È giusto morire per una gara di moto?

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Jason Dupasquier  è deceduto all'ospedale Careggi di Firenze. Il giovanissimo pilota di Moto3 era rimasto coinvolto in un grave incidente nelle prove: nonostante l'intervento, le sue condizioni erano apparse subito disperate. Il terribile incidente era avvenuto nella sessione di qualifiche. Dupasquier, caduto dalla sua moto, era stato investito da altri due piloti che non erano riusciti ad evitarlo.

Forse è venuto il momento di chiederci se si può morire per uno sport, e mi sto riferendo ad attività sportive che abbiano come connaturale il rischio di morire. La morte ha a che vedere con il motociclismo, l'automobilismo o il pugilato, in modo diverso da quanto avviene con il nuoto, lo sci o il ciclismo. L'automobilismo e il motociclismo sono sempre più sicuri però, come abbiamo appena constatato tragicamente, rimangono mortali. Possiamo accettarlo? Anzi, fino a quando lo accetteremo? So benissimo di toccare un argomento spinoso ma da qualche parte bisogna pur cominciare: e il punto di partenza è riconoscere che il rischio della vita è consustanziale al motociclismo.

Personalmente io non riesco a guardare serenamente un Gran Premio in televisione. Mi spavento. Ho l'impressione che ad ogni secondo qualcuno si possa fare del male ma mi rendo anche perfettamente conto che quella paura è parte essenziale dell'adrenalina che tiene incollati allo schermo milioni di persone. Chi organizza questo spettacolo lo sa e per questo, da parecchi anni ormai, colloca le telecamere non solo lungo i bordi dell'asfalto ma sulle moto, dentro i caschi, in posizioni che consentano riprese sempre più spettacolari, ovvero che facciano rabbrividire. Gli ingredienti del motociclismo non riguardano solo una gara tra chi coltiva un'abilità specifica: c'è anche la terribile miscela del giocare contro la morte.

Non riesco a comprendere come si possa discutere sulla liceità morale della corrida e contemporaneamente non si porti avanti con la stessa convinzione la battaglia per la revisione delle corse motociclistiche. Ogni gioco è sublimazione del contenzioso tra morte e vita. Se ne dubitassimo basterebbe riportare alla memoria  le immagini di un calciatore che gioisce o si dispera per un gol segnato o sbagliato, per un portiere che neutralizza un rigore o che subisce la rete.

Come io non riesco a guardare Valentino Rossi che sfiora l'asfalto a 300 chilometri all'ora, così c'è chi non riesce a guardare Roberto Baggio mentre calcia (e sbaglia) un penalty durante la finale del campionato del mondo. Significa che il calcio ha compiuto un percorso culturale così raffinato da riuscire, senza spargimento di sangue, a restituire l'emozione di un antico gladiatore che moriva o viveva sul serio senza però che nessuno ci vada di mezzo.

Stiamo riducendo il fumo, stiamo combattendo l'alcol, il rispetto della donna e il dovere della tutela verso le persone vulnerabili è un'esigenza sempre più chiara e sentita, perché non riusciamo ad avviare un processo analogo rispetto al motocicliismo? Oltretutto Dupasquier era giovanissimo. Le sue prime esperienze in moto sono iniziate da quando aveva cinque anni. Non riusciamo neppure ad alzare quel limite d'età? A cinque anni si è bimbi e cominciare seriamente un sport così giovani significa rinunciare da piccolissimi a tutto.

Alle amicizie, a un percorso scolastico serio, alla famiglia. Le pressioni sono enormi e i livelli per assurgere al gotha dello sport sono sempre più alti, competitivi, proibitivi. Questa morte così assurda deve farci riflettere. Ci deve far fermare. Forse è il caso di rallentare. Per lo meno decidiamo di dare ai bambini il tempo di decidere. Di vivere. Di capire che arrivare primi a ogni costo in un duello con gli altri contro la morte non può essere l'impronta di una vita intera.

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