2 lavoratori su 3 sceglierebbero l'holiday working: "È una rivoluzione"

Ilaria Betti
·.
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Woman sitting with laptop on the summer beach at sunset (Photo: Natalie_magic via Getty Images)
Woman sitting with laptop on the summer beach at sunset (Photo: Natalie_magic via Getty Images)

Lavorare respirando a pieni polmoni l’aria aperta della campagna, oppure da una casa vista mare o in uno chalet di montagna: non è un’utopia, ma una tendenza che si imporrà sempre di più. Si chiama “holiday working” e, secondo un’indagine condotta da AirBnb, sarà la formula preferita degli smart workers per la prossima stagione: due lavoratori su tre, intervistati dal colosso dell’ospitalità, hanno ammesso di sognare di lavorare da remoto da un luogo solitamente giudicato “di vacanza”. Guai, però, a definirla un scelta da alternativi. Alberto Mattei, fondatore della community “Nomadi digitali”, ci tiene a fare una precisazione: ”L’immagine dello smart workers che con lo zainetto gira per il mondo è uno stereotipo - afferma ad HuffPost -. La pandemia ha accelerato un cambiamento già in atto: la gente sta capendo che per lavorare non ha bisogno di andare in ufficio, che può farlo da casa o addirittura da luoghi di vacanza e questa è una rivoluzione. La libertà aumenta la nostra produttività, la creatività, il nostro benessere generale. E non deve essere per forza vista come una scelta ‘di nicchia’”.

Lo sa bene Paolo, consulente aziendale, che quest’estate, ha trascorso due settimane nell’agriturismo Ferronio, un casale immerso nella campagna reatina. Paolo non era solo col suo computer: insieme a lui c’era la moglie, i due figli e altre tre coppie di amici con bambini. “Tutti eravamo lì per lavorare da remoto e goderci nello stesso tempo un po’ di relax insieme - racconta ad HuffPost -. L’idea ci è venuta appena dopo il lockdown: cercavamo un posto non troppo lontano da casa e dotato di wifi, dove potessimo lavorare comodamente, e in cui i nostri figli potessero divertirsi. Alternare una call ad un tuffo in piscina era un’idea che ci allettava particolarmente e così ci abbiamo provato. Non solo è stato un successo, ma ci ha lasciato addosso la voglia di riprovare un’esperienza simile al più presto”.

#nomadidigitali

Pubblicato da Nomadi Digitali su Lunedì 12 ottobre 2020

Secondo l’indagine di Airbnb, condotta su un campione di 2.000 dipendenti d’azienda e basata sulle ricerche di prenotazione sul portale nel mese di settembre, sembra che la pandemia abbia pian piano fatto scaturire nella mente delle persone una nuova intuizione: non è necessario abitare nelle vicinanze del luogo in cui si lavora. Il 60% degli intervistati ha ammesso di aver pensato - spinto dal ricordo dei mesi di quarantena - di trasferirsi in campagna, mentre il 66% ha già in programma per i prossimi mesi - se le condizioni dei contagi da Covid-19 lo consentiranno - di lavorare da remoto lontano dalla propria residenza.

Il campione si dice pronto ad assaporare lo smart working, ma meglio se fuori porta: il 34% cercherebbe una sistemazione raggiungibile in giornata in automobile dalla propria residenza, meglio se all’interno della stessa regione (20%). Solo il 13% prenderebbe in considerazione un altro paese europeo. Ma non si va da nessuna parte senza connessione: 1 ricerca su 2 per soggiorni di oltre 7 giorni su Airbnb è vincolata alla presenza del wi-fi.

Preparata la valigia e con il computer sottobraccio, dove si va? Stando sempre all’indagine di Airbnb, il 39% degli intervistati lavorerebbe con piacere da una casa vista mare, il 20% nel calore di uno chalet di montagna, il 13% da una casa al lago. C’è chi poi preferisce l’attico di una grande città (il 7%) e chi si accontenterebbe semplicemente di un cambio di scenario, quindi di una casa in una città diversa.

