Acca Larenzia: il mistero della mitraglietta Skorpion

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Sono passati 42 anni dalla strage di Acca Larenzia del 7 gennaio 1978, ma Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni restano ancora vittime impunite. I primi due vennero freddati da un commando sbucato dal nulla che aprì il fuoco contro 5 ragazzi usciti dalla sezione dell'Msi all'Appio Tuscolano. Recchioni, invece, morì per un colpo di pistola sparato (ancora non si sa da chi) negli scontri che si verificarono poche ore dopo tra missini e forze dell'ordine.  

Ancora oggi, dunque, i fatti di quella tragica notte rimangono avvolti in un alone di mistero che non accenna a diradarsi. Così come appaiono impenetrabili i misteri della mitraglietta usata dagli assassini. Ma è davvero impossibile fare luce sulla strage di via Acca Larenzia? È stata raccontata fino in fondo la storia della "Skorpion" assassina? Un filo rosso lega questi fatti agli altri omicidi commessi a Roma negli anni 70 ai danni dei militanti di destra, secondo quanto ricostruito dagli avvocati Valerio Cutonilli e Luca Valentinotti nel libro "Acca Larentia. Quello che non è stato mai detto” (Trecento 2010). 

"Lo scorpione svanito nel nulla", è il titolo del capitolo nel quale Cutonilli e Valentinotti si addentrano nel mistero della mitraglietta Skorpion usata dal commando che fece fuoco ad Acca Larenzia. Eccone la versione integrale. 

11. Lo scorpione svanito nel nulla 

Uguaglianza formale. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. Lo garantisce l’articolo tre della Costituzione. Qualcosa di molto simile poi si legge a chiare lettere in ogni aula di tribunale. Non vi è alcun motivo, quindi, per avanzare dubbi sull’inderogabilità del principio. Qualsiasi ironia anzi può essere considerata oltraggiosa. Solo che nella realtà non funziona sempre così. Certe volte accadono fatti talmente gravi che alla fine nessuno verrà chiamato a risponderne. Anzi, in fin dei conti è meglio non parlarne troppo. Il tempo infatti lenisce dolori e può risolvere crisi di coscienza anche devastanti. Chi scrive e racconta, del resto, molto spesso non si degna neppure di avventurarsi negli archivi inumiditi della nostra giustizia. Si risparmiano fastidi ma anche i reumatismi. In fondo poi, per mandare in stampa l’ennesimo libro sugli anni di piombo, bastano le consuete interviste e una raffica di sentito dire. Sì perché la legge sarà anche uguale per tutti. Ma per qualcuno resta sempre più uguale degli altri. 

Una lumaca eccitata. L’indagine sulla strage di via Acca Larenzia nasce senza grande ottimismo. In poche settimane verrà fagocitata dagli eventi. L’agguato di via Fani del 16 Marzo 1978 genera l’allarme rosso nell’intero paese. La carneficina del Sabato sera - consumata per di più in un quartiere di periferia - passa subito in secondo piano.  

Per anni l’inchiesta del Tuscolano si trascina annoiata e silente, per conoscere un sussulto tanto improvviso quanto breve solo nel 1987. Come una lumaca ormai anziana che dopo un attimo d’innaturale eccitazione torna subito al suo passo stanco. E in fondo innocuo. Il nulla dopo 40 anni, questo è il magro bilancio tratto dalla giustizia italiana sugli omicidi del Tuscolano. Lecito allora chiedersi a cosa si deve quello zelo d’indagine concentrato in pochi mesi. Una improvvisa e rumorosa accelerazione che ha generato in molti l’ingenua speranza di guardare negli occhi gli assassini dei Nact. Per capirlo, serve un passo indietro. 

La seconda volta. Il processo ai Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale - concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati perché il fatto non sussiste - ruota attorno alle deposizioni della terrorista pentita Livia Todini. I suoi ricordi sulla riunione a casa di Daniela Dolce, avvenuta nel 1977 in un edificio occupato della Marranella, costituiscono l’asse portante dell’impianto accusatorio. Ragazzi del Movimento che discutono di una sigla e di un timbro con cui rivendicare qualche azione non meglio precisata. Tutto qui, stando al dibattimento. Ma nelle deposizioni rese durante la fase istruttoria da Livia si legge molto altro. Dichiarazioni così esplicite che non possono passare inosservate. Già perché la Todini, negli anni convulsi della sua militanza politica, s’imbatte per ben due volte nei misteri di via Acca Larenzia. La prima qualche settimana prima della strage, quando ha solo 14 anni e sente i compagni riuniti a casa di Daniela Dolce parlare dei Nact. La seconda nel 1982, quando da maggiorenne impugnerà per ben due volte una strana arma che spara a ripetizione. Prima durante una esercitazione nelle grotte della Caffarella - un parco non molto lontano dall’Alberone - e poi a Viale Castrense, in occasione di una rapina presso un istituto assicurativo.  

