I 50 anni di Msf: "L'indipendenza salva i nostri pazienti"

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Cinquant'anni di umanità. Cinquant'anni di Medici Senza Frontiere. Di nuove sfide che si sommano a vecchie sfide. Di emergenze nuove o che sono lì da 'sempre' ma sono crisi dimenticate. Msf nasce ufficialmente il 22 dicembre del 1971, un piccolo gruppo di medici e giornalisti. Oggi è un'organizzazione medico-umanitaria internazionale e interculturale con 65.000 operatori in 88 Paesi. I "principi" sono rimasti gli stessi, sono cambiate le "modalità d'azione", c'è stata una "crescita" rispetto al tipo di interventi e all'"efficacia". Ma "siamo rimasti uguali, nello spirito siamo rimasti gli stessi - dice all'Adnkronos Stefano Di Carlo, da maggio direttore generale di Msf in Italia, che aveva otto anni quando è nata l'organizzazione - Quello che ha sempre dato la propulsione alla nostra attività sono stati i principi umanitari, essere umanitari, essere un'organizzazione medico-umanitaria". Un "concetto" che gli "sembra molto confuso nella comunicazione pubblica" perché "il concetto di essere operatori umanitari, un'organizzazione umanitaria si lega molto ai principi di umanità, imparzialità, indipendenza e neutralità".

E' arrivato da poco il "grazie, ma non possiamo accettare, felici se i fondi sosterranno altri progetti" di Msf agli iscritti del Movimento 5 Stelle che hanno scelto l'organizzazione tra quelle organizzazioni a cui destinare le restituzioni dei portavoce. "Noi non siamo un attore politico - dice Di Carlo - Siamo un'organizzazione che ha prima di tutto a cuore i pazienti e lo dobbiamo fare in modo imparziale". Valutare "in funzione dei bisogni e dell'urgenza".

"Siamo stati attaccati in passato per attività che abbiamo fatto anche in Italia, come i soccorsi in mare, ritenendoci e considerandoci un'organizzazione politica e criminale. Questo per noi è stata una mistificazione di quello che vuol dire l'essenza della nostra azione", rimarca, sottolineando come per l'organizzazione sia "fondamentale" poter "dialogare con attori politici su temi che sono cari ai nostri pazienti". Un "interesse totale al dialogo con qualsiasi attore". Diverso "è accettare finanziamenti da attori politici - afferma - perché questo metterebbe fortemente in discussione la nostra indipendenza rispetto all'azione umanitaria". In alcuni Paesi in cui Msf lavora, "essere percepiti come indipendenti e neutri vuol dire poter raggiungere il paziente o vuol dire non poterlo mai raggiungere e - sintetizza - è quindi una questione di vita o di morte".

I migranti? Ilaria Rasulo, 43enne veronese che con Msf ha lavorato in campi rifugiati, non esita a rispondere ricordando che "bisognerebbe tornare un po' indietro negli anni e far ricordare a tutti che noi stessi italiani siamo stati i primi a emigrare dopo la Seconda Guerra Mondiale". Parla di "persone che sono costrette ad andar via", di "ultimo spiraglio di poter mantenere una dignità umana" e di un fenomeno che "non si bloccherà se non si bloccheranno le guerre".

Denunciare crisi e violenze, portare cure, salvare vite. Msf, nel 1999 Premio Nobel per la Pace, è questo. E oggi, dice Di Carlo, "non possiamo permetterci di dimenticare o di non vedere o di non indignarci per cose che sono sotto nostri occhi e che sono tragiche". "Le crisi possono essere prevenute con una politica diversa e - dice - questo è quello che ci si aspetta dai governi di oggi". Il pensiero corre all'Afghanistan, dove da metà agosto i Talebani sono di nuovo padroni e dove "non si riescono più a pagare i servizi sanitari", dove "la crisi umanitaria sta prendendo dimensioni incredibili" e "in gran parte a causa dei blocchi dei finanziamenti, del congelamento delle liquidità" con un "impatto devastante su un Paese che ha vissuto sugli aiuti per 20 anni", sulle "vite degli afghani, le stesse persone dall'altra parte del mondo diciamo di voler aiutare".

