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La crisi che ha cambiato, forse per sempre, l'Unione Europea inizia il 9 gennaio del 2020, all'altra estremità dell'Eurasia. Quel giorno, a 10.304 km da Bruxelles, un'équipe di ricercatori guidata da Xu Janguo della Chinese Academy of Engineering, a Pechino, in Cina, annuncia di essere riuscita ad isolare e sequenziare, da campioni di fluido polmonare, sangue e tamponi prelevati da un unico paziente, un nuovo coronavirus, responsabile delle misteriose polmoniti che si registravano nell'area di Wuhan, nell'Hubei, almeno da dicembre 2019.

Per l'Oms in questa fase il nuovo coronavirus, che verrà ribattezzato Sars-CoV-2 (2019-nCov in un primo momento), "può causare gravi malattie in alcuni pazienti", ma "non si trasmette facilmente da persona a persona". E' l'inizio ufficiale di quella che diventerà una pandemia globale, attesa e preannunciata da tempo dalla comunità dei virologi, inascoltati dalla politica.

L'UE GUARDA ALTROVE - A Bruxelles, in quei giorni, gli occhi sono puntati su tutt'altro, soprattutto sul riaggravarsi della crisi in Libia, in vista di un importante Consiglio Affari Esteri l'indomani, e poi sull'Iran, dopo che un Boeing 737 della Ukrainian Airlines si è schiantato al suolo poco dopo il decollo dall'aeroporto di Teheran. Si scoprirà poi che è stato abbattuto dagli iraniani, per errore.

Nessuno, a Bruxelles, sembra preoccuparsi di quello che sta accadendo nell'Hubei. E del virus che, con ogni probabilità, ha già iniziato a diffondersi in alcune aree d'Europa, quelle con legami più intensi con la Cina, come la Baviera e la Val Padana. La Cina è vicina, fin troppo vicina, ma gli europei non se ne preoccupano.

La Commissione di Ursula von der Leyen si è insediata da poco, dopo un iter piuttosto tormentato. Il Parlamento Europeo ha affossato tre candidati commissari, un ungherese e una rumena ancora prima delle audizioni, e una francese, la macroniana Sylvie Goulard, dopo due audizioni. E la fredda vendetta degli eurodeputati, dopo che Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno affossato gli Spitzenkandidaten, i candidati indicati dai gruppi politici per presiedere la Commissione, nel Consiglio Europeo-fiume di giugno.

VON DER LEYEN E IL GREEN DEAL - La Commissione von der Leyen, dopo un avvio reso faticoso dall'Aula, parte bene, all'inizio di dicembre, dandosi da subito un obiettivo alto, il Green Deal, un progetto strategico di trasformazione dell'economia europea nel 'frontrunner' delle tecnologie pulite. Von der Leyen, anche per coprirsi a sinistra in un Parlamento molto più frammentato del precedente, fa dell'obiettivo della neutralità climatica al 2050 la sua stella polare, sulla scia dei Fridays for Future dell'adolescente svedese Greta Thunberg.

L'UE VEDE LA MINACCIA - Per arrivare al massimo livello dell'agenda politica Ue, e restarci stabilmente, il coronavirus Sars-CoV-2 ci metterà un po'. Ancora il 22 gennaio, i commissari ascoltano la relazione di Frans Timmermans, Vera Jourova e Dubravka Suica sul dialogo con Consiglio e Parlamento per organizzare la Conferenza sul Futuro dell'Europa. Quello stesso giorno però l'Ecdc, l'agenzia Ue per il controllo delle malattie, da Stoccolma avverte che il potenziale impatto di un'epidemia provocata dal nuovo coronavirus è "elevato" e che è "probabile" una "ulteriore diffusione globale" del Sars-CoV-2, anche se la pandemia è per ora, apparentemente, confinata alla Cina.

Appena quattro giorni prima, il 18 gennaio, l'Ecdc aveva giudicato "bassa" la probabilità di introduzione del Sars-CoV-2 in Europa. Segno dell'incertezza e della scarsità di informazioni sul nuovo virus. Il bacillo che sconvolgerà la vita di centinaia di milioni di europei approda al collegio dei commissari nella seduta del 29 gennaio 2020, a Bruxelles. I commissari ascoltano la commissaria per la Salute, la cipriota Stella Kyriakides, e quello per la Gestione delle crisi, lo sloveno Janez Lenarcic.

E Kyriakides non minimizza affatto. Anzi, spiega ai colleghi che la crisi sanitaria provocata dalla Covid-19 in Cina costituisce una "grande minaccia per la salute pubblica", malgrado fino ad allora siano stati rilevati solo "otto casi nell'Ue, quattro in Francia e quattro in Germania". Sono tutti casi importati, non è stata rilevata trasmissione in loco. Il problema, avverte la commissaria, non è solo la grande "incertezza" che avvolge "l'origine, la trasmissibilità, la virulenza e la morbilità" del virus, ma anche "il periodo di incubazione di 15 giorni, che gli permette di diffondersi" sottotraccia.

Kyriakides raccomanda una comunicazione "responsabile e basata sui fatti", invece dei "messaggi allarmisti trasmessi dai media", che da giorni scrivono del virus arrivato dalla Cina. Ad ogni buon conto, il commissario Lenarcic informa che il 28 gennaio è stato attivato il Meccanismo Ue di Protezione Civile, "per la prima volta dalla crisi migratoria del 2015", in particolare per "il rimpatrio dei cittadini dell'Ue dall'area dell'epidemia".

Sarà uno sforzo che durerà settimane e che vedrà l'Ue assumere un ruolo di coordinamento e di supporto degli Stati membri, aiutando gli Stati a riportare a casa decine di migliaia di europei sparsi per il mondo, tagliati fuori dai blocchi dei voli scattati per cercare di arginare la pandemia. Intanto, la presidenza croata ha attivato il meccanismo Ue per la gestione delle crisi (Ipcr).

Fin da subito il periodo di incubazione della malattia, che ne rende difficile l'individuazione precoce, viene evidenziato nella discussione tra i commissari come uno dei principali aspetti critici. Ursula von der Leyen chiude la discussione informando di aver parlato con il primo ministro cinese Li Keqiang e di avergli offerto il "supporto" dell'Ue, chiedendogli in cambio di "facilitare" il rientro in patria dei cittadini europei e dei loro familiari.

