I 70 anni di Alessandro Benvenuti, la burbera star de "I delitti del BarLume"

Antonella Piperno

Alla soglia dei suoi 70 anni, li compirà  il 31 gennaio, Alessandro Benvenuti è  un uomo che si sente ancora professionalmente in cammino. Tanto che potrebbe tornare presto, annuncia all'Agi, dopo tanti e troppi anni, a una regia cinematografica: “Ho avuto una proposta interessante, ma è ancora top secret, non posso dire nulla. Ma il pizzicorino me l'hanno fatto venire ‘I delitti del BarLume'". Ovvero la serie tratta dai gialli di Marco Malvaldi (su Sky Cinema al ritmo di due film all'anno, diretti da Roan Johnson) cominciata con  “Donne con le palle”, che ha ambientato le indagini degli irresistibili vecchietti-detective, i “bimbi” del “quartetto uretra” di cui fa parte Benvenuti - Emo,  nel mondo del beach volley femminile, tra relativi (e apprezzati dall'anziano quartetto) didietro in mostra e mondo delle scommesse. 

Lunedì 20 gennaio comincia la settima stagione con “Ritorno a Pineta”, che segna il grande rientro dal Sud America del protagonista Filippo Timi (Massimo Viviani, il barista-investigatore dell'immaginaria Pineta), dopo due anni di assenza e migliaia di chilometri di distanza. Nel cast, insieme a Benvenuti (Emo) e Viviani si ritrovano Lucia Mascino (il commissario Fusco), Stefano Fresi (il fratellastro di Massino), Corrado Guzzanti (lo strepitoso assicuratore veneto), Atos Davini (Pilade), Massimo Paganelli (Aldo), Marcello Marziali (Gino), Enrica Guidi (la sexy Tizi), Paolo Cioni (Marchino).

A 70 anni che bilancio fa della sua vita professionale?

“Nutro un grande rispetto per me stesso: il mondo dello spettacolo era un mio sogno fin da quando ero bambino e credo che se non avessi fatto l'attore sarei andato in galera, perché sono troppo intemperante. E oggi non sento la mia età se non quando sento qualche affanno in più sul palcoscenico. Mi sento una persona dalla carriera pulita, non ricattabile, non legata al potere e quindi libera, ho sempre detto la verità alle persone ed è questo l'insegnamento che ho dato alle mie figlie”.

Alla sua famiglia ormai ha aggiunto la famiglia di fatto del BarLume…

“Ormai siamo stati adottati dagli abitanti di Marciano Marina, all'Isola d'Elba, la location di Pineta: per girare gli ultimi due episodi ci siano trasferiti lì da maggio a luglio scorso ed è divertente vedere come un paese che non è il tuo lo diventi: si creano dinamiche affettuose con le persone, abitudini rassicuranti. Il successo di questa serie si deve anche alla semplicità del luogo. I delitti del BarLume ripropongono atmosfere da Italia in bianco e nero degli anni Sessanta, un'Italia che non c'è più, condita da una normalità e da una rilassatezza paesana di cui si sente nostalgia in un Paese in cui oggi non dominano, soprattutto in politica, i toni civili, ma dove si urla, si vocia e regna una rabbia che alimenta la paura”.

Lei è entrato nella serie dalla seconda stagione, dopo la scomparsa di Carlo Monni (Ampelio) con un personaggio, quello di Emo Bandinelli, ex suocero di Timi, che non esiste nei gialli originali di Malvaldi. Quell'anziano burbero le somiglia?

“Malvaldi mi ha cucito addosso il personaggio, Emo mi è stato dedicato, ma non mi somiglia, io non gioco neanche a carte come lui al bar con gli amici, se non qualche volta a burraco, costretto da moglie e figlie. Ogni tanto mi dedico giusto a dei solitari con le carte da ramino, è il mio mondo per mettermi in pausa, per non pensare, come quando guardo film americani di cassetta. Non mi serve giocare con le carte perché io gioco da sempre con il teatro . Ma per interpretarlo mi sono incarnato in mio padre, che era molto sanguigno, uno zolfanello pronto ad accendersi, talvolta anche violento nelle sue emozioni”.

