007 di periferia, tra boxe e fritti. Trame dall'assurdo nella strage di Charlie Hebdo

Cesare Martinetti
·Giornalista
·4 minuto per la lettura
Charlie Hebdo (Photo: Huffpost Italy)
Charlie Hebdo (Photo: Huffpost Italy)

Infinite e misteriose sono le vie che portano al Jihad, ma una sola cosa è sicura: che in ognuna di esse, a un certo punto, saltano fuori i Servizi segreti. In genere dietro personaggi improbabili con un passato militare e un rapporto oscuro con qualche corpo dello Stato. Nel caso della Francia e di Charlie Hebdo, questo uomo si chiama Claude Hermant, ha un testone così sul quale sembrano avvitati gli occhiali neri e la faccia di uno con cui non è facile discutere. Le armi che in quelle tragiche 48 ore tra il 7 e il 9 gennaio 2015 hanno fatto diciassette morti a Parigi, sono arrivate ai terroristi islamisti passando dalle sue mani.

Hermant, ex militare con un passato di missioni in Congo e Croazia, militante dell’estrema destra, personaggio che si muove con agilità e - a quanto pare - con la protezione della gendarmerie attraverso quella frontiera tra Francia e Belgio che sarebbe una porta simbolica dell’Europa ed è invece un affaccio sull’abisso. Di lì nel fatidico 2015 sono passate le armi per l’attacco a Charlie, di lì dieci mesi dopo sono passate armi e killer della tragedia del Bataclan.

Hermant è apparso l’altro giorno davanti alla Corte d’Assise di Parigi nella sorprendente veste di semplice testimone. Un omone, “l’incrocio tra un molosso e un gladiatore”, com’è descritto nel resoconto quotidiano dello scrittore Yannick Haenel sul sito charliehebdo.fr. T-shirt XXL impregnata di sudore, cranio rasato alla Marlon Brando di Apocalypse Now, boxeur, gerente di una friggitoria e di un terreno di paintball, militante identitario, animatore della Maison Flamande, addirittura un ex leader dell’estrema destra di Lille, secondo il quotidiano locale la Voix du Nord.

Ha raccontato con apparente naïvité di aver capito che le armi degli attentati erano le sue qualche giorno dopo averle viste al telegiornale. E quando il presidente della Corte gli ha chiesto che effetto gli faceva, ha aggiunto che a pensarci non ci poteva dormire la notte, anche perché i Servizi erano informati: “Io vendevo armi per infiltrarmi”. E dunque la macchina degli attentati si poteva intuire e fermare. Si è definito una “fonte”, autorizzata a rivendicare il “segreto difesa” per i suoi traffici. La polizia non ha smentito, i gendarmi convocati a testimoniare su questo punto hanno fatto scena muta. Déja vu.

Dopo i giorni della commozione e dell’emozione al processo è arrivata l’ora dell’indignazione, dalle parole al piombo, brutalmente rievocato con la domanda fondamentale che c’è dietro a tutto: chi ha armato i fratelli Kouachi e il loro solitario emulo Amedy Coulibaly? Due fucili d’assalto e un lanciagranate, per i massacratori dei vignettisti di Charlie; due fucili d’assalto e sei pistole automatiche, Tokarev e Nagant per l’assalitore del supermercato Kasher.

Come sempre in questi casi i percorsi sono tortuosi e l’immaginazione non tiene il passo della realtà. Accanto a Hermant, agiva un suo doppio, tale Christophe Dubroeucq, di mestiere buttafuori a Roubaix, soprannominato a buona ragione “Il Monstro” (in italofrancese), un’altra montagna di muscoli, anche lui legato ai servizi che gli avevano anche affidato un telefonino per rimanere sempre in contatto. Questo Dubroeucq, nei primi mesi del 2015 era stato arrestato dalla polizia ceca alla frontiera con la Slovacchia con il baule dell’auto pieno di fucili mitragliatori Uzi e Skorpion VZ61. Interrogato, il Monstro aveva rivendicato il suo ruolo di infiltrato e fornito i contatti con i servizi francesi. Il quotidiano online mediapart.fr ha ricostruito l’intreccio con Hermant e servizi. E si è scoperto che già nel 2014 l’informatore dava notizia di vendite da parte della slovacca Afg di armi “demiltarizzate” provenienti da vari eserciti, compreso quello svizzero e che attraverso diversi circuiti finivano “nei quartieri”, come dire nelle banlieues dove prosperano grandi banditi e gruppuscoli radicalizzati. Il magazzino della friggitoria di Hermant era in realtà un deposito d’armi, gli scambi avvenivano nel parcheggio di un Decathlon o nel cimitero di Villeneuve d’Ascq, a Lille.

In breve dalla primavera 2014 gli informatori Hermant e il Monstro avevano partecipato e rivelato il traffico delle armi che avrebbero ucciso a Parigi in quel fatidico gennaio 2015. Il paradosso è che i fanatici islamisti sono stati armati dai militanti di un’estrema destra identitaria e anti islamica. Ma allora tutti questi infiltrati a cosa sono serviti? Pure Hermant, che poi ha scontato una condanna per questi traffici, ha teatralmente esclamato: “Impedire gli attentati era possibile”.

Si fa presto a dire dopo, però questi sono i fatti ed il processo che finora era stato una rivisitazione drammatica ad alto impatto emotivo collettivo sulla strage di Charlie, ha preso improvvisamente un’altra piega, rivelando - come scrive nella sua ultima cronique Yannick Haenel - un “mondo infernale dove il massacro degli innocenti è coperto dal blabla degli impuniti”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.