L'ULTIMA PLENARIA A STRASBURGO - Il 5 febbraio il collegio non parla più del Sars-CoV-2, ma torna ad occuparsene a Strasburgo, l'11 febbraio. I commissari ancora non lo sanno, ma quello sarà l'ultimo collegio a riunirsi nella città alsaziana: la plenaria del Parlamento Europeo di febbraio, durante la quale tradizionalmente anche la Commissione si riunisce a Strasburgo, negli uffici riservati al di là del ponte sull'Ill, sarà l'ultima del 2020 a tenersi in Alsazia, dove il Parlamento deve riunirsi una volta al mese, come previsto dai trattati. Ma anche gli obblighi da trattato salteranno, con l'arrivo del coronavirus in Europa. l

L'ITALIA BLOCCA I COLLEGAMENTI CON LA CINA - In quella riunione a Strasburgo, Kyriakides avverte che è ora di "mettere in atto un approccio paneuropeo" alla gestione del coronavirus: il 31 gennaio l'Italia ha annunciato il blocco di tutti i voli diretti con la Cina. Una misura che verrà discussa nel Consiglio Salute straordinario del 13 febbraio, a Bruxelles, chiesto dall'Italia: in quell'occasione il ministro Roberto Speranza, a Bruxelles davanti ai corrispondenti italiani, rivendica la scelta fatta dall'Italia, di bloccare i voli diretti con la Cina, una misura "giusta", mirata a rendere l'Italia "più sicura".

In quel momento l'Italia è l'unica a prendere una misura così netta, attirandosi critiche non troppo velate da parte di altri Paesi europei, come l'Olanda. Altri Paesi seguiranno l'esempio italiano, poco gradito a Pechino. L'11 febbraio, a Strasburgo, Kyriakides vede chiaramente profilarsi uno dei problemi che l'Europa dovrà affrontare di lì a poco: se la crisi continuerà e i trasporti continueranno ad essere "seriamente perturbati", avverte, l'Unione avrà "difficoltà ad assicurarsi le forniture dei farmaci i cui ingredienti vengono prodotti in Cina".

I DANNI DELLA DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA - L'Ue globalizzata e aperta al commercio mondiale, che negli anni ha delocalizzato molte, troppe produzioni di base, si troverà drammaticamente scoperta su questo fronte. L'Unione Europea, sottolineerà von der Leyen in maggio, "deve essere in grado di produrre i farmaci fondamentali da sola". E' una delle grandi lezioni che la pandemia ci "ha sbattuto in faccia", dirà il commissario all'Economia Paolo Gentiloni.

Nel pieno della pandemia, von der Leyen dovrà chiamare direttamente il premier indiano Narendra Modi per pregarlo di sbloccare le esportazioni di paracetamolo verso l'Ue, dove le scorte di questo farmaco fondamentale sono ai minimi termini, perché nessuno lo produce più. Per non parlare delle mascherine, introvabili in Europa nelle prime, durissime settimane della pandemia.

CODOGNO, IL 'PAZIENTE UNO' - L'inizio 'europeo' della pandemia è fissato convenzionalmente nella notte tra il 20 e il 21 febbraio, quando nell'ospedale di Codogno, nel Lodigiano, viene individuato il cosiddetto 'paziente uno', positivo al Sars-CoV-2. La mattina del 21 febbraio Giuseppe Conte, arrivando all'Europa Building, a Bruxelles, per la seconda giornata del Consiglio Europeo straordinario sull'Mff 2021-27, il quadro finanziario pluriennale dell'Ue, dice che sono stati certificati "tre casi di coronavirus nel Lodigiano" e invita gli italiani a "fidarsi delle indicazioni ufficiali" del Ministero della Salute.

Già alla sera del 21 Giuseppe Conte, uscendo dal Consiglio Europeo straordinario sull'Mff 2021-27, finito con un fallimento, parla, prima di rientrare a Roma, di "due altri casi" a Vo' Euganeo, nel Padovano, e di "agenti virali facilmente trasmissibili", che l'Italia era "preparata" ad affrontare. I cittadini, dice, "devono essere rassicurati". Per l'Italia, specie al Nord, inizia una spirale fatta di contagi, ricoveri, ospedali sopraffatti e, purtroppo, tanti, troppi morti.

L'ITALIA PREOCCUPA - Il 24 febbraio la commissaria Stella Kyriakides dice a Bruxelles, nella sala stampa del Berlaymont, che la situazione in Italia "desta preoccupazione e dimostra quanto è importante che gli Stati membri siano preparati e pronti, nel caso debbano affrontare la stessa situazione". E avverte: come tutti i virus, il Sars-CoV-2 "non conosce confini". I casi crescono rapidamente in Italia, Iran e Corea del Sud, ma l'Oms non ha ancora dichiarato la pandemia.

Il 26 febbraio la Commissione, mentre la commissaria Kyriakides è volata in Italia, parla ancora della Covid-19 nel collegio a Bruxelles. A quel giorno, l'Ue registra già "257 casi e otto morti", annota il verbale della riunione, "per lo più anziani". I rischi di contagio sono "attualmente da bassi a moderati nell'Ue", dice von der Leyen, ma "molto più elevati nel caso di viaggi nelle aree più colpite dell'Asia".

Von der Leyen sottolinea la necessità di adottare "una posizione comune riguardo ai controlli di frontiera da parte delle autorità nazionali". E' un problema che si presenterà molto presto.

GUAI IN VISTA PER L'ECONOMIA - Quel giorno è il commissario all'Economia Paolo Gentiloni ad avvertire il collegio delle pesanti ripercussioni economiche che la Covid-19 comporterà, se non altro perché la Cina, ricorda, conta ormai "per il 19%" dell'economia mondiale e l'Hubei è un importante centro manifatturiero. Ma, in quel momento, la Commissione si aspetta ancora un impatto limitato sull'economia dell'Eurozona.

Nello scenario "più pessimista", l'area euro in quel momento è prevista crescere dell'1,2% annuo nel 2020. Le previsioni verranno ben presto radicalmente riviste, al ribasso, con una recessione che farà impallidire quella del 2009, succeduta al fallimento di Lehman Brothers. Gentiloni fa riferimento alle misure adottate dalle autorità italiane prese per "prevenire il contagio" in due aree del Nord Italia, dove "il virus ha ucciso sette persone".

SI INIZIA A PARLARE DI FLESSIBILITA' - La discussione nel collegio stavolta è più approfondita e si solleva già la necessità di adottare misure di flessibilità per il bilancio Ue, in modo da ridirigere fondi verso progetti volti ad alleviare la crisi. Questa idea prenderà forma poi nelle norme che consentono di ridirezionare fondi di coesione non spesi dagli Stati verso spese utili a contrastare la pandemia.