Sogni a parte, l’Italia è davvero pronta ad accogliere gli smart workers? “Il Bel Paese con il suo clima ideale, la sua vastità di scenari, il buon cibo potrebbe diventare davvero il paradiso degli smart workers, eppure siamo ancora molto indietro - afferma Alberto Mattei -. Non è solo un fattore di connessione, che in alcune aree geografiche è assente o mal funzionante. Bisogna anche creare spazi adatti a chi lavora da remoto. Della serie: è bello lavorare in inverno in Sardegna, c’è pace, la natura è mozzafiato. Ma si è anche isolati. Quindi è necessario pensare a nuove strutture di ospitalità: offrire spazi di co-living, oppure luoghi in cui il professionista possa relazionarsi con altri lavoratori da remoto”.

Qualcuno intanto ci sta provando. Da nord a sud, in Italia stanno nascendo piccole ma interessanti realtà che puntano a coniugare il buon vivere e lo smart working. Come nel comune di Santa Fiora sul Monte Amiata, in provincia di Grosseto, dove è stato indetto un bando con incentivi sull’affitto per chiunque voglia trasferirsi lì e lavorare da remoto. Al grido di “Vieni a Santa Fiora. Lavora in smart working”, il paesino punta a trasformarsi nel primo “smart working village” d’Italia grazie alla banda ultra larga recentemente posata. L’iniziativa si rivolge a tutti, dai dipendenti pubblici e privati ai lavoratori autonomi. Il bando prevede l’erogazione di voucher per coloro che prenderanno casa per almeno due mesi, che andranno a copertura delle spese sostenute dal lavoratore per l’affitto dell’abitazione, fino ad un massimo del 50% della spesa sostenuta, per un importo mensile non superiore ai 200 euro e per una durata non superiore ai sei mesi, eventualmente prorogabili dal Comune. Non mancano i servizi per far sentire il lavoratore davvero indipendente: dalla baby sitter, all’idraulico, dal medico all’elettricista, dalla consegna dei pasti a domicilio al noleggio dell’e-bike.

FARE DI NECESSITÀ VIRTÙ #Latronico #cittàdelbenessere Vivi in una città e lavorerai in smart working? Allora perché...

Pubblicato da Fausto De Maria su Giovedì 22 ottobre 2020

Cercasi smart workers anche nel comune di Pontremoli, in Toscana, “il posto migliore di questa galassia”, afferma il messaggio promozionale della pagina Fb. Il motivo è presto detto: “In un’oretta raggiungi mare, monti e 8 città (Milano è a 2 ore). Hai fibra e più di 100 esercizi commerciali e servizi sotto casa. Trovi una comunità viva che ti accoglierà a braccia aperte. Ti troviamo anche casa (no, non stai sognando)”. Simile l’annuncio di Latronico, in provincia di Potenza, il cui sindaco Fausto De Maria ha lanciato un appello su Facebook: “Vivi in una città e lavorerai in smart working? Allora perché non vieni a vivere nella nostra Latronico in questi mesi! Il miglior modo per difendersi dal Coronavirus! Tanto verde, aria pulita, e tante buone cose. Case in affitto e/o vendita da trovare anche sul sito del nostro comune”. Il borgo, 4.500 anime e nessun positivo al momento, proponendosi come “baluardo del benessere” vuole risolvere il problema dello spopolamento, dato che il 5 per cento del patrimonio immobiliare è vuoto ed è a prezzi bassi.

C’è poi l’esperienza degli Smartrekkers, una nuova iniziativa che vorrebbe unire lo smartworking al trekking. “Grazie alla diffusione della banda larga, è finalmente possibile lavorare parte dell’anno anche da un rifugio alpino”, si legge nella descrizione del gruppo Facebook che riunisce gli appassionati di questo nuovo stile di vita. In Lombardia intanto è stata inaugurata la prima alta via di smart trekking: lungo 65 chilometri, il percorso richiede 16 giorni, contando la possibilità di camminare il week end e di fare smart working durante la settimana, potendo contare sulla banda larga offerta dai rifugi. Un’idea perfetta per chi si lamenta e dice che, lavorando da remoto, non cammina mai.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.