8 Marzo/4. "Ethos", credere troppo o non credere a niente

Pierluigi Battista
·Giornalista, scrittore
·1 minuto per la lettura
(Photo: Marinaccio)
(Photo: Marinaccio)

Guardo gli episodi di Ethos, la serie turca su Netflix, e mi domando se noi laici borghesi, così modernamente scettici, un po’ non rischiamo di meritarcela, la tristezza cupa dell’oscurantismo religioso.

Se, imbambolati nelle palestre del benessere, noi che diamo come ovvia l’emancipazione delle donne, pratichiamo yoga e psicanalisi, mangiamo ipo-dietetico, viviamo nell’Istanbul agiata, passiamo da un letto a un altro e compatiamo con supponenza la subalternità delle donne, l’assenza di luce nelle periferie condannate alla tetra e irredimibilmente misogina fissità della tradizione, se insomma noi che leggiamo e scriviamo abbiamo ancora qualcosa di interessante e di galvanizzante da dire al mondo.

Se siamo stati capaci di offrire un’alternativa migliore a chi, inchiodato ai gradini bassi della società, resta prigioniero dei riti di una devozione religiosa spenta e abitudinaria. E mi chiedo soprattutto se il dilemma debba essere sempre, a Istanbul ma anche qui, tra il credere troppo e il non credere a niente.

Se, non tanto il progresso materiale, ma il progressismo delle idee e dei comportamenti non abbia fallito.

Se il fondamentalismo religioso non offra tragicamente una risposta alla fame di significati, alla necessità di dare un senso alle cose che si fanno.

Provate invece a trovare un senso alle cose che si fanno e alle parole vuote che si usano nella borghesia laicizzata della Turchia più occidentale raffigurata da Ethos, quella che parla come noi, quella per cui tifiamo quando gli islamisti, che credono troppo, mandano i loro messaggi di terrore e di morte. Vedremo solo stanchezza, routine. E se ci sforzassimo di credere in qualcosa, noi che pretendiamo di saperla più lunga? Non troppo, ma almeno un pochino sì, dai.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.