Non solo l'Afghanistan. Tanti contesti preoccupano Msf. Di Carlo, biologo romano, parla di Haiti, terra della sua prima missione nel 2008 e nel 2010 anche di Rasulo, del "terremoto durante la crisi in Afghanistan", l'estate scorsa, di un "Paese sta entrando sempre più nel caos", di "gang che a Port-au-Prince stanno prendendo il controllo di parti sempre maggiori della città", di come "oggi siamo molto più difficile lavorare rispetto a dieci anni fa". E parla anche di Repubblica democratica del Congo, di Repubblica Centrafricana. Rasulo racconta del nordest della Siria e dell'Etiopia. Nel nordest del Paese arabo, dove le proteste del 2011 sono degenerate in una sanguinosa repressione e poi in un conflitto, è stata la sua ultima missione. Ha trascorso lì i primi otto mesi di quest'anno da vice capo missione e, dice all'Adnkronos, "situazione rimane ancora molto grave". Come "entrare in una cartolina della Seconda Guerra Mondiale" con "otto milioni di sfollati interni" in un Paese "in cui si andava in vacanza".

I conflitti. Ma anche pandemia e cambiamenti climatici tra le sfide. La pandemia ha influito "tantissimo" sul suo lavoro dell'organizzazione, all'inizio più a livello logistico, ed oggi è "fortissima" nei Paesi in cui lavora Medici Senza Frontiere, Paesi in cui spesso si somma a crisi umanitarie in atto. Non è solo la differenza nella capacità di prevenzione, è che "per molti Paesi l'accesso ai vaccini è un lusso o un sogno", sintetizza Di Carlo. Nel nordest della Siria "non arrivano le vaccinazioni, quelle classiche che facciamo da bambini - dice Rasulo - E ti ritrovi ad avere malattie che potrebbero non esserci". Il vaccino anti-Covid? "E' da mettersi le mani nei capelli", replica.

E poi i cambiamenti climatici, sfida globale, che - avverte Di Carlo - "andranno ad avere progressivamente degli effetti molto, molto seri e preoccupanti sui nostri pazienti di oggi". "Vediamo tantissimi indizi del fatto che le cose stiano cambiando a causa dei cambiamenti climatici", dice. Un esempio? "Vediamo in Paesi l'emergere di patologie che prima non esistevano - spiega - La malaria o la febbre dengue in aree dove prima non c'erano". E una "recrudescenza di crisi alimentari, chiaramente legate alla regolarità delle piogge in alcuni Paesi".

E l'acqua. Nel nordest della Siria, dice Rasulo, è "la prima cosa che serve" ed "è uno dei fattori" che lei dice di "notare negli ultimi anni dovunque vada". "L'acqua e la malnutrizione". Due anni fa era a Gambella, in Etiopia, vicino al confine con il Sud Sudan, "responsabile di due campi rifugiati" con "più di 180.000 persone". Racconta di quei due campi "per 15 giorni senza acqua", della sua battaglia per l'acqua. "Sono andata via dopo dieci mesi contenta perché qualcosa iniziava a muoversi - dice - Ogni 20 giorni ci facevamo cinque o sei giorni senza acqua".

Quella era la sua seconda volta in Etiopia. La prima, nel 2013, a Wardher, "tre giorni di viaggio da Addis Abeba" con tutto quello che comporta per le forniture. "Unico ospedale della zona - ricorda - Maternità sempre piena, con casi difficilissimi". Qui ha fatto assistenza "a nove parti, di cui sette erano bambini morti". Rasulo racconta di una missione "molto forte" perché "qualcuno moriva tutti i giorni", anche "un bambino di tre anni morso da un serpente in testa, morto dopo 48 ore" per il quale hanno "cercato di far di tutto".

Di fronte ai cambiamenti climatici, l'obiettivo di Msf è "ridurre entro il 2030 il 50% delle emissioni delle nostre operazioni", ovvero - spiega Di Carlo - "potenziare gli strumenti" per le attività cercando al contempo di "ridurre l'impatto ambientale".

A 50 anni dalla nascita l'organizzazione conta su apparato logistico che le consente di "essere su un'urgenza in qualsiasi posto del mondo, operativi in 48-72 ore", sottolinea Di Carlo. Anche con "capacità di gestire operazioni aeree" e di costruire ospedali dal nulla. Sono passati mesi dall'intervento di Msf a Lodi e Codogno, "dove - ricorda - c'era necessità anche della nostra esperienza in epidemie", e oggi Msf a Roma "supporta la Asl per un progetto di vaccinazione di gruppi di migranti" e in Italia più in generale lavora su "vittime di violenza e tortura a Palermo e a Roma su salute materno-infantile". Sul Covid continua il lavoro all'estero. In 50 anni, osserva Di Carlo, "siamo diventati più internazionali, più senza frontiere". "Aiutare le persone che hanno bisogno, i più vulnerabili - conclude Rasulo - paga tutti i sacrifici".

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