Von der Leyen, che di formazione è medico, in quell'occasione confessa di essere rimasta "colpita" da quanto "rapidamente" le supply chain dell'industria farmaceutica siano "minacciate".

Il 4 marzo, il collegio parla di nuovo della Covid-19, che d'ora in poi non mancherà mai nell'ordine del giorno. La commissaria Kyriakides avverte chiaramente che la Covid-19, che ancora per l'Oms non è una pandemia (la dichiarazione arriverà l'11 marzo), "potrebbe colpire tutti i settori e le politiche economiche", non si limiterà ad impattare sulla salute pubblica. In quel momento la situazione "evolve rapidamente di ora in ora" e ci sono "casi confermati", in "rapida ascesa" in 20 Stati dell'Ue. E' "consigliabile", avverte Kyriakides, prepararsi per un "sostanziale aumento" del numero dei contagi.

'SERVONO SOSTEGNI ECONOMICI' - L'Ecdc ha già passato il rischio di contagio da coronavirus Sars-CoV-2 nell'Ue a moderato-alto. E nella discussione in collegio si sottolinea che sarebbe "utile" prevedere sostegni economici, per limitare gli effetti "a breve e a lungo termine" del "calo dell'attività e della crescita legato alla crisi in corso". Già si affaccia chiaramente, nella discussione tra i commissari, uno dei problemi chiave, dal punto di vista economico: il "rischio" che la ripresa dopo l'epidemia sia "distribuita in modo ineguale", accentuando quindi le "divergenze" già esistenti tra le economie dell'Unione.

Questa consapevolezza sarà uno dei mantra che convinceranno anche i Paesi più riluttanti, alla fine, a superare i vecchi tabù e le diffidenze reciproche, nel segno di una risposta europea e collettiva alla sfida della pandemia. E già allora ai commissari è chiarissima la necessità che l'Ue resti "incrollabilmente unita", anche per evitare "tensioni sui mercati finanziari", che aggiungerebbero ad una crisi sanitaria una crisi finanziaria autoinflitta, cosa che probabilmente darebbe un colpo esiziale all'Ue, pur abituata a 'crescere con le crisi'.

Nell'Ue però, questo quadro non è ancora condiviso, né chiaro a tutti. In questa fase, a Bruxelles, si ha spesso la sensazione che la Covid venga vissuta, in fondo, come un problema italiano. Non da tutti, beninteso: la commissaria Kyriakides spiega chiaramente in collegio, il 10 marzo, che l'Italia "è attualmente la più duramente colpita, ma le proiezioni disponibili suggeriscono che la Francia, la Germania e la Spagna potrebbero presto trovarsi in una situazione simile".

IL PASSO FALSO DI LAGARDE - Quello stesso giorno, il 10 marzo, si tiene una videoconferenza dei capi di Stato e di governo dell'Ue. La situazione si sta facendo sempre più grave e al termine il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel dice che per contrastare l'effetto "recessivo" della Covid-19 occorre una "applicazione flessibile delle regole Ue, in particolare per il patto di stabilità e gli aiuti di Stato" e che la Commissione prenderà presto "decisioni" al riguardo. E' l'inizio di una svolta epocale ai vertici dell'Ue, messi di fronte al baratro della recessione provocata dalla pandemia.

Non tutti, però, sono ancora sulla stessa linea. Due giorni dopo, il 12 marzo, la presidente della Bce, Christine Lagarde, in conferenza stampa a Francoforte, rispondendo ad una domanda afferma recisamente che lei non è "qui per ridurre gli spread. Non è compito nostro". Esattamente il contrario del 'whatever it takes' di Mario Draghi, che salvò l'euro, e l'Ue, a partire dal 26 luglio 2012, mettendo fine ad anni di confusione politica. Lagarde si correggerà quel giorno stesso, non prima che piazza Affari lasci sul parterre il 17%, la peggiore seduta di sempre.

LA PROTESTA DI MATTARELLA - Il colpo è così grave che Sergio Mattarella dirama in serata una nota di durezza inedita. "L'Italia - dice il capo dello Stato - sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell'Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l'azione".

Il presidente della Repubblica è una figura di riferimento a Bruxelles perché, a differenza dei presidenti del Consiglio, resta in carica sette anni. Le sue parole non rimangono inascoltate: l'Italia è un Paese fondatore dell'Ue e, con tutti i suoi difetti (non molti di più di altri Paesi fondatori), resta un grande Paese, molto importante negli equilibri Ue. A Bruxelles ci sono italiani in posti chiave, come Paolo Gentiloni all'Economia e David Sassoli a capo del Parlamento Europeo, e sanno farsi sentire.

LA 'VERGOGNA' DELLE FRONTIERE CHIUSE - E' nel mese di marzo che, inizialmente tra incertezze e ritardi, ma poi sempre più speditamente, prende forma la svolta 'europeista' nella risposta alla pandemia. Gli Stati membri, davanti al pericolo della pandemia, chiudono le frontiere interne all'area Schengen senza un minimo di coordinamento, creando in breve il caos e provocando lunghe code alle frontiere. Non passano le merci.

Alcuni Paesi membri bloccano forniture mediche essenziali dirette in Italia, alle prese con la pandemia e disperatamente a corto di mascherine e di ventilatori polmonari, con le persone che muoiono a migliaia, soffocate dalla polmonite, negli ospedali del Nord. Si arriva persino a bloccare alle frontiere materiali salvavita come il midollo osseo, usato per i trapianti.

Non è a rischio solo Schengen, è a rischio lo stesso concetto di Europa. Paolo Gentiloni, che con il collega Thierry Breton ha lavorato senza sosta in quei giorni per riaprire le frontiere interne, dirà poi senza mezzi termini che quei blocchi sono stati "una vergogna, un'umiliazione".

LA 'SVOLTA' DI VON DER LEYEN - All'inizio di marzo Ursula von der Leyen appare presa da altre priorità, molto più tedesche, come l'emergenza migranti al confine tra Grecia e Turchia, con Recep Tayyip Erdogan che apre i rubinetti lanciando i migranti contro la frontiera terrestre con la Tracia.

