I 17 mesi di leadership di Draghi in Europa

Ufficio Stampa / AGF

AGI - Mario Draghi rischia di andarsene proprio nel momento in cui l'Europa ha più bisogno di lui. Si riassume così - in un titolo di Politico - il sentiment di Bruxelles nei confronti dell'ennesima, ma questa volta inattesa, crisi politica italiana.

"Seguiamo con preoccupato stupore", aveva detto il commissario europeo all'Economia, ex premier dell'Italia, Paolo Gentiloni. E il presidente del Consiglio, Mario Draghi, non aveva ancora presentato le sue dimissioni, respinte dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

In queste ore si ripete spesso quanto sia importante Draghi per l'Italia in Europa. Ma a Bruxelles si parla molto, in realtà, di quanto sia importante Draghi per l'Europa. L'uomo del whatever it takes, il salvatore dell'euro.

La sua leadership è rimasta indiscussa in questi diciassette mesi alla guida di una delle prime economie - ma anche tra le più bistrattate - dell'eurozona.

Nonostante non siano mancati punti di frizione con gli altri leader (con i frugali spesso sui conti) ma qualche volta anche con la Commissione, in particolare nella fase iniziale della gestione dell'acquisto congiunto dei vaccini. Ma Draghi resta l'ex presidente della Bce. Quando parla, gli altri lo ascoltano.

Andando anche contro i rigidi riti istituzionali dell'Unione, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha fatto sapere come più volte abbia "enfatizzato la collaborazione" con Draghi in questi mesi di lavoro. L'entourage del presidente del Consiglio, Charles Michel, monitora con interesse diretto la situazione. La vice presidente della Commissione, Margrethe Vestager, ha sottolineato quanto sia stata (o lo sia ancora) stretta la collaborazione con i ministri che si occupano dei suoi dossier: Colao, Franco e Cingolani.

L'Europa ritiene Draghi importante non solo alla guida dell'Italia ma anche per l'Europa stessa. Specie in un momento in cui l'Unione ha bisogno di leader carismatici. Ora che è evidente che il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, probabilmente non riuscirà mai a sostituire Angela Merkel e che il presidente francese, Emmanuel Macron, sarà preso dalla politica interna (non potendo contare su una maggioranza forte) più di quanto abbia preventivato.

Il premier italiano aveva un ruolo da protagonista sui tavoli europei in almeno tre questioni cruciali: la riforma della governance economica, il tetto al prezzo del gas e uno strumento di debito comune per alleviare il peso economico della crisi energetica, che sia Recovery o Sure.

Partite importantissime che si giocheranno entro l'anno: già a settembre la Commissione europea presenterà le sue proposte per la riforma del Patto di stabilità e per gli interventi contro il caro energia, che potrebbero comprendere anche un price cap.

All'ultimo vertice dei capi di Stato e di Governo dell'Unione Draghi aveva insistito per un summit straordinario a luglio proprio sull'energia. Alle fine si terrà - il 26 luglio - una riunione straordinaria dei ministri dell'Energia. Ma la titolarità dell'azione gli è stata riconosciuta anche nel Parlamento europeo, per bocca del presidente del gruppo del Ppe, il tedesco Manfred Weber.

"Sostengo l'iniziativa di Draghi per il price cap e per un vertice Ue straordinario", aveva detto in Aula rivolgendosi a von der Leyen e al premier ceco, Petr Fiala, che ha la presidenza di turno dell'Ue.

Così come nessuno può negare il ruolo che ha avuto il presidente del Consiglio italiano nella reazione europea all'invasione russa dell'Ucraina. Sua la proposta di congelare gli asset della Banca centrale russa all'estero, costati a Mosca 300 miliardi di dollari. Suo il sostegno fin dal princpio della concessione dello status di Paese candidato a Kiev, quando persino Francia e Germania erano contrari.

Draghi è stato uno dei primi a lanciare l'allarme sulla crisi del grano e a mobilitarsi per sbloccare i porti ucraini. Ed è uno dei migliori candidati per poter mettere allo stesso tavolo i presidenti di Russia e Ucraina, Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Per caratura ma anche grazie al filo diretto che ha con gli Stati Uniti.

Anche per questo von der Leyen ha bisogno di Draghi. Spesso il suo intervento è stato risolutivo per portare avanti le politiche dell'esecutivo europeo. L'Italia è stata l'unico Paese ad aver bloccato l'esportazione delle dosi di Astrazeneca in piena crisi di fornitura. Allora era guidata da Draghi da meno di un mese.

Draghi e von der Leyen hanno organizzato a Roma il Summit globale per la salute per non ripetere gli errori del passato. Non è secondario che, in piena crisi del Sofagate (quando la leader Ue fu lasciata senza sedia da Erdogan e Michel), nessuno l'abbia difesa come ha fatto lui. Sfiorando l'incidente diplomatico con Ankara. 

Ma soprattutto Draghi è riuscito a dimostrare ai frugali europei che l'Italia è in grado di elaborare un Piano di ripresa e resilienza mastodontico (il più corposo tra i Ventisette) ed essere in grado di rispettare tutte le scadenze per ottenere i fondi promessi. Almeno finora, sotto la guida dell'ex presidente della Bce.

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