13 precetti per una vera alternativa riformista

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A view of Palazzo Chigi in Rome, Italy, on June 16, 2021. Palazzo Chigi is the Italian government headquarter. (Photo by Lorenzo Di Cola/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)
A view of Palazzo Chigi in Rome, Italy, on June 16, 2021. Palazzo Chigi is the Italian government headquarter. (Photo by Lorenzo Di Cola/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

Chi sottolinea che il flop della legge Zan in Parlamento prefiguri una nuova maggioranza, capace di portare Berlusconi al Quirinale con l’aiuto di Renzi, sottovaluta il fatto che è più facile stringere un accordo per guastare, piuttosto che per costruire. Però è vero che tra i bastioni immobili del bipolarismo italiano, tra le bandierine identitarie di Letta-Conte e di Salvini-Meloni, si è aperta un’autostrada, ancorché manchi lo svincolo per accedervi. C’è chi pensa di erigerlo sequestrando Draghi al Governo, dando modo al suo risoluto pragmatismo e al suo linguaggio essenziale di germogliare e crescere nell’opinione pubblica e tra le forze politiche. Ma c’è anche chi lo progetta con l’invio dell’ex banchiere della Bce al Colle e con l’impegno di questo a non sciogliere le Camere: un suo vice a Palazzo Chigi e un anno di tempo servirebbero poi a cementare quell’embrione di maggioranza Ursula che volterebbe in un’alleanza strategica venticinque anni di acerrimo conflitto tra la sinistra e Berlusconi.

In un caso e nell’altro, alla supplenza di Draghi si assegna un ruolo pedagogico e incentivante, senza il quale nessuno scommetterebbe sulla capacità della politica di fare da sé. L’idea che un’alternativa riformista, terza rispetto alle due polarità antagoniste in cui si articola oggi l’offerta dei partiti, possa nascere per una ricomposizione autonoma del quadro politico è poco più che un’ipotesi di scuola. Non sembrano crederci più di tanto neanche quei nuovi soggetti che, come Carlo Calenda, sono i più adatti a rappresentarla, e che dicono di prefiggersi l’obiettivo del dieci per cento nelle urne per condizionare e, se possibile, scompaginare il bipolarismo.

In realtà la posta potenziale in palio è molto più alta, poiché l’esperienza di Draghi ha resuscitato una borghesia che sembrava scomparsa e che s’identifica, non tanto in una connotazione sociale o censitaria, ma in una coscienza critica: quella di chi ormai riconosce, diffidandone, il linguaggio capovolto dell’offerta politica, il suo riportare ogni questione a posizioni di principio lontane dalla realtà, la sua demagogia del promettere ciò che non è mantenibile, o che è mantenibile solo al prezzo di farlo pagare ad altri, spesso i più deboli, e tra questi i giovani. C’è una quota di società civile, fatta di operai come di manager, di impiegati come di professionisti, che riconosce di primo acchito il falso di cui è fatta la retorica dei partiti. Ha capito che Quota 100 e il reddito di cittadinanza non producono lavoro e sviluppo, allo stesso modo con cui la legge Zan e l’eredità universale ai diciottenni non promuovono nessun diritto effettivo. Questa minoranza silenziosa è già una maggioranza relativa, che trae fiducia a mano a mano che Draghi coraggiosamente disbosca i mille paletti posti sul suo cammino da forze politiche in evidente crisi di identità, come ha fatto con la manovra da ventitré miliardi appena approvata.

Questa nuova alleanza, nata in nome di un linguaggio di verità, prefigura una responsabilità collettiva condivisa da rappresentanti e rappresentati, come non si vedeva da molti anni. Ma non potrà mai diventare un’alternativa concreta, né imprimere la svolta che il Paese attende, se resta l’effetto di una supplenza di un Cincinnato a Palazzo Chigi, e se la politica non fa suo il moderatismo integrale, il compromesso virtuoso, il coraggio decisionale che il metodo di Draghi ha portato a Palazzo.

