Sette milioni di lire, solo sette miserabili milioni di lire. Questo il prezzo della corruzione che riuscì nell’impresa di destabilizzare l’intera classe politica italiana vent’anni fa, il 17 febbraio del 1992. Vent’anni dopo, sarà per l’inflazione, sarà che anche la corruzione ha fatto passi da gigante, beh, insomma, col corrispettivo di quei sette milioni, circa 3.500 euro, oggi non corromperesti neanche l’usciere di un palazzo di sede locale di partito. Ma, allora, nel 1992, bastarono quei sette milioni a far crollare un mondo in pochi mesi.
Era di pomeriggio quando un magistrato milanese decise di recarsi con un imprenditore a un appuntamento: l’imprenditore aveva confessato di essere costretto a pagare una mazzetta per lavorare. Iniziò tutto così, col signor Luca Magni, un quasi sconosciuto del mondo industriale, titolare di un’impresa di pulizia di Milano, che andò dai magistrati a raccontare una di quelle storie già sentite in più occasioni. Solo che stavolta la vicenda ribaltò il mondo della politica nazionale, fino a far cadere la Prima Repubblica. Magni disse che aveva un appalto per le pulizie nel più celebre ospizio di Milano, il Pio Albergo Trivulzio e che il presidente della struttura, il socialista Mario Chiesa, per confermargli quell’incarico voleva una bustarella da sette milioni. “Ah sì?”, fecero i magistrati. “Interessante, molto interessante…” Così, si misero d’accordo: “Signor Magni, vada all’appuntamento con il Chiesa e porti la bustarella. Gliela consegni pure. Con lei, infatti, ci sarà uno di noi, il dottor Antonio Di Pietro, che coglierà in flagrante il Chiesa”. Così fu. Magni consegnò la busta. Chiesa la prese. Di Pietro, presentato come collaboratore di Magni, vide ed entrò in azione. Al classico “fermi tutti” Chiesa scappò, cercando un bagno per gettare i soldi nel water. Finale: Chiesa in manette a San Vittore.
Che la faccenda potesse chiudersi lì, però, con una condanna del presidente del Pio Albergo Trivulzio, e un placido ritorno al solito maneggio di tutti i giorni, lo pensavano in molti, troppi. Bettino Craxi, segretario del Partito socialista, minimizzò sarcastico e con l’occhio torvo, non capendo che stava per rivoltarglisi contro il mondo intero: “Chiesa è solo un mariuolo”. Come quella donna che per nascondere l’evidenza diceva di sé che era solo “un po’ incinta”. Invece, la storia si trasformò in Storia: fu l’inizio di Tangentopoli, del pool Mani Pulite, dei collegamenti in diretta dal tribunale di Milano a ogni Tg, dei magistrati (Di Pietro su tutti, ma anche Gherardo Colombo e Italo Ghitti, Piercamillo Davigo e Francesco Greco, Gerardo D’Ambrosio e Francesco Saverio Borrelli) trasformati in star mediatiche; fu l’epoca dei processi in diretta Tv, degli arresti eccellenti, dei suicidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari, della madre di tutte le tangenti, quella dell’Enimont, 150 miliardi di lire, altro che sette milioni!
Insomma, fu l’inizio della fine per la Prima Repubblica, perché i partiti s’erano… spartiti tutto quello che c’era da prendere. Enti locali, appalti pubblici, scalate industriali, consigli d’amministrazione, cariche onorifiche, affari e intrallazzi, il magna-magna era… magno. E quando in Parlamento Bettino Craxi chiamò, in un’aula stracolma di cosiddetti “onorevoli”, alla levata in piedi chi era senza peccato, calò un silenzio spettrale. Nessuno scagliò la prima pietra: se si voleva isolare Craxi, si finì per dare un’immagine di correità con i misfatti socialisti. Ma per Craxi fu una vittoria di Pirro. Eh già, perché se il Psi si era tuffato a corpo morto nel gran mare dell’intrallazzo, anche gli altri partiti non erano da meno e sguazzavano felici nelle stesse acque. Certo, come al mare, c’è chi va al largo e chi nuota a riva, chi s’immerge e chi fa il morto a galla, ma che ci sia qualcuno che non sappia nuotare, beh, nel caso dei nostri partiti, tutti provetti nuotatori del malaffare. Così, a Borrelli e al suo pool non restò altro che procedere, procedere, procedere. Un florilegio di avvisi di garanzia, di arresti eccellenti, di accuse, di imprenditori pronti a parlare, e l’Italia imparò a destreggiarsi fra termini fino a poco prima noti solo negli uffici legali. Concussione era la parola d’ordine, il lasciapassare verso la crisi della partitocrazia, il sostantivo più in dei salotti e dei bar, degli uffici e delle strade. Giorni, settimane, mesi che sembravano un continuo attacco della magistratura (non solo quella milanese) a quei panni sporchi che non poterono più essere lavati in casa, a quella polvere che non poteva più essere nascosta sotto al tappeto.
Il lato oscuo dei presidenti: da Scalfaro a Cossiga
Quando Scalfaro disse: Io non ci sto - Guarda il video
E gli italiani, prima sconcertati, poi sorpresi, poi addirittura felici di vedere i Forlani e i Craxi in tribunale balbettare di fronte all’incalzante Di Pietro, ormai assurto al rango di sceriffo che salva il West dagli imbroglioni. Quando, poi, a mo’ di Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco, ebbe terminata la lunga sequela di accuse e prove contro una classe dirigente mascalzona - e proprio per questo incapace di reagire di fronte alla legge e alla giustizia - beh, ecco che lo sceriffo buttò la stella per terra e se ne andò. Di Pietro che si toglie la toga e a sorpresa annuncia che ha finito, che esce dalla magistratura, che non avrà più nessuno da portare davanti a un giudice fu l’ultimo capitolo del sequel Tangentopoli. Iniziato il 17 febbraio di vent’anni fa, e concluso dopo 1.024 giorni, il 6 dicembre 1994, con l’ultima requisitoria sul caso Enimont. Lì, in quel momento, si aprì un nuovo corso per la politica italiana, la neonata Seconda Repubblica emetteva i primi vagiti, quelli che gli italiani si aspettavano: un’Italia onesta e proba, con governanti in grado di preoccuparsi della cosa pubblica e di ascoltare i cittadini, senza eccessi polemici tra le parti e soprattutto, senza corruzione. Infatti…
Antonio Di Pietro su Twitter
Scritto da 
5 commenti