Roma, 16 feb. (Adnkronos Salute) - La passione per le tessere colorate e le immagini da ricostruire con pazienza affina le abilità a far di conto. I bambini che giocano con i puzzle tra 2 e 4 anni, infatti, crescendo sviluppano migliori capacità spaziali e finiscono per ottenere voti più alti in matematica e in scienze. Lo rivela uno studio condotto da ricercatori dell'Università di Chicago e pubblicato su 'Developmental Science'.
Insomma, la passione per i puzzle è risultata una 'spia' significativa in questo campo, anche tenendo conto del reddito dei genitori e di altri aspetti rilevanti per le future capacità del bambino. Nell'esaminare alcuni video di genitori impegnati a interagire con i propri figli, i ricercatori hanno scoperto che i bambini che giocano più spesso con i puzzle tra i 26 e i 46 mesi hanno migliori capacità spaziali a 54 mesi. Insomma, i piccoli che hanno passato ore a sistemare le tessere "hanno ottenuto risultati migliori dei coetanei nei test che valutavano la loro capacità di ruotare e trasformare le forme nello spazio", spiega la psicologa Susan Levine, esperta in sviluppo matematico nei bambini. La capacità di trasformare mentalmente le forme, infatti, è un importante predittore delle future capacità in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica nei bambini più grandi.
Per la ricerca, 53 coppie genitori-figli di diversa estrazione socio-economica hanno partecipato a uno studio longitudinale, in cui i ricercatori hanno videoregistrato le loro interazioni per sessioni di 90 minuti ogni quattro mesi, quando i piccoli avevano tra i 26 e i 46 mesi. I genitori sono stati invitati a interagire con i loro bambini in modo naturale, e circa la metà dei piccoli ha eseguito almeno un puzzle nel corso della ricerca. Si è visto così che gli appassionati, maschi e femmine, crescendo avevano migliori abilità spaziali. Ma anche che i maschi tendevano a usare puzzle più complessi e che con loro i genitori erano più impegnati nel gioco rispetto a madri e padri di femminucce. Ora i ricercatori stanno conducendo ulteriori studi per verificare 'l'effetto puzzle'. "Vogliamo anche vedere se i genitori forniscono lo stesso input a maschi e femmine, quando i puzzle sono della stessa difficoltà", conclude Levine.


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