È di nuovo caos Covid negli ospedali italiani: ricoveri in crescita, reparti in emergenza (di S.Renda)

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(Photo: Michele Lapini via Getty Images)
(Photo: Michele Lapini via Getty Images)

Negli ospedali è di nuovo il caos. I ricoveri Covid tornano a premere sulle terapie intensive, portando i numeri a livelli emergenziali, i letti sono occupati principalmente da pazienti che non hanno voluto sottoporsi al vaccino, per lo stesso motivo le corsie si svuotano di sanitari sospesi.

“Nelle regioni italiane si stanno nuovamente chiudendo i reparti di chirurgia per riconvertirli in posti letto Covid, le sale operatorie sono decimate per destinare i chirurghi nei Pronto soccorso e nelle aree Covid, le liste d’attesa stanno nuovamente allungandosi: stiamo ritornando esattamente allo scenario delle altre ondate Covid come se questi due anni fossero passati invano” . Lo denuncia Marco Scatizzi, presidente dell’Associazione chirurghi ospedalieri italiani (Acoi), aggiungendo che ”è allucinante scaricare il peso di questa nuova ondata sul Sistema Sanitario facendo crescere la pressione sugli ospedali senza intervenire su nuove restrizioni”.

L’allarme parte dagli addetti ai lavori, confermato nei numeri: nella settimana tra il 28 dicembre e il 4 gennaio il tasso di crescita dei ricoveri Covid negli ospedali sentinella Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere) ha avuto una accelerazione del 25,8%.

Il report ha coinvolto 21 strutture sanitarie e ospedaliere e 4 ospedali pediatrici distribuiti su tutto il territorio e continua a segnalare una sproporzione tra vaccinati e no vax, che in rianimazione sono il 72% del totale. La metà godeva di buona salute e non aveva comorbidità. I vaccinati in terapia intensiva sono invece il 28%: oltre due terzi sono affetti da altre gravi patologie che potrebbero aver determinato una ridotta efficacia del vaccino. Per l′85% dei casi sono persone a cui sono state somministrate due dosi di vaccino da oltre 4 mesi e non hanno ancora ricevuto la terza dose. “I numeri sono per fortuna molto lontani dai dati di ricoveri della prima ondata, ma stanno crescendo rapidamente. Stiamo notando anche un aumento dei ricoveri pediatrici, ma in pediatria, non in terapia intensiva”, commenta ad Huffpost il professor Alberto Giannini, direttore di Anestesia e Rianimazione Pediatrica dell’ASST Spedali Civili e membro della Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva.

Secondo i dati di Fiaso in 7 giorni sono quasi raddoppiati i bambini ricoverati. Nella settimana tra il 28 dicembre e il 3 gennaio sono cresciuti infatti dell′86% i pazienti ricoverati per Covid sotto i 18 anni. Il numero dei bambini in ospedale è passato da 66 a 123 ed è triplicato il numero di piccoli in terapia intensiva: da 2 a 6 in una settimana. Tra i piccoli degenti il 62% ha tra 0 e 4 anni, è quindi in una fascia di età non vaccinabile. A Benevento, ad esempio, per fronteggiare l’emergenza la direzione dell’azienda ospedaliera San Pio ha deciso di aprire un reparto di terapia intensiva neonatale Covid dedicata, dove attualmente sono ricoverati due neonati nati da madri positive. Qui i neonati vengono monitorati costantemente con personale addetto.

L’emergenza Covid - incentivata dalla presenza dei no vax nelle terapie intensive - mette nuovamente in ombra la cura di altre patologie. “L’utilizzo di risorse diventa limitato o va a scapito di altri pazienti”, dice il professor Giannini ad Huffpost, “Se non avessimo questa popolazione, potremmo continuare a prenderci cura delle persone in questo momento in sospeso: la terapia oncologica, prima di tutto”. “A differenza di un anno fa non siamo in lockdown e questo, abbinato alla contagiosità elevatissima del virus, sta creando una pressione fortissima sia sul percorso sporco che, soprattutto, sul percorso pulito”, ha commentato il Direttore generale dell’Ircss San Martino di Genova (ospedale sentinella) Salvatore Giuffrida, “i cittadini chiedono giustamente di essere curati anche per patologie non Covid e, pur se positivi ma senza sintomatologia, arrivano in ospedale per altre malattie o per altri problemi. Penso a tutte le donne in gravidanza che necessitano di assistenza in ostetricia ma sono positive al Covid”.