Proprio i fatti del 1982 rappresentano un formidabile punto di connessione con l’attentato del Tuscolano. Ma non verranno esplorati sino in fondo. Sembra quasi che il percorso compiuto dall’arma, prima e dopo l’eccidio di via Acca Larenzia, susciti uno strano imbarazzo. Eppure una maggiore curiosità sulla vicenda avrebbe giovato non poco agli inquirenti. Perché tra le pieghe meno conosciute della sua storia, l’arma consegnata alla Todini custodisce i segreti dell’eccidio del 7 Gennaio 1978.  

La fine delle Br. Il 15 Giugno 1988 a Milano, il Reparto Operativo dei Carabinieri irrompe nel covo delle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente di via Dogali. È l’evento che segna la fine delle Br, o meglio della sua ultima derivazione. Nell’appartamento i Carabinieri sequestrano una Vz.61 Skorpion. Una pistola-mitragliatrice calibro 7 e 65, del tutto simile a quella portata in dote da Valerio Morucci alle Br. Quella con cui è stato ucciso Aldo Moro. Ma la Skorpion di via Caetani è stata sequestrata nel lontano 1979, in occasione dell’arresto dell’ex capo militare di Potere Operaio. Negli anni successivi gli investigatori seguiranno le tracce di una seconda arma, identica a quella di Morucci, impiegata in quattro attentati mortali. Una perizia del 1988 consentirà d’identificarla proprio in quella rinvenuta dall’Arma in via Dogali. Ma per capire facciamo un altro passo indietro.  

Il 7 Gennaio 1978 i Nact uccidono Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Nei giorni successivi i periti scoprono che due delle tre armi utilizzate nell’eccidio sono calibro 7 e 65. In principio nessuno sembra accorgersi che una di queste - a cui peraltro vengono attribuiti almeno otto colpi - è proprio una Skorpion. Passano sette anni. Sempre a Roma, il 27 Marzo 1985 le Br-Pcc uccidono l’economista Ezio Tarantelli. Questa volta i periti individuano l’arma utilizzata nell’agguato. Si tratta di una Skorpion. Attraverso una perizia comparativa dei proiettili, si scopre che l’arma in questione ha sparato anche in via Acca Larenzia. La novità è clamorosa eppure non vi sarà alcuna eco mediatica.  

Il caso nasce solo l’anno successivo, quando la pistola-mitragliatrice lascia la Capitale. Il 10 Febbraio 1986 le Br-Pcc uccidono a Firenze l’ex Sindaco repubblicano Lando Conti. I periti toscani accertano subito che la vittima è stata colpita da una pistola-mitragliatrice. La stessa già impiegata contro i due ragazzi missini e contro Tarantelli. Questa volta però la notizia arriva alla stampa, suscitando inevitabile clamore. I magistrati fiorentini seguono le tracce utili a individuare gli autori del delitto. E per scoprire la provenienza della Skorpion decidono d’interrogare proprio Livia Todini, l’ex terrorista detenuta già da due anni. Sì perché l’arma utilizzata dalla ragazza - sia nella grotta della Caffarella sia nella rapina di viale Castrense - è proprio una Skorpion. Livia lo ha raccontato ai giudici già nel 1984. Solo che nessuno ce lo ha mai detto. 