Von der Leyen va in Tracia e ringrazia la Grecia, "il nostro aspìda", il nostro scudo. Ma, anche grazie a Paolo Gentiloni, l'ex ministra della Difesa tedesca capisce che è il momento è grave e che è richiesto uno scatto, un salto di qualità. Ne va della sopravvivenza dell'Ue e lei è presidente della Commissione. Nata a Bruxelles, è un'europeista a 24 carati. E reagisce. Il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'Esercito porterà via con una colonna di camion le bare delle persone uccise dalla Covid dal cimitero di Bergamo, che rischia il collasso, verso altri forni crematori, si riunisce il collegio a Bruxelles.

Questa volta la pandemia, dichiarata dall'Oms l'11 marzo, monopolizza la riunione: il verbale dedica alla Covid 14 pagine su 25, il resto è ordinaria amministrazione della macchina Ue. Von der Leyen enfatizza l'importanza "vitale" di un'azione Ue "risoluta, congiunta e coordinata", ma constata "con tristezza" che alcuni Stati membri hanno adottato "misure unilaterali", ripristinando controlli di confine alle frontiere interne. Queste misure, sottolinea, mettono a "serio rischio" il funzionamento del mercato unico e, quindi, "l'efficacia della risposta alla pandemia".

Von der Leyen si dota di un team di consulenti scientifici, tra cui il microbiologo fiammingo Peter Piot, noto per gli studi sull'Ebola e sull'Aids. Nel dibattito, in cui intervengono e relazionano quasi tutti i commissari per le rispettive aree di competenza, vengono sviscerati praticamente tutti gli aspetti della pandemia di Covid-19. Sul piano della politica di bilancio, cruciale per la risposta alla malattia, la Commissione il 13 marzo ha già adottato misure che consentono agli Stati membri di utilizzare "tutto lo spazio di manovra fornito dal patto di stabilità".

IL PATTO DI STABILITA' FINISCE IN SOFFITTA - Spazio che non è abbastanza, con ogni evidenza: le regole del patto hanno le ore contate. Il 20 marzo, due giorni dopo, la Commissione propone di attivare la clausola generale di salvaguardia, che sospende l'obbligo di rispettare i vincoli previsti dal patto. Anni e anni di 'moniti' per gli zero virgola, di lambiccamenti sul Pil potenziale e l'output gap e di quelle che Matteo Renzi definì "ridicole letterine", vengono spazzati via dalla furia della pandemia.

Anche le regole sugli aiuti di Stato, altro pilastro delle politiche Ue, sono state stravolte il giorno prima: il Quadro Temporaneo sugli aiuti di Stato, adottato il 19 marzo, dice la vicepresidente Margrethe Vestager, "consente agli Stati membri la piena flessibilità prevista dalle regole per sostenere l'economia in questo periodo difficile".

ARRIVA LA CAVALLERIA DELLA BCE - Il 18 marzo, da Francoforte, la presidente della Bce Christine Lagarde, ripresasi dal passo falso del 2 marzo, ha lanciato il Pepp, Pandemic Emergency Purchase Programme, un programma di acquisto di titoli, per un importo di 750 mld di euro. In soli tre giorni, la direzione è fissata, le istituzioni Ue si sono allineate, dando risposte coordinate e forti.

I mercati finanziari recepiscono immediatamente il messaggio: questa volta, a differenza della crisi finanziaria e del debito, gestita male, tra incertezze e politiche che hanno provocato una recessione a W, l'Europa c'è.

L'Eurostoxx 50, indice che traccia l'andamento delle cinquanta maggiori blue chip europee, tocca il minimo dell'anno il 16 marzo 2020, a quota 2.544, e risale, toccando i 3.384 all'inizio di giugno, fino ai 3.519 di oggi. Siamo ancora sotto i massimi dell'anno, toccati agli inizi di febbraio, intorno ai 3.800 punti, ma da quel momento gli investitori tornano a comprare l'Europa.

IL TERREMOTO IN CROAZIA - Mentre i mercati guardano alla prospettiva, l'annus horribilis continua. Domenica 22 marzo un forte terremoto scuote Zagabria, capitale della Croazia, che in quel semestre ha la presidenza del Consiglio Ue. Il costo in termini di vite umane è fortunatamente limitato, ma i danni materiali sono ingenti.

L'indomani, il 23 marzo, il ministro delle Finanze Zdravko Maric, da Zagabria, si collega, con la mascherina, informando che l'Ecofin "non si può tenere fisicamente a Bruxelles, a causa della Covid-19, ma purtroppo non si può tenere neppure a Zagabria, perché il nostro palazzo è rimasto seriamente danneggiato dal terremoto di ieri".

In poco tempo, tutto il funzionamento della macchina Ue si sposta progressivamente sul telelavoro. I briefing quotidiani della Commissione passano on line, a distanza, dove si svolgono tuttora.

L'UE RIMPATRIA GLI EUROPEI BLOCCATI ALL'ESTERO - G'anne bbesèste, fame, muòrte e ppèste, dicono in Molise. L'Europa deve fare i conti con problemi enormi: tra l'altro, al 25 marzo ci sono circa 300mila cittadini Ue che sono rimasti bloccati in giro per il mondo, per l'interruzione improvvisa dei collegamenti aerei. L'Ue attiva il Meccanismo di Protezione Civile e collabora con gli Stati membri per riportarli a casa.

Restare bloccati all'estero in tempo di pandemia può essere sgradevole: in alcune aree del mondo, gli europei vengono stigmatizzati, perché ritenuti portatori della "malattia dell'uomo bianco", come dice allarmato l'Alto Rappresentante Josep Borrell, al termine di un Consiglio Esteri in videoconferenza. Alla metà di aprile saranno circa 500mila i cittadini rimpatriati nell'Unione grazie a voli speciali finanziati dall'Ue.

L'ECONOMIA IN LOCKDOWN - La risposta dell'Ue alla crisi profonda causata dalla pandemia prende forma tra marzo e maggio. Gran parte d'Europa è costretta a lockdown più o meno severi, letali per l'economia. Molte imprese sono costrette a fermarsi, esplodono le ore non lavorate. Anche nei Paesi che reggono meglio il primo urto della pandemia, come la Germania, gli stabilimenti che producono auto hanno difficoltà ad approvvigionarsi di componenti.

Le supply chain sono fortemente integrate in Europa e molti pezzi delle auto tedesche sono prodotti nell'Italia Settentrionale, chiusa per Covid. I freni delle Porsche li produce la Brembo di Bergamo. Proprio la consapevolezza di questa interconnessione sarà un argomento cardine su cui farà leva Ursula von der Leyen per convincere l'opinione pubblica tedesca della necessità di aiutare i Paesi più colpiti dalla Covid.