Giuffrida segnala anche un altro problema: il peso dell’assenza dei sanitari sospesi: “La riduzione dell’organico determinata dalla sospensione del personale non vaccinato, sta mettendo sotto stress il sistema che arriva da ormai due anni di forte tensione. Il San Martino di Genova negli ultimi tre mesi del 2021 ha superato la produzione del 2019 grazie al progetto Restart voluto dalla Regione Liguria, ma la continua riduzione del personale e dei posti letto porta a una inevitabile riduzione delle attività sul percorso pulito”. Per Giannini, una cosa che a molti sfugge è che stiamo parlando di equipe di terapia intensiva stremate dalla stanchezza: “Sono al lavoro in modo pressoché ininterrotto da due anni. C’è un livello di fatica e tensione notevole. A questo si aggiunge un elemento particolare, per noi totalmente nuovo: essere guardati, almeno da una parte della popolazione, con diffidenza e ostilità. Le figure del medico e dell’infermiere sono storicamente considerate di salvaguardia e cura, ora stiamo sperimentando una strana condizione generata dal movimento no vax. Due anni fa si utilizzava una terminologia un po’ stucchevole, che nessuno di noi ha mai apprezzato: gli eroi. Ora siamo persone di cui diffidare”.

Non solo le sospensioni, anche i contagi pesano sul sistema sanitario. Il Sindacato Nursing Up lo ha ribattezzato il “nuovo freddo inverno degli infermieri italiani”. “Nel pieno della quarta ondata, con una media di 800-1000 colleghi che si infettano in più ogni 24 ore, gli ospedali italiani rischiano il corto circuito” scrivono in un comunicato, “In questo marasma, i nostri operatori sanitari sono entrati nel vivo di un nuovo periodo buio, tremendamente complesso da gestire. Un nuovo tunnel, come se a nulla fossero serviti i due anni di pandemia che abbiamo alle spalle. Riceviamo le continue segnalazioni di tanti colleghi impegnati nei pronto soccorsi romani, che in questo momento ci raccontano di vere e proprie bombe ad orologeria pronte ad esplodere”. Turni massacranti, carenza di personale, reparti ordinari convertiti in fretta e furia in aree Covid: un quadro da film horror, lo definiscono, con l’ansia che cresce alla luce del peggioramento previsto nei prossimi giorni.

Il sindacato fa l’elenco di alcuni casi specifici negli ospedali romani. Al Pronto soccorso del Sant’Andrea si rischia il collasso prima del 10 di questo mese. Molti sono gli infermieri che hanno superato l’orario ordinario contrattuale e che stanno coprendo i turni con straordinari e prestazioni aggiuntive. All’Asl Roma 5 un’infermiera nell’ambito di una sola giornata si divide tra triage del pronto soccorso e servizio in ambulanza. A Palestrina pronta la riconversione di numerosi reparti ordinari per fare spazio ai ricoveri dei cittadini contagiati. Al pronto soccorso del Pertini la saturazione è già realtà. Qui rischierebbero la paralisi di posti letto anche i reparti covid, mentre numerosi sono gli infermieri contagiati che rimangono a casa ogni giorno.

Dai primi dati emersi in ricerche condotte in Sudafrica - confermate anche da una condotta in Inghilterra - Omicron, pur essendo più trasmissiva, sembrava provocare una malattia meno grave, con un rischio ricovero inferiore del 40% rispetto alla Delta. Alla luce della situazione che si sta osservando, resta aperta la domanda se questo possa essere tradotto con un alleggerimento degli ospedali. “Non lo sappiamo bene”, spiega Giannini, ”È un quesito molto importante su cui stiamo cercando di mettere la testa. Avremmo necessità di sequenziare il virus nei pazienti risultati positivi che accedono alle terapie intensive, perché non sappiamo se hanno incontrato l’ultima variante Omicron o se la loro infezione è legata alla Delta. Non abbiamo dati: l’unico modo per rispondere alla domanda è sequenziare il virus isolati nei pazienti in terapia intensiva, altrimenti si parla per sentito dire ed è pericoloso. Per ragionare in maniera solida servono dati. Il ‘mi sembra che’ in medicina non vale, si fa del male agli altri e non possiamo permettercelo”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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