"A colpire è la sua semplicità, ma Louise Glück è la vera forza della poesia

Giuseppe Fantasia
·Journalist
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(Photo: HP)
(Photo: HP)

Louise Glück. Un nome, un mistero, almeno fino a poche ore fa, quando l’Accademia Svedese ha deciso di conferirle il Premio Nobel per la Letteratura 2020 “per la sua inconfondibile voce poetica che con l’austera bellezza rende universale l’esistenza individuale”. Figura di spicco della letteratura contemporanea americana, da noi è praticamente ancora sconosciuta e le sue due raccolte di poesie sono state pubblicate da due piccoli editori: Giano (che non esiste più) e Dante & Descartes, che è soprattutto una piccola libreria con sede a Napoli. “Non la conosco, non ho mai letto niente di suo, ma mi fa comunque piacere che ad aver ricevuto questo prestigiosissimo riconoscimento sia una donna e una poetessa”, dice all’HuffPost la scrittrice Dacia Maraini. “In questo momento di volgarità linguistica, la poesia ci insegna a parlare e a pensare con più intelligenza”.

Ci viene in aiuto e ci apre un mondo – “il mondo semplice, ma speciale della Glück”, come lo definirà poi in seguito – Massimo Bacigalupo che oltre a essere scrittore, saggista e professore emerito di Letteratura americana dell’Università di Genova e vicepresidente dell’Accademia Ligure di Scienze e Lettere, è il traduttore italiano della neo Premio Nobel per la Letteratura 2020.

Che idea si è fatta della Glück?

Per me la Glück è una poetessa algida, passionale, appassionata, distante ma lucida, una che mira alla perfezione formale, ma che non si accontenta mai della forma; una poetessa indipendente anche dalla tradizione poetica americana che fa sì che ogni suo libro sia molto diverso dagli altri. La sua perfezione nasce dalla sua natura, come l’eleganza. Uno è elegante perché è la sua natura ad esserlo. A colpire, poi, è anche il mistero che c’è su di lei. A una così, poi, tutto viene naturalmente, a cominciare dalla maniera di vedere la vita in modo profondo, senza falsità, con una ricerca continua che è quella che porta poi nelle sue poesie. Per me lei è questo: la vera forza della poesia, la poesia come conoscenza.

Vi siete mai incontrati di persona?

No, non l’ho mai incontrata, le ho solo parlato diverse volte a telefono, perché è una donna molto riservata. Anni fa, negli Stati Uniti, ebbe la nomina di “poeta laureato”, un altro riconoscimento prestigioso. Aveva da fare molte cose per la visibilità della poesia, ma in realtà fece poche letture e solo qualche intervista. Questo per farle capire che carattere ha.

Il Nobel, quindi, sarà per lei un’inaspettata sorpresa?

Sicuramente. Non è un riconoscimento che si aspettava, perché la sua non è una poesia corale. Si dice spesso che il Nobel sia legato a cose politiche, e anche nel suo caso questo non c’entra. Non si ci sono in lei queste logiche e questi contenuti, come non ci sono risentimenti.

Perché quasi nessuno la conosce?

La poesia è sempre una cosa legata alla Nazione, soprattutto la poesia contemporanea. Non sono molti i poeti viventi italiani il cui nome è noto o appena noto, ad esempio, in Francia, negli Stati Uniti e in Inghilterra. Lo stesso dicasi, al contrario, per gli statunitensi. Gli italiani non sanno nemmeno il nome dei poeti viventi italiani, figuriamoci se sanno i nomi di quelli contemporanei americani. Questo si verifica anche perché, come si sa, la poesia per sua natura viaggia poco. Non ha un grande mercato e gli editori si rivolgono ai nomi di scrittori noti che sono un po’ degli investimenti sicuri. Le pagine di giornali, infatti, sono dedicati a scrittori di narrativa, magari non eccelsi, che però hanno un pubblico e un rendiconto economico sicuro o, comunque, più redditizio di quello di un poeta. I due editori che hanno pubblicato la Glück in Italia non sono nemmeno quelli tradizionali - e ce ne sono - che fanno poesia. Sono piccoli, piccolissimi: Giano – che pubblicò L’iris selvatico, non esiste nemmeno più – e Dante & Descartes che ha pubblicato Averno. Sono entrambe delle delle imprese molto coraggiose.

Averno” è una coproduzione con la casa editrice spagnola Rives: che libro è?

È un libro strano sin dal titolo. Per noi italiani è la maniera che avevano gli antichi per definire l’aldilà, il mondo dei trapassati, una cosa poco nota nei paesi anglofoni. Nella piccola nota al libro, infatti, viene spiegato che è un piccolo lago vicino Napoli che secondo gli antichi era l’ingresso, appunto, dell’aldilà. Il tema della raccolta è il mito di Persefone e Demetra: madre e figlia, con il simbolo del volgersi delle stagioni e della vita stessa, perché la figlia viene rapita dalla morte, Ade, che la porta nell’oltretomba e la madre la cerca. Un mito affascinante già raccontato da Omero.

In che maniera questa poetessa contemporanea che ha quasi ottant’anni, ha ripreso quel mito?

Lo ha ripreso, come dice lei, questo è vero, ma in una maniera del tutto personale e autobiografica. All’evocazione di frammenti arcaici – credo che la Glück non sia mai stata ad Averno – aggiunge elementi personali che fanno parte della sua stessa educazione, del suo stesso rapporto con la famiglia e con la madre. C’è questa capacità di rinnovare con grande freschezza questo mondo in una maniera molto lucida a prova di sbavature e sentimentalismi.

Come è scritto?

Di solito, lei scrive sempre in un linguaggio semplicissimo e la sua è una poesia che chiunque sappia anche un po’ di inglese, può capirla, perché non c’è nulla di ricercato. In questo caso si tratta di versetti brevissimi fatti di parole e uso comune, cosa che è propria anche della cultura americana che è sempre una cultura, in fondo, democratica. Non tutti i libri della Glück sono così, ma vi si ritrova sempre questo linguaggio molto semplice, anche ne L’Iris selvatico che è un dialogo tra i fiori del giardino, il giardiniere e Dio che è di origine ebraica. C’è l’idea che i fiori si rivolgano all’uomo, cioè al giardiniere, e quest’ultimo a Dio. Un fatto curioso, perché non credo che lei sia particolarmente credente. In ogni caso, in quella raccolta vi si trovano poesie che hanno una grande originalità che non è mai ricercata e fine a sé stessa. Per farle capire, le leggo tre versi da una poesia che si chiama “La stella della sera”: Questa sera, per la prima volta in tanti anni, mi è apparso di nuovo una visione dello splendore della terra. Nel cielo del crepuscolo, la prima stella sembrava crescere in luminosità, mentre la terra andava oscurandosi finché in ultimo non poté divenire più scura”. Come vede, sono versi semplicissimi ma pieni di efficacia.

Il merito è anche suo che li ha tradotti.

(ride, ndr). È semplicissimo anche tradurli, ma è chi li sa scrivere prende anche il Premio Nobel.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.