Intanto, i lavoratori rischiano di perdere il posto e si affaccia lo spettro della disoccupazione di massa. Nessun governo sopravviverebbe ad un'esplosione del numero delle persone senza lavoro come quella che si registra negli Usa di Donald Trump, quando la pandemia arriva Oltreatlantico.

ARRIVA SURE, IL PROGRAMMA PER L'OCCUPAZIONE - Il primo di aprile la Commissione lancia Sure, un programma europeo che finanzia gli schemi nazionali che sostengono l'occupazione, come la cassa integrazione in Italia e lo chomage partiel in Francia. E' un programma da 100 mld di euro, del quale beneficeranno i Paesi più colpiti dalla crisi, in primis l'Italia, con 27,43 mld, e poi la Spagna, con 21,3 mld. A spingere per questo programma è stata la 'pattuglia' socialista nel collegio dei commissari, in primis Paolo Gentiloni, all'Economia, coadiuvato dal collega al lavoro, il lussemburghese Nicolas Schmit.

Oltre allo scopo, sostenere l'occupazione, l'aspetto più importante di Sure è quello tecnico-finanziario. In pratica, senza incontrare grandi opposizioni, Sure crea gli Eurobond che l'Italia voleva dai tempi di Giulio Tremonti, rompendo un tabù che sembrava inviolabile.

La Commissione emette, grazie alle garanzie versate dagli Stati membri che fanno da collaterale, obbligazioni, o meglio social bond, a tassi assai contenuti, se non negativi, dato che ha rating elevatissimi. Gira poi queste risorse a ciascuno Stato, sotto forma di prestito back-to back, trasferendo allo Stato membro i tassi di interesse, che sono negativi.

In pratica gli Stati, come l'Italia, che pagano ancora rendimenti consistenti per finanziarsi sui mercati, possono finanziare i programmi che sostengono l'occupazione a tassi negativi. E' uno schema che farà da modello per Next Generation Eu, il piano per la ripresa che prenderà forma di lì a qualche settimana.

Sure, strumento comunitario, avrà grande successo: finora ha dato sostegno a 18 Paesi membri. Quelli che già si finanziavano a tassi negativi sui mercati, come Francia e Germania, non lo hanno richiesto perché non ne hanno bisogno.

Sure entra in vigore dopo l'estate, poiché le garanzie necessarie devono essere ratificate dagli Stati nazionali, cosa che prende qualche mese, ma il primo social bond, due tranche da 17 mld di euro complessivi, il 20 ottobre fa il botto, con richieste oltre 13 volte l'offerta.

IL MES SANITARIO, UN FLOP - Un altro pilastro della risposta dell'Ue viene deciso nell'Eurogruppo, a livello intergovernativo e non comunitario.

Il Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, dopo lunghe trattative tra gli Stati membri dell'area euro, compresa una videoconferenza dell'Eurogruppo andata avanti tutta la notte tra il 7 e l'8 aprile, istituisce il Pandemic Crisis Support, linee di credito dedicate alle spese dirette e indirette connesse alla pandemia di Covid-19, per un importo pari al 2% del Pil 2019, disponibili fino alla fine della crisi. Per l'Italia sono circa 37 mld di euro, a tassi probabilmente negativi, visti gli elevati rating del Mes.

Tuttavia, malgrado gli sforzi fatti per 'sterilizzare' la "strict conditionality", scritta nel trattato, che vincola i fondi del Meccanismo intergovernativo presieduto da Klaus Regling, il Pandemic Crisis Support del Mes resta ad oggi inutilizzato.

Nessuno Stato ne ha chiesto l'intervento, da maggio ad oggi. In alcuni Paesi, in Italia in particolare, il Mes è ormai politicamente radioattivo, poiché la sua immagine è indissolubilmente associata al 'salvataggio' della Grecia e agli enormi sacrifici, con relativi costi umani e sociali, imposti ad Atene.

Tanto che persino un europeista convinto come il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, che pure aveva caldeggiato l'attivazione del Mes sanitario, ha recentemente invitato a non "innamorarsi" degli strumenti, che sono dei mezzi e non dei fini.

In ogni caso, come ha rivelato il commissario Gentiloni, il Pandemic Crisis Support del Mes così com'è oggi è stato negoziato "praticamente in bilaterale" dal ministro dell'Economia Roberto Gualtieri e dal collega olandese Wopke Hoekstra, un falco con gli occhi puntati alle elezioni olandesi del marzo 2021.

FLESSIBILITA' PER FONDI COESIONE - Vengono decisi anche altri strumenti, mediaticamente meno noti ma assai efficaci, come la modifica delle norme sull'uso dei fondi strutturali dell'Ue, che consentono di riutilizzare per combattere gli effetti della pandemia fondi Ue ancora non utilizzati, che altrimenti avrebbero dovuto essere restituiti. Ne beneficeranno non poche Regioni italiane. Viene anche ricapitalizzata la Bei, la Banca Europea per gli Investimenti, per aiutare le imprese.

VON DER LEYEN SI SCUSA CON L'ITALIA - Ursula Von der Leyen, una volta tracciata la rotta, ammetterà le defaillances iniziali dell'Ue. Il 16 aprile, nella plenaria del Parlamento Europeo, afferma che "è vero che molti non ci sono stati" quando l'Italia aveva bisogno di aiuto, per lottare contro la Covid-19. "Per questo è giusto che l'Europa offra le sue più sentite scuse all'Italia".

OTTO PAESI IN PRESSING SULLA GERMANIA - Intanto si muovono le capitali: il 25 marzo otto capi di governo (Italia, Francia, Belgio, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna) scrivono una lettera al presidente del Consiglio Europeo Charles Michel chiedendo di adottare "misure eccezionali", per avere una risposta "poderosa, coesa, tempestiva" alla crisi in atto.

Inizia così una forte pressione sulla Germania, che avrà successo quando Angela Merkel sceglierà di distaccarsi dalle posizioni dell'Olanda, capofila dei cosiddetti Frugali.

PRENDE FORMA L'IDEA DEL RECOVERY FUND - In quei giorni si delinea chiaramente la necessità di istituire "un fondo comune" Ue per aiutare gli Stati membri ad affrontare la crisi, come lo chiama il commissario Paolo Gentiloni il 17 aprile davanti alle telecamere di France 24. E tre giorni dopo, parlando con Der Spiegel, è ancora più preciso: l'Mff 2021-27, il Quadro finanziario pluriennale dell'Ue, è "lo strumento giusto per raggiungere questo obiettivo", dice.

