"È ora di parlare di infertilità e dei pregiudizi di chi ti fa sentire una donna difettosa"

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(Photo: Loredana Vanini)
(Photo: Loredana Vanini)

“16.816” recitava il numero sul suo biglietto nella sala d’attesa. Questo significava che almeno altre sedicimilaottocentoquindici donne erano passate da quella clinica, eppure Loredana Vanini si sentiva l’unica infertile sulla faccia della terra, mentre attendeva il suo turno nel centro Pma, per la procreazione medico assistita. Aveva scoperto un anno prima di avere difficoltà a rimanere incinta: menopausa precoce, la diagnosi del medico che le ha consigliato di tentare subito con la Pma per cercare di aumentare le possibilità di avere un figlio dal marito. Vi diciamo subito come è andata a finire: 5 anni di percorso, 9 tentativi di Pma, uno di eterologa, e poi sono arrivati Olivia e Leone, gemelli oggi di tre anni e mezzo.

Loredana racconta che la sua storia non ha proprio un lieto fine, ma a questo ci arriveremo dopo. Perché tra l’inizio - con la scoperta dell’infertilità - e la fine - la nascita dei figli - c’è un mentre fatto di sensi di colpa, difficoltà e domande che accomunano molte donne, almeno sedicimilaottocentoquindici, nel suo caso, anche se lei si sentiva così sola. “Hai sprecato il tuo tempo, hai cambiato troppi partner, hai lavorato troppo”: i pensieri le affollavano la testa mentre aspettava un’anestesia, un esame nuovo, mentre faceva i conti con la paura di abbrutirsi, di invecchiare sola, senza essere mai stata chiamata mamma.

″È come se a un certo punto l’essere donna si riduca a una funzione fisiologica”, racconta Loredana ad Huffpost, “tu sei meno donna perché non ci riesci”. L’istinto materno è forte, non riesci a controllarlo, ma non serve a dare responso positivo. A giudicarti non basti tu, perché chiunque ha un’opinione su di te, anche la fruttivendola sotto casa, che ti chiede sempre quando farai un bambino e se le riveli di non riuscirne ad avere non ti risparmia la sua diagnosi: ”È perché mangi solo verdure”. Non peggio di chi alla notizia ti rincuorava con un fatalista “Se la natura non ti manda figli ci sarà un motivo”. Come non ne fossi degna.

Loredana, nella sala d’attesa del centro Pma, era circondata da teste basse. Quasi fossero tutte a tenere per sé la propria vergogna, costrette in una stanza comune per sbrigare la pratica e con la voglia di fuggire il più presto possibile per poterla archiviare. C’è il monitoraggio, la sala operatoria dove prelevano i follicoli per fecondarli, poi il transfer e tutti a casa, ad aspettare le analisi delle beta per vedere se l’embrione ha attecchito o no. Ci sono domande imbarazzanti che non hai il coraggio di rivolgere al medico, ma nessuna sembrava disposta alla condivisione. Lei, fotografa di professione, lo ha cercato quel contatto, per non sentirsi l’unica, ma una delle tante. “One of many” è il titolo dato al suo libro: una raccolta di scatti e storie di 100 donne che hanno voluto metterci la faccia, per raccontare il loro percorso con l’infertilità, normalizzarla, abbattendo un tabù che fa sentire difettose e inadatte.


All’inizio non è stato facile trovare persone disposte a partecipare al progetto fotografico, poi il passaparola ha agevolato la ricerca. Con loro, Loredana è entrata subito in confidenza: le barriere si abbattono in pochi secondi quando una perfetta estranea comincia a parlarti del seme del marito. Lei alla fine è riuscita a rimanere incinta con l’eterologa, anche se ha faticato tantissimo ad accettare l’ovocita di una donna che non conosceva e non avrebbe mai visto in viso. Nel libro le storie sono tante e diverse: madre surrogata, coppie lesbiche, malattia autoimmune, tiroide. L’infertilità è democratica, non guarda in faccia nessuno.

“Non è un dramma, ma è pesante” racconta Loredana, “Rende sterile quello che sta intorno, sei accecata dall’obiettivo. Devi fare esami continui. Quando inizi sai che per un mese ti chiuderai, a pensare soltanto a quello”. E nella coppia ha un effetto micidiale: “Quello che di più intimo dovrebbe esserci – ovvero fare sesso con tuo marito e procreare – non lo puoi fare. Nella tua camera da letto entrano tutti: il ginecologo, il biologo, chi ti fa i monitoraggi. Entra la famiglia, gli amici, se ne parli con loro, e ognuno dice la sua. Gli esami sono invasivi, più è lungo il percorso più il rapporto può deteriorarsi. Bisognerebbe rivolgersi a un aiuto esperto”. La metà delle coppie del libro si sono separate, spesso dopo l’arrivo del figlio: “Una coppia fa squadra per raggiungere l’obiettivo. A ogni fallimento ti tiri su le maniche e vai avanti. Nel frattempo tralasci tanto: l’intimità sessuale, la voglia di ridere, la leggerezza, i viaggi, perché magari i soldi non bastano per il trattamento e lo svago. Quando il bambino arriva, vengono fuori tutti i buchi che hai creato e non c’è più l’obiettivo comune. Hai lasciato aride troppe sfere della tua vita di coppia”.

Olivia e Leone, dicevamo prima, sono arrivati dopo 9 Pma e una eterologa. A 41 anni, dopo 5 anni di tentativi. L’ultima prova, si era detta, si sentiva stanca, non ce la faceva più a continuare. E alla fine la buona notizia è arrivata: “Due gemelli, un maschio e una femmina, pensavo di non poter chiedere altro. Ora hanno 3 anni e mezzo, ma non è proprio una storia a lieto fine. Olvia, mia figlia, ha contratto una meningite batterica. Da lì si è aperto un altro calvario. È dipendente da un ventilatore per respirare”. Alla luce di quello che è successo a Olivia ha ricominciato a farsi domande: “Mi sono chiesta tante volte se avessi insistito troppo e questa fosse la punizione. Poi ho capito che non è così, è casuale, succede anche ad altri. Capita che sia sopraffatta dal dolore per lei, dalla stanchezza per lui...però poi non riesco a dire ‘dovevo fermarmi, non ne valeva la pena’. Perché basta che annusi la testa di Olivia o che Leone mi faccia un sorrisetto o mi trovi una macchinina che mi infila nella tasca del cappotto e i pensieri passano, capisco che sarei stata più triste senza”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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