È pur vero che, nel rimescolamento di ruoli e priorità che la premiership ha innescato, è iniziata la corsa a intestarsi l’eredità del riformismo, con l’obiettivo di mettersi sulla scia dell’azione di governo. Ma il rischio che tutto si risolva in un tatticismo nominale è tutt’altro che scongiurato.

Proviamo allora a definire le coordinate essenziali di una politica che si pretenda sintesi di tre grandi culture riformiste oggi senza voce della democrazia italiana: il liberalismo, il socialismo e il popolarismo. L’elenco che segue vuole essere una traccia di discussione:

1) tutelare e promuovere una nuova libertà come spazio di condivisione di diritti e di doveri;

2) progettare una transizione energetica ed ecologica compatibile con le ragioni dello sviluppo umano;

3) perseguire la lotta alla povertà e la redistribuzione patrimoniale quali funzioni di una corretta crescita economica;

4) ripudiare ogni forma di fiscalità che determini una espropriazione della ricchezza;

5) adottare il merito come leva di ogni processo civile ed economico, e come fonte di maggiori responsabilità dei migliori verso la società;

6) svincolare le politiche del welfare dalla ricerca del consenso e separare l’assistenza dal sostegno al lavoro;

7) incoraggiare il lavoro con l’investimento sui saperi, la formazione e una politica industriale e dello sviluppo centrate sull’innovazione e sulla flessibilità;

8) regolare il rapporto ottimale tra pubblico e privato sulla base di una valutazione dei vantaggi per i cittadini utenti dei servizi, e combattere l’assistenzialismo e lo statalismo quali degenerazioni delle politiche pubbliche;

9) subordinare le riforme e gli impegni contratti dallo Stato alla salvaguardia della capacità di progettare il futuro per le generazioni successive;

10) avviare una transizione generazionale, affinché la solidarietà sociale s’indirizzi sempre più dai giovani verso gli anziani, e non viceversa;

11) considerare la legge penale l’extrema ratio della democrazia liberale e ripudiare ogni pena che non si giustifichi con una funzione rieducativa;

12) rivalutare la delega del potere e del sapere come gli architravi della democrazia rappresentativa, rifiutare le contrapposizioni ideologiche e le semplificazioni demagogiche, promuovere il compromesso come metodo e correggere le personalizzazioni riportandole a una dimensione politica;

13) finanziare e regolare lo sviluppo dei mezzi per la formazione di un’opinione pubblica matura e consapevole.

Chi sottoscrive queste condizioni sta fuori dalle pretese e dai pregiudizi ideologici del bipolarismo e dall’arroccamento identitario che li esprime. Per comprenderlo basta confrontare le proposte e le battaglie dei partiti degli ultimi mesi con i precetti. Si può contestare la legittimità del Green Pass se ci si riconosce in una libertà intesa come spazio di condivisione di diritti e di doveri? Si può chiedere l’immissione in ruolo senza concorso dei precari della scuola se si adotta il merito come leva di ogni processo civile ed economico, e come fonte di maggiori responsabilità dei migliori verso la società? Si può difendere Quota 100 se si subordinano le riforme e gli impegni contratti dallo Stato alla salvaguardia della capacità di progettare il futuro per le generazioni successive? Si può concepire l’ergastolo ostativo se si ripudia ogni pena che non si giustifichi con una funzione rieducativa?

Sono pochi esempi, ma dimostrano che un’alternativa riformista non può costruirsi solo con operazioni di ingegneria politica e istituzionale. Senza l’ampiezza e la chiarezza di un dibattito sui temi e sui programmi, non si snida il bipolarismo arroccato dentro il suo fortino di pretese e pregiudizi ideologici, né si disarma l’idea dei leader dei quattro principali partiti di arrivare zero a zero alla fine dei tempi supplementari nel 2023, per giocarsi la vittoria ai rigori tra una destra e una sinistra egualmente inaffidabili e incapaci di governare. Ancorché difficile, la battaglia delle idee è ancora l’unica risorsa che la democrazia ha per non svegliarsi dal sonno autoindotto di un governo di salute pubblica e riscoprirsi più vecchia, più stanca e più rassegnata di prima.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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