1961: Studio Uno cambia faccia alla tv

Cinquant'anni fa, la sera di sabato 21 ottobre 1961, in modo apparentemente casuale, la storia sociale d'Italia vira improvvisamente dal suo corso cambiando inesorabilmente il destino degli italiani. Le avvisaglie c'erano già state, ma sottotraccia, senza clamori particolari, prove (poco) generali di qualcosa ancora indistinto, quasi informe. Ma quella sera cambia davvero molto, quasi tutto, nei gusti, nelle scelte, nelle abitudini di un popolo predisposto a cogliere l'attimo.

La televisione, compagna di placide cene in famiglia da sette anni, dopo la messa in onda del Telegiornale, spara il suo colpo a sorpresa. E fa centro. Dal nulla appaiono due coppie di gambe femminili, lunghe, interminabili, e le due ragazze che le mulinano a tutto schermo si scatenano in una canzoncina destinata a diventare un marchio di fabbrica. Loro sono le gemelle Kessler, Alice ed Ellen, tedesche. La musichetta, scritta da Bruno Canfora, entra come una bufera, a tutto volume, nelle case e nelle teste di chi è lì, davanti quella tv in bianco e nero e senza alternativa. Quanto al testo, oggi lo si definirebbe demenziale, e potrebbe essere attribuito agli Skiantos o a Elio, ma è stato, invece, un'invenzione di Dino Verde: "Hello boys, traversando tutto l'Illinois, valicando il Tennessee, senza scalo fino a qui, è arrivato il dadaumpa". Il fatto che nel Tennessee e nell'Illinois il dadaumpa non esista è un particolare irrilevante.

Inizia così Studio Uno, la prima trasmissione ufficiale della televisione in cui il varietà trasferisce i suoi talenti dai palchi polverosi dei teatri o dell'avanspettacolo al salotto di casa del sabato sera. In precedenza, sì, c'era stato qualche tentativo, il più riuscito quello di Giardino d'inverno, iniziato il 21 gennaio 1961 (altro sabato), e con molti protagonisti che ritroviamo proprio in Studio Uno. Il buon successo di Giardino d'inverno, infatti, convince i dirigenti della Rai a riprovarci, ma stavolta in modo meno timido. La squadra è di prim'ordine: Antonello Falqui alla regia, Guido Sacerdote e Verde ai testi, Canfora alla direzione d'orchestra, le Kessler alla sigla, Carlo Cesarini da Senigallia alle scenografie e l'italo-americano Don Lurio alle coreografie. Falqui capisce che l'idea non solo è buona ma va cavalcata con spirito guerriero. Così, le Kessler, già censurate e costrette a due pesanti calzamaglia per coprire al massimo le gambe in Giardino d'inverno, anche per Studio Uno avranno la calzamaglia d'ordinanza, ma un po' più leggera; non tanto, per carità, il "vedo non vedo" dev'essere assicurato.

A coprire il lato B delle stangone teutoniche ci pensano due stravaganti mantelli più somiglianti a delle tende e così la censura è sistemata. Fatto sta che quei mantelli sono in grado di infilarsi con destrezza proprio tra le gambe delle due tedescotte intente a ballare il dadaumpa, creando il classico effetto tipo: "Ehi, tu, dove guardi? Proprio qui? Come mai?" Aggirata la censura così abilmente, Studio Uno spicca il volo. La nascita del varietà televisivo, sì, poteva anche essere datata precedentemente, ma è con Studio uno che raggiunge la sua piena affermazione: piace anche nelle sue scelte più ardite, come quella di mostrare senza paura, di tanto in tanto, i tecnici o le telecamere o le giraffe dei microfoni, per dare la sensazione di uno spettacolo aperto e senza trucchi.

Piacciono (oh, se piacciono) agli uomini le Kessler, sogno proibito di un'Italia fatta di maschi sempre pronti a vantare un'ars amatoria che però le femmine sarebbero pronte a smentire, se solo potessero. Ma Studio Uno piace anche alle donne, che ritroveranno nella pacatezza spiritosa e garbata di Lelio Luttazzi e nella verve esorbitante di Walter Chiari il giusto melange di come vorrebbero i loro uomini: belli ma pacati, sicuri ma mai alteri. La squadra dietro le quinte è di prim'ordine e il successo travolgente. Il varietà del sabato sera diventa un'istituzione grazie a Studio Uno e Falqui si merita il "bene-bravo-bis" che significa per lui altro lavoro, tanto lavoro. Alle undici puntate del 1961, infatti, se ne aggiungeranno altre 44, fino al 25 giugno 1966, con protagonisti entrati a buon diritto nella storia delle famiglie televisive: da una splendida e sorprendente padrona di casa come Mina al Quartetto Cetra, passando per Paolo Panelli e il caustico Luciano Salce, o la divina Franca Valeri con la sua imperdibile sora Cecioni: "So' la fija de la sora Augusta, quella maritata Cecioni"). E anche per gli ospiti Studio Uno diventa una vetrina decisiva.

Nel teatro di via Teulada, nel corso delle 55 puntate, passano divi e personaggi cui Falqui lascia le briglie sciolte per uan decian di minuti, un'eternità secondo i canoni della televisione odierna. Così, Mina fa dà spalla a un malinconico, misurato e ormai cieco, ma sempre graffiante Totò, a un galante e saudente Vittorio De Sica, a un pigro ma bellissimo Marcello Mastroianni, al mattatore Vittorio Gassman, allo scompigliato Adriano Celentano. Studio Uno diventa un'istituzione televisiva, il palco migliore per gli ospiti che traggono nuova linfa dall'esperienza dal vivo. È il caso, per esempio, di uno straripante e scatenato Alberto Sordi, in una puntata che resta tra le più belle della storia della nostra Tv (1966), quando si complimenta con Mina: "Sei grande, sei 'na fagottata de robba".

A Studio Uno si avvicenda anche, nel 1964, una specie di sua piccola succursale, Biblioteca di Studio Uno, dove protagonista è il Quartetto Cetra in una serie di parodie da romanzi celebri. Il successo è assicurato anche in questo caso: comicità garbata, gusto dell'ironia, addirittura sense of humour: non mancano gli ingredienti per divertire in modo soave e intelligente senza apparire saccenti ma riuscendo a essere sempre popolari. O nazional-popolari. Perché è su quello schema di varietà televisivo che nasce un genere senza uguali ma con un numero di imitazioni da far invidia anche al celebre slogan della Settimana Enigmistica.

Il varietà della cura dei particolari e delle produzioni di grande effetto, costose, certo, ma capaci di portare a casa l'affetto del pubblico. Così, il sabato sera degli italiani, con Studio Uno diventa il sabato del villaggio televisivo. E il giorno dopo, tutti in giro a fischiettare il dadaumpa, italiani allegri e spensierati, com'erano quegli anni. E quando oggi i vari blob, schegge, teche, da-da-da e affini ripropongono alcuni frammenti di Studio Uno, chissà come mai, tutti guardano in divertito silenzio i duetti di Mina con Celentano, i toccamenti espliciti di Sordi, i birignao sarcastici di Gassman, come se si sfogliasse l'album di famiglia. Perché alla fine di tutto, Studio Uno è stato il maschio alfa del varietà televisivo e, forse, senza neanche averne coscienza.

Marcello Guido



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