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    Quelle sciagure dimenticate

    Forse aveva ragione Ennio Flaiano quando scrisse Un marziano a Roma. Il povero alieno, passati i primi giorni di entusiasmo popolare, finisce per essere uno dei tanti, dei troppi, e quindi viene addomesticato, normalizzato, al punto da essere quasi ignorato. La notizia secondo cui gli alieni esistono e scendono sulla Terra non smuove dall’apatia generale se non per il tempo necessario a metabolizzarla. La stessa cosa accade con fatti che inizialmente suscitano sentimenti di grande, naturale, immediata, solidarietà. I terremoti, per esempio. C'è subito un sentore di scoramento partecipe; vorremmo tutti fare qualcosa per aiutare chi è stato ferito dalla potenza di una natura talvolta così nemica. Poi, passano i giorni, le settimane, i mesi, e anche le distanze tornano quelle naturali, lontanissime da noi.

    E se da un lato c'è chi continua strenuamente la sua battaglia per aiutare popolazioni magari poverissime, dall'altro aumenta progressivamente la “dimenticanza”, lo shining al contrario. Lì avevi chi poteva vedere in anticipo le cose, soprattutto quelle brutte; qui, le cose brutte si lasciano affievolire, allontanare, scivolare nell'oblio. Ecco, dunque, l'oblio per Fukushima e il Cile, Haiti o Christchurch.Già, Christchurch, cos'era costei? Carneade dei sismi, la città neozelandese di Christchurch, il 22 febbraio 2011 è stata l'epicentro di un terremoto di magnitudo 6,3: 181 morti accertati, più di 200 dispersi, oltre 1.000 feriti. E un'inchiesta, che si poneva una domanda che a noi italiani può sembrare inutile o addirittura fantascientifica: perché sono crollati così tanti edifici?

    Christchurch il 2 marzo 2011. REUTERS/Mark Baker/Pool

    Già, mentre da noi il crollo di chiese, monumenti, centri storici, sembra solo una normalità dovuta all'evento, laggiù, dall'altra parte del mondo, se ne fa un'inchiesta. Che non è nata subito, ma solo dopo un'ulteriore scossa tremenda, il 13 giugno scorso. La quale, peraltro, a confronto con la prima, è stata relegata nei trafiletti dei nostri giornali: poca vendibilità dell'evento. Ma quel 13 giugno, la scossa di magnitudo 6 fa crollare parecchi edifici, troppi per i neozelandesi che si chiedono come mai le loro case non reggano l'urto. Eh sì perché a Christchurch i terremoti sono un'usanza locale: il 3 settembre 2010, per esempio, c'era già stata una scossa (magnitudo 7) e dunque è facile capire che le abitazioni e gli uffici vengano costruiti secondo una certa logica, quella della prevenzione massima. Quindi, se i palazzi non reggono, è logico dare il via a un'indagine che accerti le responsabilità. Perché il terremoto non lo possiamo anticipare e governare, ma tutto il resto sì. Ora, all'Aquila si potrà sospirare tra le lacrime per il nostro italico fatalismo, ma altrove si pensa a come prevenire e a trovare eventuali responsabili di errori. Errori, badate bene, non affarismi truffaldini o sciacallaggi alle spalle di chi soffre. Bene, va aggiunto che la commissione per il terremoto, in un adeguato rapporto, ha stabilito che 40 persone sono morte per “mancati rinforzi nella muratura dei palazzi”, rilevando anche che 3.800 edifici in Nuova Zelanda devono essere rafforzati per soddisfare il 67% degli standard richiesti per le nuove costruzioni. Ecco i dati ufficiali delle autorità neozelandesi: il terremoto di febbraio ha danneggiato più di 100.000 edifici. Più di 10.000 case devono essere demolite e poi ricostruite, per un costo, stimato dal Fondo monetario internazionale, di più di 12 miliardi di dollari. Lì vedrete, si farà. Il guaio è che non lo sapremo, a meno che non saremo così tignosi da cercare sui nostri quotidiani la notizia fra i trafiletti. Sempre che venga pubblicata.

