È morto Carlo Vichi, il fondatore della Mivar che sfidò i colossi stranieri della tv

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AGI - È morto a 98 anni Carlo Vichi, fondatore della Mivar, acronimo per Milano Vichi Apparecchi Radio, lo storico marchio italiano dei televisori. Nello stabilimento di Abbiategrasso, in cui lavoravano un migliaio di dipendenti, si producevano tv con tecnologia e componenti tutti italiani.

Vichi era nato nel 1923 a Montieri, in provincia di Grosseto, ma era cresciuto a Milano. Si era sposato nel quartiere periferico dell'Ortica nel 1944, a soli 21 anni, con Annamaria Fabbri, con cui aveva avuto quattro figli. La Mivar, fondata nel 1945 per la produzione di radio a valvole, era via via cresciuta con la produzione di televisori grazie al boom degli anni '70-'80. La fabbrica aveva chiuso i battenti nel 2013, non riuscendo a rimanere al passo con le trasformazioni tecnologiche nel settore televisivo.

Vichi era diventato famoso come imprenditore visionario, autentico 'self made man', con un'impronta fortemente paternalistica, ma sicuramente vicino ai propri dipendenti, tanto da avere come proprio ufficio una scrivania piazzata nel bel mezzo dello stabilimento. Non gradiva la presenza dei sindacati nella propria azienda, e non nascondeva le simpatie per il periodo fascista.

Al proprio funerale, aveva lasciato detto in alcune interviste "non dovranno esserci le autorità. La bara dovrà essere al centro dello stabilimento, poi ci sarà una bella festa".

La società era nata a Milano, nel quartiere Calvairate, ed era dedicata all'assemblaggio di apparecchi radio e alla loro riparazione. Nel 1956 in un laboratorio nella zona di Porta Romana mise a punto con un socio la sua prima radio, con il marchio Var, lanciando una serie di modelli a valvole che ancora oggi è possibile trovare sul mercato attraverso i siti specializzati.

I dipendenti crebbero gradualmente, arrivando a 400, con una produzione di 500 mila apparecchi l'anno. Il trasferimento della ditta al Lorenteggio coincise con nuovi modelli di radio giradischi. Nei primi anni '60 il salto definitivo, con il trasferimento ad Abbiategrasso, la produzione di televisori e il traguardo raggiunto di un fatturato di un miliardo di lire all'anno.

Il successo di Mivar si basava non tanto sull'innovazione di prodotto quanto sull'affidabilità, sui prezzi concorrenziali, sul passaparola che consentiva di ridurre al minimo gli investimenti pubblicitari. L'azienda di Carlo Vichi riuscì così a destreggiarsi tra la concorrenza delle marche giapponesi dopo l'introduzione della tv a colori negli anni '70, diventando il secondo produttore nazionale fino a toccare una quota di mercato del 12% nel 1988, seconda solo a Philips, che venne scavalcata negli anni '90, quando Vichi diede il via alla costruzione di un nuovo stabilimento ad Abbiategrasso.

È del 1999 il record di produzione, 950mila apparecchi per una quota salita al 35%. Negli anni 2000 il declino, dovuto sia all'introduzione di nuove tecnologie come lo schermo piatto, sia la diminuzione dei costi di produzione da parte dei concorrenti, che potevano così praticare politiche di prezzi aggressive.

È del 2001 la prima casa integrazione, mentre negli anni successivi l'azienda inizia a comprare componenti all'estero. Il tardivo adeguamento tecnologico non basta, la crisi diventa irreversibile e un Vichi ormai 90enne non riesce a rilanciare l'azienda. Di Mivar rimane ad Abbiategrasso lo stabilimento modello, costruito negli anni 2000 e mai entrato in funzione, dove lo stesso Vichi negli anni scorsi mangiava all'interno dell'enorme mensa insieme alla moglie. Un impianto che aveva offerto gratuitamente a chi avesse voluto, alla condizione che fosse stata impiegata manodopera locale. Un invito che però nessuno aveva raccolto. 

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