) e di un biostatistico (figura già oggi presente) in ogni organismo preposto al benessere degli animali e nel Comitato nazionale senza oneri a carico dello Stato, ma con ovvi maggiori costi per la ricerca". E ancora, "si vietano esperimenti che non prevedono anestesia e analgesia qualora provochino dolore. Non quantificando il grado di dolore, che è invece molto ben definito nell'Art.38 della Direttiva" europea in discussione alla Camera, "molti esperimenti potranno rientrare nel divieto, con una grave limitazione per la ricerca". Infine, "si richiede l'introduzione di misure cautelative nei confronti degli animali geneticamente modificati; queste misure sono di difficile interpretazione, ma rischiano comunque di sacrificare uno dei modelli fondamentali per lo studio di gravi malattie". A giudizio dei firmatari del documento congiunto, "il nuovo articolo è fortemente restrittivo e penalizzante per la ricerca ed è altresì in contrasto con l'Art. 2 della Direttiva stessa, che sulla base di un principio di armonizzazione delle norme nazionali degli Stati membri, non consente l'introduzione di norme più restrittive e che recita: 'Gli Stati membri possono mantenere disposizioni vigenti al 9 novembre 2010, intese ad assicurare una protezione più estesa degli animali che rientrano nell'ambito di applicazione della presente direttiva, rispetto a quella prevista nella presente direttiva. Prima del 1 gennaio 2013, gli Stati membri informano la Commissione di tali disposizioni nazionali'".
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