9 anni fa moriva Cossiga, storia ed eredità del 'picconatore'

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"Non amo commentare la sua attività politica, ma ricordarlo come mio padre. Era un padre di 'Cionfra' per dirlo alla sassarese ossia di ironia graffiante, molto più vicino al Cossiga picconatore che al Cossiga notaio". Giuseppe Cossiga, figlio dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, affida all'Adnkronos il ricordo di suo padre a nove anni dalla sua scomparsa. "Mi manca mio padre - afferma l'ex deputato di Fi - un uomo diverso da come veniva percepito all'esterno e nella sua veste puramente politica. Se devo scegliere la veste politica con cui ricordarlo, scelgo quella del picconatore. Quello era mio padre". 

Protagonista di oltre 50 anni di storia del nostro Paese, Cossiga è stato per oltre mezzo secolo sulla scena politica nazionale e internazionale con un ruolo di primissimo piano. Deputato, ministro e ottavo presidente della Repubblica dal 1985 al 1992, sono state le sue 'picconate' ad accelerare il cambiamento della fisionomia della politica italiana, a traghettare il Paese dalla prima alla seconda Repubblica, sempre con il timone ben fisso sulla difesa delle istituzioni e della Costituzione e con la continua e reiterata sollecitazione a quel processo riformatore che avrebbe potuto far compiere all'Italia il salto di qualità. 

"Oggi abbiamo bisogno di una democrazia compiuta e governante" è uno dei suoi lasciti. Parole che risalgono al 26 giugno 1991, quando, allora Presidente della Repubblica, decise di metterle nero su bianco in un messaggio inviato alle Camere dedicato appunto alle riforme. Mancava poco meno di un anno alla fine della decima legislatura, di lì a qualche mese sarebbe scoppiata Tangentopoli e nell'aprile del 1992 Cossiga avrebbe lasciato il Colle, con qualche settimana d'anticipo rispetto alla scadenza naturale del settennato.  

La caduta del Muro di Berlino era destinata a produrre effetti anche sul sistema politico italiano, con la possibilità di superare quella democrazia bloccata che aveva visto per più di 40 anni la Dc e i suoi partiti alleati e filo-occidentali al governo e il Pci 'condannato' all'opposizione. Un vero e proprio cambiamento d'epoca, che in qualche modo accelerava il crepuscolo di quelle forze politiche che dal dopoguerra in poi si erano affermate sullo scenario politico italiano e che erano chiamate a rinnovarsi e a rinnovare il sistema istituzionale.  

Un'esigenza avvertita già da alcuni anni, ma che ora diventava impellente e di cui il 'picconatore' si faceva accorato portavoce attraverso la solennità del messaggio alle Camere, dopo mesi e mesi di ripetuti appelli che avevano trovato posto anche nei discorsi di fine anno del 1989 e del 1990. Parole spesso non ascoltate e non comprese.  

"Sollecitavo la gran­de riforma di cui c'era bisogno per schiva­re la crisi che stava per esplodere - spiegherà Cossiga in un'intervista rilasciata un anno prima di morire - Andre­otti, all'epoca premier, rifiutò di controfir­mare il documento per la presentazione in Parlamento perché, si difese, non lo condivideva. Lo firmò il ministro della Giustizia Martelli. Fu il momento più dif­ficile, per me. Sembravano tutti ciechi".  

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, la nostra Carta costituzionale, entrata in vigore oltre 70 anni fa, è più che mai attuale nei suoi valori e principi e nei fondamenti ordinamentali che ha disegnato. Tuttavia, come dimostrano anche i vari tentativi di riforma falliti nel corso degli anni, ma anche quelli riusciti, pur se circoscritti ad ambiti limitati, resta altrettanto valida l'esigenza di dare risposte sul piano istituzionale ai mutamenti storici, sociali ed economici di cui pure parlava Cossiga.  