Trasferta fiorentina. Il 4 Giugno 1986 i Pm fiorentini Pier Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi interrogano la Todini. All’audizione partecipa anche Rosario Priore, il magistrato romano titolare dell’inchiesta sull’omicidio Tarantelli. Priore è un giudice istruttore molto curioso e vuole capire qualcosa di più su quell’arma di cui ha sentito parlare ancora poco nella Capitale. I ricordi di Livia si confermano nitidi e puntuali: “come ho già riferito al magistrato di Roma, io nel dicembre 1982 partecipai con altri ad una rapina alla agenzia di assicurazione Savoia e precisamente questo fatto, come loro mi dicono, avvenne il 22.12.1982. In quella occasione io ero armata con una pistola mitragliatrice Skorpion che, nelle sue caratteristiche, riconosco nelle due foto che mi esibiscono...qualche giorno prima di questa rapina feci delle esercitazioni a fuoco con questa Skorpion che sparava a raffica, in grotte di tufo in zona Prati della Caffarella”.  

Livia in effetti si è esercitata in una grotta della Caffarella assieme ai compagni del Nucleo Clandestino di Resistenza “Rolando Martini”. Nell’occasione, i giovani tirocinanti sono stati addestrati da alcuni militanti delle Br. Ma la Todini spiega che Ncr e Brigate Rosse non sono le uniche formazioni ad aver fatto uso di quel rifugio: “mi risulta che quella zona era utilizzata anche prima che io andassi ed anche da elementi che non facevano parte del gruppo cui io appartenevo e nemmeno dell’area in genere delle Brigate Rosse, bensì anche gravitanti nell’area di ‘Autonomia’ ed aventi in particolare riferimento, come punto d’incontro, nella sede del Comitato di quartiere dell’Alberone, in via Appia Nuova”. Per quanto uno si sforzi di tenerlo lontano, il Comitato di Quartiere dell’Alberone torna di continuo nell’inchiesta sull’eccidio di via Acca Larenzia.  

Livia è sincera e i Carabinieri ne daranno atto dopo un’accurata ispezione dei luoghi. I militari verrano guidati dalla ragazza e da Gianfranco Miscia, un altro giovane estremista disposto a collaborare con la giustizia. Il Reparto Operativo dei Carabinieri riferisce ai magistrati titolari dell’inchiesta sulla strage di via Acca Larenzia che nella grotta della Caffarella sono stati sequestrati numerosi bossoli. Tra questi figurano alcuni calibro 7 e 65, espulsi effettivamente da una Skorpion. Livia Todini insomma dice sempre la verità.  

Il vicino di casa. Ma chi aveva l’arma usata da Livia nell’esercitazione e nella rapina del 1982? La Todini lo ripete anche ai magistrati fiorentini: “Le armi, in occasione delle esercitazioni o anche delle azioni, venivano trasportate da Frau, Stefano De Maggi e talora da Paola De Bernardini ed erano Frau e De Maggi coloro che conoscevano meglio i luoghi di accesso alle caverne dove erano state fatte le esercitazioni. Io ho fatto in tutto tre o quattro esercitazioni con armi ed una sola volta, quella di cui ho detto, con la Skorpion”.  

Il primo brigatista chiamato in causa dalla Todini è Giorgio Frau. Uno dei ragazzi di Roma Sud cresciuti in Lotta Continua. Ha compiuto un percorso tortuoso prima di approdare nelle Br. Si dice abbia frequentato anche quelli di Guerriglia Comunista. Poi i compagni di Prima Linea. Durante la latitanza, negli anni ’80, Giorgio si avvicinerà infine alla “seconda posizione” delle Br-Unione dei Comunisti Combattenti. L’organizzazione che, si ricorda, ha minacciato più volte Stefano Magliocchetti, il compagno ritenuto responsabile della morte di Mario Scrocca per ragioni mai comprese. L’1 Aprile 2013 Frau è rimasto ucciso durante un assalto a un furgone portavalori nel quartiere romano dell’Esquilino. Ma è il secondo nome menzionato da Livia ad avere quasi dell’incredibile. Si tratta proprio dell’uomo delle Brigate Rosse incaricato di curare l’addestramento del Ncr “Rolando Martini”. L’istruttore che insegna a Livia l’uso della pistola-mitragliatrice. Quello che le spiega come ottenere dalla Skorpion una maggiore efficacia nel tiro.  