    Più interessanti, per i giornali, i terremoti in quei Paesi dove le cose funzionano meno bene. In tal caso, il “terremoto marziano” per un po' vale la notizia spiattellata in apertura di pagina estera. Come nel caso del Cile, nazione tra le più sfortunate della Terra. Lì si convive con terremoti di potenza davvero devastante. A Valdivia, nel 1960, il sisma toccò i 9,5 gradi della scala Richter. Mai prima e mai più dopo, in nessun luogo, un terremoto ha avuto una simile potenza. Eppure, il 27 febbraio 2010, un altro sisma in Cile, sulla costa del Maule, ci si è avvicinato: magnitudo 8,8. Per capirci, 30.000 volte più potente di quello dell'Aquila, tanto da spostare l'asse terrestre di 8 centimetri, con la conseguenza di aver accorciato di 1,26 microsecondi la durata del giorno. Oltre 400 morti e due milioni di sfollati. Se ne parla per un po', perché il Cile non è la Nuova Zelanda, è un Paese con molte difficoltà, logistiche ed economiche: le storie da raccontare, quelle che appassionano, non mancano, con 450 morti e due milioni di sfollati. Poi, però, la sindrome del marziano a Roma vince. Così quando l'11 febbraio scorso un altro terremoto, di 6,8 gradi Richter, scuote la stessa zona, siccome non ci sono morti, la notizia passa in cavalleria e si riduce a poche righe seminascoste. Eppure, bastava poco per raccontare una di quelle storie che tanto piacciono. Niente morti, per fortuna, ma i vivi sapete che hanno fatto? Per paura dello tsunami, che nel 2010 si era puntualmente verificato dopo il sisma, con chilometri di coste cilene sopraffatte e distrutte, beh, sono fuggiti verso le montagne. Salire in alto, per paura del mare: ma a chi interessa questa storia se viene dal Cile?

    Talcahuano dopo il terremoto dell'11 marzo 2010

    Più interessante se arriva da Fukushima, Giappone. Sia per motivi brutalmente economici - il Giappone vale di più, molto di più del Cile - sia perché i nipponici sono molto più preparati “televisivamente”. Nel senso che cellulari e cineprese, telecamere e videocamere, lì sono popolari come da noi gli spaghetti, o come in Cile la musica. E allora, il terremoto e lo tsunami giapponese vanno in televisione per giorni e giorni, perché non mancano le testimonianze, e noi vediamo quello che accade, come se fossimo presenti. E ci emozioniamo. E siamo solidali. E vogliamo fare qualcosa per i nostri fratelli giapponesi, sconvolti dalla maledetta natura ribelle. La natura, già, ma i reattori nucleari che c'entrano con la natura? Qui il discorso diventa terribile, così tanto che è meglio non “allarmare l'opinione pubblica”. Dunque, dal marzo 2011 a oggi, quel terremoto, quella centrale nucleare a Fukushima e quell'area da evacuare, grande come il Lussemburgo, cadono nell'oblio. Oppure, se ne parla per i progressi dei lavori in corso. Che, certo, vanno sottolineati, ma a patto di non eludere le cattive notizie. Come quella, per esempio, dello scorso 2 dicembre. Quando un dipendente della centrale ha dichiarato che dai reattori è fuoriuscito il corium, un combustile nucleare fuso che si sarebbe creato un varco verso il sottosuolo che potrebbe avere eroso il pavimento in calcestruzzo. Il corium potrebbe essere penetrato anche all'interno delle barriere d'acciaio, sotto cui vi sarebbe anche un basamento di cemento, ultima barriera prima che il carburante possa finire a terra. Interessa a qualcuno? Chi vivrà vedrà.

    Namie, una delle città nel raggio della zona d'inclusione. Come molte altre aree è stata evacuata ed è oggi una …

    E c'è chi vive e vede, a Haiti, per esempio, dove gli sforzi per aiutare la popolazione conosciuta come la più povera della Terra sembrano perdere la loro battaglia nell'indifferenza generale. La vicenda ci ricorda qualcosa: soldi mai spesi per la ricostruzione, oppure finiti in mani poco interessate al sisma e molto agli affari; burocrazia internazionale che rallenta le operazioni; disinteresse generale, passati i primi momenti emotivamente condizionanti; fallimento dei buoni propositi di tutti. Salvo, si capisce, piccole organizzazioni che campano sulle sciagure per avere una patente di rispettabilità, o altre che vivono sinceramente per aiutare chi non riesce a fare da sè e che, proprio per questo, sono soffocate da presunti grandi progetti che “meritano” una prima pagina. Mentre chi continua con fatica a spedire pochi denari per gli haitiani indispensabili a sopravvivere e persone ad aiutare, non ha spazio adeguato per spiegare come vanno le cose laggiù, lontano dai nostri piccoli interessi. A proposito, come vanno le cose ad Haiti? Male, of course, come al solito, come sempre. E quindi, non fa notizia. Come un marziano dopo i primi giorni.

    Port-au-Prince, Haiti. Questa foto è stata scattata nel gennaio 2011, a un anno dal terremoto.
     

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