90 anni di Biagio de Giovanni: "Napoli è sola, la questione meridionale è scomparsa"

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Gli auguri arrivano dal mare, come nell’ultimo film di Sorrentino. Gli occhi si spalancano su Napoli, intravedo via Mergellina, la casa luminosa di Biagio de Giovanni. Il professore oggi compie novant’anni e la vita, lunga un secolo, si srotola attraverso i ricordi di studio, di insegnamento, di politica e di un pensiero sempre attento all’Europa e al Mediterraneo, che considera giustamente un’unica entità. “La filosofia e l’Europa moderna”, tra i suoi libri più importanti, edito da il Mulino nel 2004, non a caso era dedicato a Gerardo Marotta, “Presidente dell’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli”. De Giovanni ritiene che la città dei mille colori, delle mille paure, della voce delle creature che sale piano piano, delle carte sporche, sia sola.

Alcuni mesi fa ho ascoltato un tuo discorso, direi appassionato ma affranto, sulla solitudine di Napoli. Perché?

“Perché Napoli non è più la capitale del Mezzogiorno, ovviamente di un Mezzogiorno repubblicano, il punto di riferimento centrale della realtà meridionale. Si dimentica, troppo facilmente, nella confusione generale, nel rovesciarsi delle gerarchie dei saperi, che Napoli è stata una grande città d’arte, di teatri, di musica, di maschere di teatro. Lo stesso Croce iniziò a fare il filosofo partendo dall’estetica, cioè da una filosofia dell’arte, perché pensava che l’arte fosse il momento in cui il sentimento si faceva storia, forma, filosofia, pensiero. È la prima, grande intuizione attraverso la quale possiamo vedere le cose, anche trasfigurandole rispetto alla loro immediatezza. Napoli è la città che ha dato i natali, o quasi, a Bruno, Croce, Campanella, Spaventa, Vico. Napoli è stata al centro del dibattito filosofico europeo. Santa pazienza, c’è bisogno di ricordarlo? Purtroppo, oggi il Meridione non esiste più come realtà politica, ma soltanto come espressione geografica.

Per quali ragioni?

“Prima esisteva un pensiero del e sul Meridione, il pensiero del dualismo italiano, ma se la Lombardia guarda alla Baviera, tutto svanisce. Napoli è sola perché è storicamente finita la cultura della questione meridionale. Chi parla più del dualismo italiano? Si sono incrinati i confini degli Stati, ed è anche un bene, ma quel dualismo permetteva a Napoli e al Sud di essere soggetti. Sembra tutto sparito dalla scena, come i grandi dirigenti politici nazionali che hanno rappresentato, nel bene e nel male, la coscienza di un’unità d’Italia duale. Ricomincerei a parlare di Napoli come parte fondamentale della civiltà del mondo, valorizzando la cultura, ma non a chiacchiere. Chi ha la responsabilità della città deve contribuire a formare una classe dirigente in grado di tenere insieme i singoli problemi”.

Come si formano le classi dirigenti?

“Non a tavolino, non da sotto il cavolo dell’antipolitica, non sbraitando a destra e a sinistra che i politici sono tutti ladri. Non è così. Non è vero. Le classi dirigenti possono venir fuori e affermarsi nella lotta sociale ed economica, soprattutto nei momenti di crisi. Ecco, questo potrebbe essere un momento favorevole. Ma la grande assente è la politica, la professione del politico. La politica è la professione più nobile. La politica ha nelle sue mani il destino di una città, di un Paese, del mondo. Abbiamo assistito al degrado della dimensione partitica, che ha generato i mostri della ragione. Il crollo delle classi dirigenti ha fatto emergere i governatori come De Luca ed Emiliano, tanto per fare due nomi e ricordando che il primo si laureò persino con me all’Università di Salerno. Ho una pessima opinione di questi governatori e ritengo che le Regioni, così guidate, restino un rischio per il Governo”.

Di Draghi cosa pensi?

“L’ho conosciuto personalmente. Grazie a lui, alla sua preparazione e credibilità, abbiamo una presenza formidabile in Europa. C’è una indubbia discontinuità rispetto al funzionamento dell’Europa. Non so quanto durerà, ma la risposta alla pandemia è stata positiva. Si è posto finalmente il tema del debito comune. Esiste una discontinuità e occorre valorizzarla. Draghi è in grado di organizzare in maniera seria la spesa pubblica, di sfruttare appieno le risorse in arrivo. È libero da consorterie, ha visione europea e la visione europea non può che essere mediterranea”.

Come finirà la partita del Quirinale?

“Chi può dirlo? È davvero ingarbugliata. Mi auguro che tutto prosegua sulla traccia di uomini come Mattarella, uomini dall’alto senso istituzionale. È una partita delicatissima, direi la Partita, e non possiamo permetterci di sbagliarla”.

A proposito di pandemia, come giudichi le posizioni di Agamben e Cacciari?

“In 90 anni ho capito che la libertà si costruisce vincolandola. Certe idee, come la fissazione sullo Stato d’eccezione, Agamben le ha già mostrate in parte nella sua filosofia che non ho mai compreso. L’amico Massimo, invece, mi sembra sopraffatto dal narcisismo, travolto da sé stesso. Trovandosi al centro della scena quotidianamente, finisce per assumere atteggiamenti contrari e negativi. Non è un bel vedere per la filosofia italiana”.

Tanti auguri, professore.

“Grazie, ma facciamo gli auguri all’Italia e all’Europa. Senza trascurare Napoli, mi raccomando”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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