E' esattamente quello che verrà proposto dalla Commissione Europea il 27 maggio, dopo che la Germania, con la cancelliera Angela Merkel e il ministro delle Finanze Olaf Scholz, si è convinta che è ora di intervenire con forza. Ne va della stessa sopravvivenza della zona euro: come spiega instancabilmente Paolo Gentiloni, la risposta degli Stati membri alla crisi provocata dalla Covid-19 è stata forte, ma ineguale.

I Paesi che, come la Germania, hanno maggiore margine di manovra, grazie a bilanci pubblici in salute (ciò in virtù anche, en passant, dei cospicui risparmi in spesa per interessi che derivano direttamente dal detenere l'unico safe asset dell'area euro), hanno potuto aiutare le proprie imprese attingendo a tasche profonde.

Altri, magari con debiti già alti, come l'Italia, hanno potuto farlo in misura molto minore. Su 2.300 mld di aiuti di Stato autorizzati al primo giugno dalla Commissione, circa la metà spettano alla Germania.

Si è creata quindi una situazione fortemente asimmetrica, che altera il 'level playing field' nel mercato unico, pone potenzialmente le condizioni perché le imprese dei Paesi più forti possano fare shopping, a prezzi di saldo, comprando quelle dei Paesi più deboli e, in definitiva, accresce, anziché diminuire, le divergenze tra i Paesi della zona euro. Che è esattamente il contrario di quello che dovrebbe avvenire in un'unione monetaria.

"Non sottovalutate la potenzialità che questa situazione ha di distruggere la zona euro", ammonisce in quei giorni il copresidente del gruppo dei Verdi Philippe Lamberts.

PARTE IL CANTIERE NEXT GENERATION EU - Parte così il progetto di Next Generation Eu: un pacchetto da 750 mld di euro, in parte trasferimenti e in parte prestiti (500 mld e 250 mld nella proposta iniziale, alla fine saranno 390 mld di trasferimenti e 360 di prestiti, ma con un rafforzamento della Recovery and Resilience Facility, cuore del piano), che verranno raccolti emettendo obbligazioni, esattamente come Sure, il programma per l'occupazione.

E' strettamente legato all'Mff 2021-27, il Quadro Finanziario Pluriennale dell'Ue, dal quale trae le necessarie garanzie. La garanzia, tecnicamente, è data dall'aumento del tetto delle risorse proprie Ue, il cosiddetto headroom.

Si tratta della differenza tra impegni e pagamenti, che viene rimpolpata alzando i primi al 2% del Reddito Nazionale Lordo Ue, con la decisione sulle risorse proprie.

Sono soldi 'virtuali', garanzie che con ogni probabilità non verranno mai escusse, ma che consentiranno alla Commissione di emettere bond per 750 mld di euro, che verranno poi girati agli Stati sotto forma di prestiti back-to-back, esattamente come avviene con Sure.

NEXT GENERATION EU E IL GREEN DEAL - Quei soldi, però, serviranno per riformare le economie dei Paesi Ue: i piani nazionali di ripresa e di resilienza, che ogni Stato dovrà redigere per accedere alle risorse Ue, create facendo debiti in comune, dovranno essere destinati per almeno il 37% alla transizione ecologica, in linea con l'obiettivo del Green Deal, la neutralità climatica al 2050, e per il 20% alla transizione digitale.

L'Italia, alla fine dei negoziati, risulterà chiaramente la prima beneficiaria di Next Generation Eu, con 209 mld di euro tra trasferimenti e prestiti. Soldi che andranno spesi per riformare il Paese e che verranno erogati a rate, sulla base della realizzazione degli obiettivi fissati nei tempi determinati nel piano.

LO SCAMBIO RECOVERY-RIFORME - Proprio la prospettiva di riformare l'Italia, a beneficio del Paese stesso e dell'intera zona euro, convincerà anche i più riluttanti, come l'Olanda, che il gioco vale la candela. Oltre al fatto, naturalmente, che senza la zona euro molte economie, come quella olandese, ma anche quella tedesca, avrebbero seri problemi.

Per l'Italia, "mettere a terra" un piano così complesso, sottolineerà più volte Gentiloni, non sarà semplice; in Italia saranno indispensabili "corsie preferenziali", perché in caso contrario il rischio di execution è altissimo.

Next Generation Eu, strettamente legato al bilancio pluriennale, verrà approvato dopo estenuanti negoziati tra gli Stati membri, al termine di un Consiglio Europeo record, iniziato venerdì 17 luglio e terminato la mattina del 21 luglio, caratterizzato da un continuo confronto tra le posizioni dei Paesi mediterranei e di quelli Frugali (Olanda, Svezia, Danimarca e Austria), che escono dal negoziato conservando dei sostanziosi 'rebates', o sconti, ai contributi al bilancio Ue.

LE RISORSE PROPRIE - a creazione di un debito comune, che andrà rimborsato, apre anche la via all'introduzione di nuove risorse proprie, cioè nuove fonti di gettito per finanziare il bilancio Ue, che vengono decise nei negoziati interistituzionali secondo un calendario chiaro, che prevede una tassa sugli imballaggi in plastica, la riforma dell'Ets, il sistema Ue di scambio delle emissioni, una 'carbon tax' alle frontiere per proteggere le imprese Ue dalla concorrenza delle aziende extra Ue inquinanti, e altre come la digital tax.

LO SCOGLIO DELLO STATO DI DIRITTO - Viene anche introdotto un meccanismo che dovrebbe proteggere l'esecuzione del bilancio Ue, cioè l'erogazione dei fondi Ue, dalle violazioni dello Stato di diritto. Lungamente negoziato tra il Consiglio Ue, che è guidato dalla Germania nella seconda metà del 2020, e il Parlamento Europeo, crea in autunno un impasse al procedere del pacchetto Next Generation Eu-Mff 2021-27. In Consiglio il meccanismo per lo Stato di diritto passa a maggioranza qualificata e Ungheria e Polonia non possono bloccarlo.

Ma Varsavia e Budapest, per rappresaglia, bloccano l'Mff 2021-27 e la decisione sulle risorse proprie, che necessitano entrambi dell'unanimità. A questo punto il Recovery Plan, mentre l'Ue dall'inizio di ottobre, dopo un'estate di relativa tregua dalla pandemia (non in Spagna, dove i contagi imperversano anche in piena estate), affronta la seconda ondata della Covid-19, è bloccato.

