Abitare in montagna nel 2020 leggendo la poesia italiana del Novecento

Di Alessia Musillo
·3 minuto per la lettura
Photo credit: MIYAMOTO Y - Getty Images
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Una buffa faccenda riguardò la pubblicazione dei Canti Orfici di Dino Campana. Il poeta toscano scrisse la sua raccolta di poesie, onirica e notturna, nel 1913. Alla prima versione diede il titolo Il giorno più lungo e la presentò, più o meno così come la leggiamo oggi, ai due editori che all'epoca influenzavano il panorama letterario italiano: Giovanni Papini e Ardengo Soffici, direttori della celebre rivista Lacerba. Papini e Soffici non diedero peso al manoscritto di un autore preceduto da un'infausta reputazione di "poeta maledetto", ne perdettero le tracce fra le carte e Dino Campana si trovò costretto a riscrivere dall'inizio alla fine i suoi Canti Orfici - a cui era talmente devoto da conoscerli a memoria. All'insaputa di tutti, l'eredità poetica del grande scrittore giaceva in un armadio a casa di Soffici e lì rimase fino a quando la figlia dell'editore non se ne accorse facendo ordine dopo la scomparsa del padre. Un destino ingiusto, eppure di buon auspicio perché ci insegna che la letteratura che non merita di morire alla fine non muore mai.

Nei Canti Orfici il paesaggio montano diventa poesia: "Pare la donna che siede pallida giovine ancora / Sopra dell’erta ultima presso la casa antica: / Avanti a lei incerte si snodano le valli / Verso le solitudini alte de gli orizzonti: / La gentile canuta il cuculo sente a cantare. / E il semplice cuore provato negli anni / A le melodie della terra / Ascolta quieto: le note / Giungon, continue ambigue come in un velo di seta. / Da selve oscure il torrente / Sorte ed in torpidi gorghi la chiostra di rocce / Lambe ed involge aereo cilestrino... / E il cuculo cola più lento due note velate / Nel silenzio azzurrino". Seppure il tema centrale della poetica campaniana fosse il viaggio, il Dino Campana degli Appennini di Marradi (località a metà strada fra Firenze e Forlì) era più che devoto alla sua terra, tanto da tradurne i monti a lui vicini, La Verna su tutti, da visioni in parole. L'intero lascito letterario porta con sé una sorta di venerazione dei luoghi che percorreva senza sosta, a piedi, che a ribatterli nella loro sconfinata bellezza raccontano anche di un amore tormentato tanto quanto passionale - quello con Sibilla Aleramo.

Photo credit: DEA / G. ANDREINI - Getty Images
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Dino Campana la montagna la viveva e l'amava fino a venerarla - e da lui impariamo quanto l'adorazione dei saliscendi gentili del paesaggio possa trasformare un luogo considerato ostile in una casa da abitare. Tema attualissimo a quanto pare, perché il lavoro da casa si è trasformato in uno stile di vita che ci permette di continuare le nostre attività professionali dalle seconde case - talvolta, in montagna. Eppure, nonostante le pubblicità mostrino torrenti bellissimi in posti da sogno pressocché irraggiungibili, vivere la montagna è sinonimo di abitare un posto sfavorevole alla vita. Nel libro Manifesto per riabitare l'Italia, a cura di Domenico Cersosimo e Carmine Donzelli, Giuseppe Dematteis lo scrive, che raggiungere i servizi, spesso, è una difficoltà - per esempio, i ragazzi non hanno quasi mai un accesso immediato alle loro scuole. Tuttavia con l'istruzione che va online, la montagna si aggiudica oggi la medaglia d'oro dei luoghi da abitare durante questo periodo storico incerto.

Allo smog urbano risponde il cielo limpido delle domeniche fredde e soleggiate, al suono dei clacson, invece, il cinguettio dei pettirossi e il fruscio della natura. Vero è che il progresso e la velocità, negli anni, si sono sostituiti alla lentezza e al silenzio, ma il paesaggio che osserva dall'alto senza fare una grinza - si spera - è evocativo, suggestivo e immenso - casa del benessere. "Sempre caro mi fu quest'ermo colle" e chi se lo scorda L'infinito leopardiano o l'ode Piemonte di Carducci: “Su le dentate scintillanti vette / salta il camoscio, tuona la valanga / da' ghiacci immani rotolando per le / selve croscianti: / ma da i silenzi dell'effuso azzurro / esce nel sole l'aquila, e distende / in tarde ruote digradanti il nero / volo solenne". Così, la poesia ci ricorda quanto sia una risorsa poter abitare questi luoghi a contatto con la bellezza, la natura e il silenzio. "E questa siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude".