"Io, che vivo con il cuore di Marta Russo"

«In Italia si parla troppo poco di trapianti e tanta gente che potrebbe donare gli organi non lo fa. Il risultato è che muoiono ancora troppe persone che, invece, potrebbero salvarsi». Domenica Virzì, 53 anni, di Catenanuova, in provincia di Enna, è la donna che il 9 maggio 1997 ricevette il cuore di Marta Russo, la studentessa uccisa da un colpo di pistola all’università «La Sapienza» di Roma.  Quindici anni dopo quel terribile omicidio, la signora Virzì ha deciso di ricordare la sua storia «sperando che serva a far capire ai tanti italiani che ancora hanno dubbi quanto la donazione degli organi sia importante per i malati. Se io sono ancora viva lo devo a quella povera ragazza uccisa e alla scelta difficile fatta dai suoi genitori, che quel giorno, donando gli organi della figlia, salvarono la vita a sei persone».

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Ci racconti come andò.

«Fin da piccola soffrivo di una malattia cardiaca. Subii due interventi, durante il secondo ebbi un infarto e il mio cuore ne uscì distrutto. Avevo 30 anni e i medici mi dissero che solo con un trapianto avrei potuto salvarmi. Ma io ero contraria».

Rifiutò il trapianto?
«Avevo i miei tabù, mi sembrava di fare qualcosa di contrario alla fede se avessi accettato il cuore di un'altra persona. Ero, invece, più favorevole a donare i miei di organi dopo la morte. Così, quando mi chiamarono da Roma per dirmi che c’era un cuore per me, dissi che non mi interessava. I medici insistettero: “È quello della ragazza uccisa alla Sapienza”. Ma io non sapevo niente di quello che era accaduto a Roma, poiché da mesi non guardavo più i Tg».

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Per quale motivo?
«Smisi di farlo dopo la morte di Nicholas Green (il bambino americano ucciso, il 29 settembre 1994, durante un tentativo di rapina sull'autostrada A3 in Calabria, ndr). Quel delitto mi aveva talmente scioccata che decisi di non seguire più nessuna trasmissione Tv».
Che cosa le fece cambiare idea sul trapianto?
«I medici mi dissero che avevo due scelte: morire anche io, perché questo sarebbe accaduto se non mi fossi operata, oppure ricominciare a vivere insieme a Marta. Chiesi qualche minuto per decidere e telefonai al mio prete».

Che cosa accadde dopo?
«Quella notte ero sola a casa. Il sacerdote venne a casa mia. Mi disse che la decisione spettava solo a me. Insieme aprimmo la Bibbia su una pagina a caso, la frase che lessi mi fece cambiare idea. Il messaggio diceva che le cose della Terra appartengono alla Terra e le cose di dio appartengono a Dio, e Dio farà nuove tutte le cose. Lo interpretai come un invito ad accettare quel cuore. Poche ore dopo ero all'ospedale di Catania. Dopo l’intervento avvertii un forte desiderio di incontrare i genitori di Marta Russo».

Li contattò subito?
«Premetto che sono stata fortunata, perché la legge vieta di conoscere il nome del donatore. Ma il nostro era un caso eccezionale, tutto il mondo seppe chi aveva ricevuto il cuore di quella povera studentessa uccisa da un proiettile vagante mentre passeggiava con un’amica nei cortili dell’università (per il delitto sono stati condannati due assistenti della facoltà di Giurisprudenza, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, ndr). Mio padre e mio marito inviarono dei fiori al funerale. Dopo un anno incontrai i coniugi Russo. Fu emozionante, mi sembrava di conoscerli da sempre».

Com’è cambiata la sua vita dopo il trapianto?
«Sono rinata, e con me la mia famiglia. Prima dell’intervento stavo preparando tutti a vivere senza di me. Non avrei mai immaginato di vedere il matrimonio dei miei tre figli e i miei quattro nipotini. Fin da subito ho aderito all’associazione fondata dai genitori di Marta Russo per sostenere la donazione degli organi. Con Liana, la madre di Marta, andiamo nelle scuole a parlare ai ragazzi: lei racconta il dolore della sua perdita e l’importanza di donare. Io come ho riacquistato la vita».

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