L'EUCO 'TEDESCO' DEL 10 E 11 DICEMBRE - Si sbloccherà solo nel Consiglio Europeo del 10-11 dicembre, dove viene rapidamente trovato un accordo, grazie ad una dichiarazione interpretativa concordata tra la presidenza tedesca e le due capitali 'ribelli'.

L'Euco del 10-11 dicembre, come viene detto in gergo comunitario il vertice dei capi di Stato e di governo, è una dimostrazione quasi plastica della volontà tedesca di risolvere i problemi sul tavolo: i leader, dalle 13 del 10 dicembre lavorano per tutta la notte e tutta la mattina dopo, sbrigando una 'grana' dopo l'altra. E' stata una riunione fisica, una delle poche, in una Bruxelles più surreale che mai, chiusa di notte per coprifuoco.

L'ACCORDO SULLA BREXIT COMMERCIALE - L'anno si chiude con la soluzione di un'incognita che restava irrisolta sul tavolo, la Brexit 'commerciale', cioè l'uscita del Regno Unito, che ha già lasciato l'Ue nel gennaio scorso, anche dal mercato unico e dall'unione doganale, a partire dal primo gennaio 2021.

I negoziati si sono chiusi con un accordo che ha evitato di aggiungere, ad una crisi sanitaria ed economica di proporzioni inedite, anche una crisi commerciale e logistica tra le due sponde della Manica.

A metà dicembre sembrava che ci si avviasse decisi verso il no deal, poi le cose si sono sbloccate. In un anno in cui il Sars-CoV-2 ha dettato l'agenda, anche la Brexit, un dossier spinosissimo che rischiava di avvitarsi in una crisi senza fine, è stata decisa per effetto di una mutazione del coronavirus arrivato dalla Cina.

L'isolamento di una 'variante inglese' del Sars-CoV-2, sospettata di essere più aggressiva, ma non più letale, ha portato ad un'improvvisa chiusura delle frontiere, con code infinite di camion a Dover ed enormi disagi per i cittadini Ue che dalla Gran Bretagna volevano tornare a casa e per i cittadini britannici che volevano fare la stessa cosa

Le misure, improvvise, sono state decise da alcuni Stati Ue per ragioni di salute pubblica: anche se la variante non sembra essere più letale, la sua sospettata maggiore contagiosità allarma le autorità sanitarie, perché l'ultima cosa di cui ha bisogno l'Europa in questo momento è un aumento dei contagi e, quindi, dei ricoveri in ospedale.

La variante inglese ha causato problemi anche ai britannici che si erano recati sulle Alpi svizzere per approfittare degli impianti di risalita aperti: le autorità elvetiche, all'improvviso, hanno deciso di mettere tutti coloro che erano arrivati in Svizzera dal Regno Unito in quarantena, retroattivamente. Risultato, centinaia di britannici sono fuggiti da Verbier, nel Vallese, per rifugiarsi in Francia e sfuggire all'incubo di una vacanza in quarantena anziché sugli sci.

Covid e Brexit si sono intrecciate sulle due sponde della Manica, dando un assaggio di quello che sarebbe potuto succedere con una Brexit commerciale 'dura'. I negoziati hanno ricevuto una spinta decisiva e si sono chiusi il pomeriggio della Vigilia di Natale, dopo una notte di trattative infinite, protrattesi per tutta la mattina, con i cronisti infreddoliti a fare doorstepping fuori dal numero dieci di Downing Street, intrattenuti dalle prodezze del gatto Larry.

Il 'chief mouser' della residenza del primo ministro ha quasi ucciso un piccione, sotto gli occhi della stampa, riscattandosi così dalle accuse di pigrizia che gli erano piovute addosso per aver ignorato un topo che si era avventurato nello studio di David Cameron, quando era primo ministro.

Il video del balzo del felino, ripreso prontamente con lo smartphone da un reporter di Pa Media, è diventato subito virale, con oltre 2,9 mln di visualizzazioni su Twitter.

I PUNTI DELL'ACCORDO SU BREXIT - Non c'è gara con le 339mila visualizzazioni della conferenza stampa di Ursula von der Leyen e di Michel Barnier sull'accordo, dove pure sono state spiegate cose importanti.

Primo, il level playing field, la concorrenza leale nell'Ue, viene garantita da un meccanismo bilaterale che prevede che ciascuna parte possa adottare misure di rappresaglia nei confronti della controparte, se ritiene che ci siano violazioni dell'accordo e dei rispettivi standard ambientali, sociali, di diritti del lavoro eccetera.

Una cosa che Boris Johnson aveva pubblicamente definito inaccettabile, salvo poi firmare un accordo che la prevede.

Secondo, la governance dell'accordo prevede che le controversie vengano risolte da un organismo misto bilaterale, liberando così i britannici dalla giurisdizione della Corte di Giustizia dell'Ue, bestia nera dei Brexiteers.

Terzo, la pesca viene risolta con un accordo che dà ai pescatori europei, specie francesi ma non solo, una visibilità di cinque anni e mezzo, anziché di un solo anno come volevano i britannici.

Von der Leyen, pur non gioendo poiché il divorzio dal Regno Unito rappresenta comunque un colpo per l'Ue, ha detto di sentirsi sollevata, perché finalmente, dopo oltre quattro anni dal referendum britannico, la pagina della Brexit viene chiusa.

Il capo negoziatore dell'Ue Michel Barnier, che ha portato a termine la sua missione, ha avvertito che in ogni caso dal primo gennaio ci saranno "cambiamenti", dato che essere fuori dall'Ue non è la stessa cosa che essere Paese membro.

E Londra dal primo gennaio sarà fuori dal mercato unico e dall'unione doganale, cosa che avrà "conseguenze": non ci saranno dazi né quote, ma le merci dovranno comunque passare la dogana.

NON TUTTE LE BREXIT VENGONO PER NUOCERE - A Bruxelles, comunque, non sono pochi quelli che vedono il bicchiere mezzo pieno. E' vero che perdendo il Regno Unito l'Ue perde un pezzo da novanta, un Paese importante, potenza nucleare, con un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu (ora l'Ue ne ha uno, quello della Francia), ma è altrettanto vero che, con ogni probabilità, l'Ue non sarebbe riuscita a fare i passi che ha fatto in questo terribile 2020 se il Regno Unito fosse stato ancora in Consiglio.