Non è la prima volta che si ispira a suo padre…

“L'avevo già portato in scena, al cinema e al teatro parecchie volte a partire dal Gino Gori di “Benvenuti in casa Gori” e  mi piace molto il fatto che ad interpretarlo fosse Carlo Monni che io ho sostituito, dopo la sua morte, ne “I delitti del BarLume”. E non si tratta dell'unico link: la serie ha dato vita a due ramificazioni affettive: la grande amicizia con Fresi si è tradotta nello spettacolo teatrale  Donchisci@tte, ora in tournée, cui seguirà, sempre a teatro, quella di “Chi è di scena”, testo comico-thriller dove sarò sul palco con Paolo Cioni, il Marchino dei Delitti del Barlume e che ho scritto proprio per continuare a coltivare l'amicizia con lui.

Ai tempi del suo celebre trio dei Giancattivi , negli anni Settanta, lei non sopportava la tv e adesso proprio una serie televisiva le sta dando una nuova popolarità…

“Ci misero una vita, allora, a convincerci a fare ‘Non stop'. A quei tempi  io non possedevo neanche un televisore, in casa avevo soltanto lo stereo, mi piaceva vivere la mia vita così. Ma devo ammettere che la tv, oltre a darmi notorietà,  mi ha permesso anche di dare vita a programmi interessanti, come “La fabbrica dei sogni” (Raitre, nel 1987) di cui ero regista e conduttore. Era un programma in diretta, e diede spunti, per così dire, a parecchi conduttori, a partire da Gianfranco Funari: cambiò il suo modo di fare tv, chiamando a sé le telecamere, dopo essere stato ospite da me, che alle telecamere avevo anche dato dei nomi”.

La comicità televisiva contemporanea le piace?

“Ogni epoca ha la sua comicità e questa è molto autoreferenziale, legata al mondo dei social e soprattutto troppo legata all'attualità, alla satira politica e sociale. C'è chi la fa benissimo, per carità, ma a me interessa la filosofia del vivere, i contenuti che vanno al di là dell'attualità, come quelli che sottendono la comicità di Woody Allen, ad esempio, pregna di contenuti.  Oggi il teatro mi consente di approfondire questi bisogni e di far ridere gli spettatori portando delle sorprese sul palco: Shakespeare è moderno, come il Don Chisciotte di Cervantes”.

Con le regie cinematografiche, cui adesso potrebbe tornare, ha chiuso da circa 17 anni…

“Mi sono tirato volutamente indietro perché non avevo più nulla da dire  da regista e anche perché dopo aver lavorato con produttori del calibro di Mario Cecchi Gori, non avevo più interlocutori. A un certo punto ho pensato ‘Ma chi me lo fa fare…” e ho lasciato perdere anche le regie televisive perché gli editor si intromettevano troppo. Oggi il cinema comico è ricco di sceneggiatori, attori onnivori come il mio amico Fresi, un vero prezzemolone, e bravi registi. Non mi dispiacerebbe tornarci da attore (l'ultima prova è del 2013, con Pieraccioni, adesso ha appena finito un corto “Paese che va” dove  mantenendo una promessa che aveva fatto a un suo allievo, il regista del corto, Luca Padrini interpreta un macellaio ndr) ma  per ottenere una parte oggi bisogna essere socievoli, contattarsi, fare gruppo e io invece sono un orso, non so fare salotto”.

Ma c'è qualcosa in particolare della sua carriera che incornicerebbe?

“Dal marzo scorso sono direttore artistico dei teatri dei Rinnovati e dei Rozzi di Siena, un incarico che mi onora, ma darei una posizione privilegiata a “Benvenuti in casa Gori”, perché mi fece ripartire dopo il fallimento dei Giancattivi” e a ‘Ivo il tardivo', espressione di un momento di grazia.

Nei Giancattivi c'era anche Francesco Nuti, oggi molto malato…

“Nuti ha pagato un pedaggio pazzesco alla sua fortuna. L'ho conosciuto nei tempi del suo mal di vivere, ed è un grande dispiacere vedere il conto così doloroso e anticipato che gli ha presentato la vita”.