3,5%: il numero magico che potrebbe salvare il pianeta

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09 November 2021, United Kingdom, Glasgow: An activist from the environmental movement Extinction Rebellion cries during a joint protest with members of indigenous communities outside the grounds of the UN Climate Change Conference COP26 in Glasgow. For two weeks in Glasgow, some 200 countries are wrestling with how the goal of limiting global warming to 1.5 degrees compared to pre-industrial times, if possible, can still be achieved. Photo: Christoph Soeder/dpa (Photo by Christoph Soeder/picture alliance via Getty Images) (Photo: picture alliance via Getty Images)
09 November 2021, United Kingdom, Glasgow: An activist from the environmental movement Extinction Rebellion cries during a joint protest with members of indigenous communities outside the grounds of the UN Climate Change Conference COP26 in Glasgow. For two weeks in Glasgow, some 200 countries are wrestling with how the goal of limiting global warming to 1.5 degrees compared to pre-industrial times, if possible, can still be achieved. Photo: Christoph Soeder/dpa (Photo by Christoph Soeder/picture alliance via Getty Images) (Photo: picture alliance via Getty Images)

In migliaia hanno marciato in questi giorni per le strade di Glasgow per chiedere ai leader mondiali concrete decisioni per rallentare il cambiamento climatico. Le loro richieste, per ora, non hanno però ricevuto sufficiente ascolto. E allora una delle principali domande che si pongono gli attivisti di Fridays For Future è: “Quante persone sono necessarie per costringere i governi a prendere più seriamente le nostre richieste? Se non sono sufficienti milioni, chi dobbiamo chiamare ad unirsi a noi?”. A questa domanda forse c’è una risposta. Come riporta il The Atlantic, infatti, il numero perfetto di persone da coinvolgere ed attivare per essere ascoltati dalle istituzioni potrebbe essere il 3,5%. Si intende della popolazione di un Paese, ma anche della popolazione mondiale. E non è una cifra a caso. È emersa infatti da una ricerca della politologa Erica Chenoweth, che ha scoperto che i movimenti non violenti richiedono la partecipazione attiva di almeno il 3,5% di una popolazione per ottenere un concreto cambiamento politico. Chenoweth ha studiato centinaia di proteste che si sono tenute tra il 1900 e il 2006 e ha fatto notare come la struttura di tali proteste sia applicabile anche ai movimenti contemporanei, tra cui Extinction Rebellion, un gruppo internazionale di difesa del clima con sede a Londra. I fondatori di questo movimento citano Chenoweth come fonte di ispirazione e dichiarano pubblicamente di aver bisogno del coinvolgimento di 2 milioni di persone, ovvero circa il 3,5% della popolazione britannica, per avere davvero successo.

Ma perché proprio 3,5%? La risposta è semplice e l’ha fornita proprio Chenoweth, intervistata dal The Atlantic lo scorso anno. “Se il 3,5% della popolazione di un paese o del mondo sostiene un problema o una proposta politica, è in grado di formare un blocco elettorale. Questo numero di persone rappresenta una fetta di consumatori nonché di forza lavoro abbastanza consistente da attirare l’attenzione di chi è al potere” ha osservato la politologa. Chenoweth ha spiegato che le proteste non violente hanno più successo delle loro controparti violente perché sono più “abili a ottenere un sostegno ampio e diversificato dalle società in cui si svolgono”. Questo non perché fanno appello alla moralità di chi è al potere, ma piuttosto “perché limitano effettivamente la governabilità minando il loro sostegno in vari pilastri della società”. E con il 3,5% di popolazione impegnata in questi movimenti cambiare qualcosa, secondo la studiosa, forse è possibile.

Alcuni movimenti, come anche quello per il clima, hanno già dimostrato di essere in grado di influenzare le decisioni delle istituzioni. Tuttavia non sono ancora riusciti ad attivare il 3,5% della popolazione. Fridays for Future, movimento nato da Greta Thunberg nel 2018 come sciopero scolastico solitario per protestare contro l’inerzia dei governi sul clima, nel tempo ha attirato milioni di partecipanti in tutto il mondo e ha fatto guadagnare a Thunberg una piattaforma internazionale, dandole la possibilità di incontrare leader mondiali e istituzioni globali. In Gran Bretagna, il movimento Extinction Rebellion è riuscito ad influenzare il Parlamento nel 2019 nella decisione di impegnarsi a raggiungere zero emissioni nette di carbonio entro il 2050. Negli Stati Uniti, al Movimento Sunrise, guidato da milioni di giovani, è stato riconosciuto il ruolo di aver portato l’attenzione all’emergenza climatica nell’agenda nazionale.

Nessuno di questi movimenti ha però raggiunto il 3,5%. Molti di loro hanno perso fama perché ostacolati dalla pandemia, che li ha costretti online. Altri sono stati criticati e hanno perso consensi per alcune dimostrazioni troppo dirompenti, come Extinction Rebellion. Insulate Britain, un ramo di Extinction Rebellion, è diventato famosa per il suo impegno nella disobbedienza civile, che a volte ha comportato il blocco di ponti, autostrade e trasporti pubblici. E per questo meno del 20% dei britannici ha una visione positiva di questo movimento.

La grande differenza tra i movimenti del passato e quello sul clima di oggi è che quelli del passato hanno avuto il tempo di raggiungere il 3,5% di persone attive. Fridays For Future invece questo tempo non ce l’ha. Per questo alcuni attivisti pensano a piccoli gruppi moderati e laterali che facciano da spalla a quello più grande per il clima. Un esempio è la nascita di Lawyers for Net Zero o Parents For Future, già diffusi anche in Italia. Tali movimenti potrebbero avvicinare il movimento per il clima al 3,5%, anche se, secondo molti attivisti, questa cifra non sarebbe comunque sufficiente. “Bisogna avere un
grande corpo di persone che siano attivamente a sostegno del movimento e un
un corpo ancora più grande di persone che siano disposte a compiere i
tipi di cambiamenti che stiamo cercando” spiega l’attivista Rupert Read. “Questo è uno dei motivi per cui dobbiamo stare attenti alle strategie eccessivamente polarizzanti”.

Insomma, anche una volta raggiunto il 3,5% non è detto che le richieste del movimento vengano prese in considerazione. Dana Fisher, esperta di attivismo ambientale presso l’Università del Maryland e collaboratrice del prossimo rapporto dell’Organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, ha spiegato al The Atlantic che “in termini di riduzione delle emissioni di CO2, c’è pochissima letteratura che dimostri che
i movimenti hanno avuto qualche effetto”. 3,5% o no, secondo Fisher “ci vorrà più tempo e condizioni meteorologiche più estreme perché ci sia una sufficiente volontà politica di cambiamento”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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