Il dogma della politica britannica, nei secoli, è sempre stato quello di dividere il Continente, unica vera garanzia di sicurezza per l'isola. La storia non si fa con i 'se', ma se i Paesi Frugali, persa la sponda della Germania, avessero trovato quella della Gran Bretagna, è difficile immaginare che il Recovery Plan avrebbe visto la luce in queste forme.

ARRIVANO I VACCINI - Il 2020 si chiude con l'arrivo dei vaccini, la via scelta dagli Stati Ue per superare la pandemia di Covid-19 e percorsa solo grazie alla Commissione Europea.

Pur in ritardo rispetto agli Usa, che sono uno Stato federale e che fin da subito, con l'operazione Warp Speed voluta da Donald Trump e l'azione decisiva della Barda, hanno puntato grosso sui vaccini, l'Ue è riuscita, benché disponga di competenze limitatissime in campo sanitario, a siglare contratti con sei case farmaceutiche per preacquistare, per conto degli Stati membri, vaccini contro la Covid.

Finora la Commissione ha firmato sei contratti con produttori di vaccini contro la Covid-19: Astrazeneca (400 mln di dosi), Sanofi-Gsk (300 mln), Janssen di Johnson & Johnson (dosi per 400 mln di persone), BionTech-Pfizer (300 mln di dosi), Curevac (405 mln di dosi) e Moderna (160 mln di dosi). Sono stati conclusi i colloqui con un settimo produttore, Novavax, una biotech del Maryland (Usa) quotata al Nasdaq: il contratto dovrebbe prevedere l'acquisto di 100 mln di dosi, con l'opzione per altri 100 mln.

E' vero che i vaccini sui quali l'Ue ha puntato di più, quello di Astrazeneca e quello di Sanofi/Gsk, hanno entrambi dei problemi, specie il secondo, ma va ricordato che, quando la Commissione ha negoziato i contratti, non poteva sapere chi avrebbe 'vinto' la corsa al vaccino.

E, a parte il fatto che giudicare a posteriori è facilissimo ma i leader si trovano spesso a dover prendere decisioni sulla base di informazioni frammentarie e incomplete, non andrebbe dimenticato un dato fondamentale.

Come sottolineano fonti europarlamentari, senza l'azione dell'Ue nella negoziazione centralizzata dei vaccini, molti Stati dell'Unione, specialmente i più piccoli, non avrebbero avuto alcuna chance nella corsa al vaccino.

Mentre gli Stati più grandi avrebbero comunque ottenuto dei vaccini, a condizioni peggiori di quelle spuntate dalla Commissione, sarebbero finiti in fondo alla coda.

Grazie sia al potere di acquisto dell'Ue, che negozia per 440 mln di cittadini, sia al know how della sua burocrazia, in grado di trattare da pari a pari con imprese multinazionali, tutti gli Stati dell'Ue avranno accesso ai vaccini, nello stesso momento e alle medesime condizioni, in ragione della rispettiva popolazione.

E ieri Malta, il più piccolo Paese dell'Ue, ha vaccinato la sua prima cittadina, l'infermiera Rachel Grech, dell'ospedale Mater Dei, nei pressi della Valletta, insieme ai Paesi più grandi dell'Ue.

Al di là delle polemiche, legittime, questo è un indubbio successo dell'Ue. Basti pensare a cosa sarebbe accaduto all'Unione se, per esempio, Germania, Francia, Italia e Spagna si fossero aggiudicate il vaccino e Malta o la Bulgaria no.

Del resto Attilio Fontana, presidente leghista della Lombardia, regione più popolosa d'Italia e la più colpita dalla pandemia, il 27 dicembre ha definito l'Unione Europea "qualcosa di fondamentale per il futuro del nostro Paese", parlando all'ospedale Niguarda di Milano, indossando una mascherina blu con le stelle gialle dell'Ue.

La Lega a Bruxelles siede tuttora nel gruppo Identità e Democrazia, insieme all'estrema destra francese del Rassemblement National e a quella tedesca di Alternative fuer Deutschland, i nemici giurati di Angela Merkel.

PARTITE LE VACCINAZIONI - L'anno 2020, anno bisesto e funesto, nell'Ue si chiuderà nel segno della speranza, dopo un Natale in semi lockdown in mezza Europa.

Il 27, 28 e 29 dicembre si tengono gli Eu Vaccination Days, un avvenimento mirato a rassicurare la popolazione e che, al di là del suo carattere mediatico, segna comunque l'avvio delle vaccinazioni nell'Ue, con le prime dosi del vaccino sviluppato da Pfizer e BionTech, che vengono consegnate a partire dallo stabilimento Pfizer di Puurs, nelle Fiandre, in scatole in grado di conservare il vaccino a -70 gradi per una decina di giorni, grazie al ghiaccio secco.

Al vaccino di Pfizer-Biontech, autorizzato dall'Ema e poi dalla Commissione il 21 dicembre, dovrebbe seguire quello di Moderna, sul quale l'Ema si pronuncerà il 6 gennaio 2021. Le voci secondo le quali l'Mhra britannica potrebbe dare l'ok al vaccino di Astrazeneca il 4 gennaio, non prima, rinfocolano le attese di un'approvazione non troppo lontana anche nell'Ue.

LA SVOLTA ATTESA IN TARDA PRIMAVERA - Secondo fonti parlamentari Ue, se tutto procederà senza intoppi, entro fine febbraio-fine marzo i Paesi Ue avranno vaccinato tutte le persone delle categorie a rischio, cosa che dovrebbe comportare un consistente calo nel numero dei decessi, che in maggioranza falcidiano la popolazione anziana.

Con l'auspicato calo dei decessi, l'arrivo della primavera, e il procedere delle campagne vaccinali nei vari Paesi Ue, la pandemia dovrebbe "cambiare di segno", prevedono le stesse fonti. Con il procedere dell'immunizzazione della popolazione, gireremo "pagina rispetto alla Covid", come ha detto von der Leyen, per non vivere più un altro autunno, e un altro inverno, come questo del 2020-2021.

Il 2020, l'anno in cui l'Ue è diventata adulta, forse per sempre, è stato un anno denso e terribile. Sono mancate solo le cavallette, si potrebbe dire, se non fosse che nel Corno d'Africa nel 2020 si sono registrate ripetute invasioni di sciami di locuste del deserto, grandi come non se vedevano da decenni, che hanno devastato campi e raccolti in Kenya, Etiopia, Uganda, Somalia ed Eritrea.