"La richiesta di riforme istituzionali, di nuovi, moderni e più efficienti ordinamenti e procedure, non è -scriveva il Capo dello Stato- una richiesta solo 'politica' o tanto meno 'di ingegneria costituzionale', ma è una richiesta civile, morale e sociale di governo, di libertà, di ordine, di progresso da parte della gente comune; ed è una richiesta da parte di quei gruppi e di quei settori dirigenti del sistema politico, economico, culturale che avvertono come dinnanzi alle incalzanti scadenze europee, all'inadeguatezza dell'amministrazione, alle carenze e lentezze della giustizia, al dissesto della finanza pubblica, l'Italia corra il rischio di perdere o di vedere insidiato il posto che si è meritatamente conquistato nel concerto delle Nazioni".  

"Certo le riforme istituzionali non sono, di per sé, la soluzione di tutti questi mali o la garanzia assoluta avverso questi pericoli. Ma in una società moderna, anche proprio perché società di mercato, società pluralista di competizione che vive di confronto e di dialettica, più che mai è necessario un Parlamento efficiente nelle sue funzioni di legislazione e di controllo, ma anche un governo che governi ed una amministrazione che amministri, un giudice che giudichi, secondo diritto certo ed effettivo" 

E ancora. "Proprio in una società come questa, che per vivere in libertà deve essere regolata dal diritto -perché libertà e regola del diritto sono valori fra loro non scindibili- è necessaria la certezza del diritto, che vuol dire prontezza e chiarezza nel legiferare, ognuno al proprio livello e nel proprio ambito territoriale, governo con responsabilità e responsabilità con governo, giudici liberi, indipendenti ed imparziali".  

"Parlare di rinnovamento delle istituzioni e considerare questo problema come prioritario - sottolineava Cossiga - non significa dimenticare o non riconoscere il grande valore che la Costituzione del 1948 ha per la storia e nella storia del nostro Paese, una Costituzione che è stata il frutto di lotte gloriose che hanno segnato il completamento del nostro processo risorgimentale, di cui fu sempre sogno ricorrente e mai avverato quello di una Assemblea costituente".  

"Una cosa è parlare con senso di giusta sacralità della Costituzione del 1948, come insieme di princìpi, valori, istituzioni, in cui si è coagulato il frutto di una battaglia ideale e di una lotta per la libertà e per il riscatto nazionale; altra cosa è parlare di rinnovamento delle istituzioni".  

"Chi però ritenesse che invocare una stagione di riforme istituzionali significhi non onorare chi è caduto nella Resistenza, chi ha lottato contro la dittatura, chi ha pagato nelle galere, perché l'Assemblea costituente potesse essere convocata, chi ha comunque servito o cercato di servire la patria, perché il popolo potesse liberamente darsi nuovi ordinamenti, scegliendo con voto diretto fra Monarchia e Repubblica, perché l'Assemblea costituente potesse liberamente deliberare la nostra Costituzione; chi ritenesse di nascondersi dentro questa Costituzione, dietro questa Costituzione e, trasformatala in un feticcio, volesse sbarrare la strada a quella che è la legittima richiesta di nuove istituzioni, in realtà tradirebbe e lo spirito e i valori della Costituzione del 1948".  

"Ma nessuna riforma istituzionale -metteva in guardia il Capo dello Stato- ha mai da sola risolto i problemi di una società: a questo fine, è necessario l'impegno della società stessa, a tutti i livelli: le istituzioni sono uno strumento non sufficiente senza una aperta volontà politica e civile; ma sono uno strumento necessario che deve essere adeguato allo scopo".  

"Una sola opera di ingegneria costituzionale, infatti, per quanto avveduta, intelligente e lungimirante, non molto potrebbe ai fini di un mutamento profondo del modo di essere e di operare di uno Stato moderno, se non si combinasse con una reale metanoia del modo di fare politica, che coinvolga partiti, movimenti, cittadini, gruppi, ed insieme rinnovi concezioni, mentalità ed abitudini".  

"In una società politica moderna, complessa, aperta, dinamica, liberale come la nostra, metanoia della politica e riformismo istituzionale debbono essere momenti distinti ma sinergici di un'unica ed autentica rivoluzione democratica. Ed è questa l'epoca per questa rivoluzione democratica del nostro Paese. Al Presidente della Repubblica sembra che questo sia il momento magico in cui sperare in una reale capacità di cambiamento delle regole della politica e dell'assetto delle istituzioni democratiche e repubblicane".  

