Éric Zemmour non è ancora candidato ma è già Président

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Il poster in cui compare Zémmour (Photo: Cesare Martinetti)
Il poster in cui compare Zémmour (Photo: Cesare Martinetti)

Sorride mefistofelico, Éric Zemmour, stretto nella marsina delle grandi occasioni, papillon bianco, il Collier di Gran maestro dell’Ordine della Légion d’honneur al collo. Così appare in un poster formato XXL, nei chioschi e nei grandi magazzini “U”. Il presidente eletto! Un fotomontaggio, ovviamente perché le elezioni si faranno ad aprile. Eppure Éric Zemmour, caustico e islamofobo polemista di estrema destra, è diventato in poche settimane il perno di una campagna elettorale che sarà studiata a lungo da politologi e massmedialogi come un ininterrotto gioco pirotecnico di balon d’essai che volano nel cielo di Francia. Raffiche di sondaggi crepitano su scenari mai visti. Uno degli ultimi annuncia che Zemmour avrebbe superato Marine Le Pen. Intorno al suo nome c’è un battage mai visto.

Un’effervescenza diffusa come una pandemia e che non conosce vaccini né semplici anticorpi nonostante ogni elezione si incarichi di smentire le previsioni. Com’è stato la primavera scorsa con le regionali dove Marine Le Pen sembrava destinata finalmente a rompere il tetto di cristallo e conquistare le grandi regioni. E invece no e sono riapparsi i bei tempi dei vecchi, grandi, soliti partiti, gollisti e socialisti.

Ma è come se la realtà non importasse più nulla. Il fenomeno di adesso è questo Zemmour che fa girare la giostra. È lui il magnete di un polo che attrae e inghiotte ogni dibattito, a destra e a sinistra. È l’uomo che agita lo spettro del “grand remplacement” come un destino ineluttabile. La paura della sottomissione dei francesi bianchi e cristiani alle orde musulmane e di colore che stanno invadendo l’Europa.

Giustamente premiato al Salone del libro per i suoi meriti letterari, Michel Houellebecq ha astutamente evitato di scivolare sulla banana Zemmour liquidandolo come un fenomeno gonfiato dai giornalisti e vaticinando una facile rielezione di Emmanuel Macron contro un avversario che non sarà né Zemmour né Marine Le Pen. È stata un’uscita troppo banale per “il più grande scrittore francese vivente” (così è stato definito a Torino) che è stato zemmouriste ben prima di Zemmour. Un tantino meno radicale, avendo definito l’islam “la réligion des con” (degli stupidi) mentre il polemista ha dato dei terroristi a tutti i musulmani senza troppi giri di parole. Trumpiano convinto Houellebecq, più putinista Zemmour che però pare davvero un robot politico costruito nel laboratorio di scrittura del talentuosissimo Michel per rovesciare lo scenario del suo romanzo “Sottomissione” che aveva profetizzato per il 2022 l’avvento di un musulmano alla presidenza della République.

A questo punto vale però ricordare che Zemmour non è nemmeno ancora candidato. Né si sa se mai lo sarà. Stiamo dunque vivendo dentro una bolla gassosa che sta contagiando anche il vertice. Il Canard Enchaîné, beffardo ma sempre informatissimo settimanale politico, ha raccontato di un scatto di nervi di Emmanuel Macron nei giorni scorsi contro i suoi ministri, più impegnati a scrivere libri inutili che a far politica come se dessero già tutti per scontata la sua rielezione. Benvenuti in “Zemmouristan”, secondo la brillante definizione di Jean-Luc Mélenchon, capo degli “Insoummis” (che nei sondaggi batte di gran lunga Anne Hidalgo, sindaca socialista di Parigi), la terra che marca un nuovo passaggio evolutivo della monarchia repubblicana coniata da De Gaulle. Se in Italia con la premiership Draghi siamo alla presidenzializzazione strisciante del sistema, in Francia siamo entrati nella virtualità della contesa per la leadership dove un presidente in carne ed ossa si scontra con un candidato che non c’è ancora. È l’estensione del dominio della lotta, direbbe Houellebecq.

Ma intanto nel mondo degli umani succedono cose che camminano sulle gambe degli uomini. Il magazine di Le Monde, per esempio, ha scoperto che uno dei terreni più battuto da Zemmour è l’evocativa Versailles, dove si muovono in suo favore i circoli d’élite e anche la rete dei cattolici tradizionalisti. Il suo ultimo libro (“La France n’a pas dit son dernier mot”), rifiutato dal suo editore Albin Michel e uscito in self publishing con vistosi errori di stampa, è stato più volte presentato in serate private. Zemmour piace ai “bobò di destra”, ha scritto Le Monde, riesumando il termine coniato nel 68 per schernire i borghesi rivoluzionari della rive gauche. Per i politologi questo significa che Zemmour sta raschiando consensi tra gli elettori della destra un tempo gollista che nel 2017, nonostante tutto, aveva votato per François Fillon pur minato dallo scandalo della moglie assunta come assistente parlamentare. Quindi mentre Marine Le Pen da tempo ha fatto breccia in un elettorato più popolare (compresi non pochi ex comunisti) nella sua roccaforte nel Nord-Est (oltre che in Costa Azzurra e dintorni feudo del padre), Zemmour starebbe convogliando nel campo dell’estrema destra un’umanità più chic. Logica vuole che a un certo punto della commedia questi due insiemi si fondano in un unico fronte compatto. Succederà? Mentre ai rond point riappaiono i gilet gialli, la battaglia per le presidenziali francesi si gioca tutta a destra. E su questo i sondaggi sono d’accordo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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