"Ma è di ogni tradizione, di ogni forza politica, area culturale e ambito religioso, che ha bisogno l'impegno a rinnovare oggi le istituzioni democratiche -chiedeva l'allora Capo dello Stato- ed a vivificarle domani di spirito autenticamente repubblicano: dalla nazionale, alla liberale, dalla socialista, alla laica, dalla repubblicana alla radicale, all'autonomista, a quella degli operai e contadini di storia comunista, ai credenti e ai non credenti! E tutte le forze politico-parlamentari debbono sentire questo come un impegno primario".  

"Le stagioni delle riforme istituzionali sono state sempre le stagioni della crescita delle sfide, dei rischi di una società: la primavera delle istituzioni deve essere insieme la primavera della comunità, se ad esse vogliamo che segua la maturità di un'estate in cui la Nazione italiana possa cogliere i frutti del suo passato e del suo presente, della sua storia, della sua vocazione europea e mediterranea ed essere soggetto rispettato e prezioso dell'Europa e della Comunità internazionale".  

"Una Italia moderna e civile, una Repubblica comunità vera di uomini liberi ed eguali, una Patria luogo e sentimento comune dei cittadini, uno Stato democratico fondante il diritto e garante di esso, forte del reale consenso dei cittadini, una società politica pervasa di valori e programmi e scuola di servizio e responsabilità, una comunità civile luogo di ricerca e vita della verità, del bello e del giusto. Questo dovrebbe essere il fine di una riforma delle istituzioni ed insieme di un rinnovato impegno morale e civile degli italiani che lo determini e lo accompagni".  

"Ma perché si apra l'invocata, feconda stagione di rinnovamento delle istituzioni e perché essa dia i frutti di giustizia, equità, libertà, uguale opportunità che i cittadini attendono, occorre -esortava Cossiga - non solo un impegno forte delle assemblee rappresentative, ma il concorso dello schieramento, il più ampio possibile, delle forze politiche, sociali, culturali, religiose, economiche, d'ogni parte d'Italia!". 

Ed entrando nel merito delle varie questioni oggetto di dibattito, Cossiga ricordava che, "per quanto attiene al nostro sistema bicamerale, già all'inizio degli anni Cinquanta il problema di fondo irrisolto, cioè quello di realizzare una concreta differenziazione, nella pari dignità, tra i due rami del Parlamento, veniva in discussione insieme con quello della riforma e della integrazione del Senato. Voglio qui ricordare le conclusioni della Commissione senatoriale presieduta da Enrico De Nicola, il disegno di legge costituzionale presentato dal primo governo Segni, il progetto di riforma proposto da Luigi Sturzo".  

L'allora Presidente della Repubblica ricordava poi che "proprio sulla riforma del bicameralismo il Senato, dopo un esame protrattosi per circa tre anni, approvò il 7 giugno 1990 un disegno di legge costituzionale risultante dall'unificazione di otto proposte presentate da vari Gruppi parlamentari. Il provvedimento stabiliva la validità del principio del bicameralismo perfetto per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale, di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali di natura politica o che importino variazioni del territorio, di formazione ed approvazione di bilanci e consuntivi, di conversione dei decreti legge. Per tutti gli altri provvedimenti veniva stabilito il principio del cosiddetto 'bicameralismo procedurale', secondo il quale il disegno di legge viene approvato definitivamente dal ramo del Parlamento in cui è stato presentato (la regola della 'culla'), salvo che l'altro ramo del Parlamento o il governo entro quindici giorni non ne richieda il secondo esame".  

Il testo di riforma si fermò poi alla Camera, dove fu approvato solo in commissione Affari costituzionali. Qui, viene ricordato nel messaggio del Capo dello Stato, fu decisa una ridefinizione del 'bicameralismo procedurale' e l'introduzione di criteri di ripartizione della funzione legislativa tra Stato e Regioni, "che prende le mosse dall'enumerazione delle competenze del primo". Progetto che tuttavia rimase bloccato con la fine della legislatura e non fu più ripreso. Fino alla riforma che disegnava il nuovo Senato delle Regioni, bocciata dal referendum del dicembre 2016.