Con i magistrati romani, prima ancora dei fiorentini, la Todini parlerà a lungo del ragazzo conosciuto nei giorni della lotta armata. Indicherà agli inquirenti persino il suo domicilio negli anni di piombo. Sì perché il 7 Gennaio 1978 Stefano De Maggi non abita in un posto qualsiasi. Vive proprio in via Acca Larenzia, nel palazzo accanto alla sezione missina. Peccato però che per oltre tre decenni si sono dimenticati di raccontarcelo. A Roma, tra residenti e fuori sede, vivono quattro milioni di persone. I palazzi che hanno l’ingresso in via Acca Larenzia sono due in tutto. Filosofi e scienziati possono discettare all’infinito sull’esistenza della casualità, gli investigatori no. Forse sarebbe stato il caso di approfondire la questione. Interrogarsi meglio sulla straordinaria coincidenza che la Todini serve ai giudici sopra un piatto di argento. Una coincidenza che appare di gran lunga più interessante, sotto il profilo investigativo, della riunione nella casa occupata della Marranella. Un incontro dove si discute solo di una delle molteplici sigle da usare in qualche azione del Movimento.  

Anche De Maggi è stato arrestato a inizio degli anni ‘80. Il giovane si dissocia e accetta di rispondere agli interrogatori. Assume un atteggiamento costruttivo. In effetti, Stefano ricorda che nel 1978 abitava a un paio di metri dalla sede missina. Ma sostiene di non aver mai visto la Skorpion in vita sua. Il 26 Giugno 1986 il brigatista viene ascoltato dai Pm fiorentini Pier Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi. Il giovane dichiara di non avere una particolare dimestichezza con le pistole. Ricorda poi una sola arma che sparava a raffica, diversa però dalla Skorpion. Si tratterebbe del mitra Sterling usato proprio da lui, sia nei prati della Caffarella che durante la rapina di viale Castrense. Nessuna Skorpion quindi è passata per le mani del Nucleo Clandestino di Resistenza “Rolando Martini”, obietta il diretto interessato. Però c’è un però. 

L’ultimo giro. Nel 1986 l’arma che scotta si trova ancora nelle mani delle Br-Pcc. Verrà utilizzata per l’ultimo omicidio della storia brigatista, quello che il 16 Aprile 1988 costa la vita al Senatore democristiano Roberto Ruffilli. Due mesi dopo la pistola-mitragliatrice viene finalmente sequestrata nel covo di via Dogali a Milano. Le perizie effettuate sull’arma consentono di stabilire che si tratta della stessa usata nell’eccidio di via Acca Larenzia, nonché negli omicidi di Tarantelli, Conti e Ruffilli. Non solo. La Skorpion è stata impiegata anche durante le esercitazioni dei Ncr nella grotta della Caffarella. Lo dimostra l’esame comparato con i bossoli sequestrati dai Carabinieri durante il sopralluogo del 1986. Skorpion, De Maggi, via Acca Larenzia. Anche questa volta la Todini ha raccontato tutta la verità. Se coincidenze così appariscenti venissero narrate in un libro giallo, il lettore perderebbe subito la stima per l’autore. Il pubblico infatti non ama le trame scontate.  

E invece in una indagine reale come quella sulla strage di via Acca Larenzia, la clamorosa scoperta non porterà a nulla. Deve ritenersi assai improbabile che De Maggi abbia partecipato all’eccidio del Tuscolano. Nessuno compie un delitto di tale gravità proprio sotto casa. Con il rischio pressoché scontato di vedersi riconosciuto da qualche vicino. Molto probabilmente, al contrario, l’uomo è venuto a contatto con l’arma solo nel periodo successivo all’attentato. Ma è proprio per tale ragione che la vicenda politica di De Maggi - molto breve sia sotto il profilo temporale che sotto quello spaziale - dovrebbe assumere una importanza fondamentale nell’inchiesta sull’attentato dei Nact.  

De Maggi sostiene davanti ai giudici di aver prestato la sua militanza politica lontano da casa. E più precisamente nella zona di Cinecittà. Ricordiamoci di questo particolare perché ne torneremo a parlare molto presto. Da giovanissimo aderisce a Lotta Continua da cui si allontanerà presto. Fino al 1977 gravita nell’area di Autonomia Operaia. Ma proprio nell’anno fatidico 1978, sarebbe diventato un cane sciolto. Nel 1980 però entra improvvisamente nei Nuclei Clandestini di Resistenza e già l’anno successivo verrà arruolato nelle Br. Nulla di più sarà dato sapere del compagno residente in via Acca Larenzia il 7 Gennaio 1978. Ma allora da dove arriva la Skorpion assassina? 

L’Alberone, la grotta e la Skorpion. A rileggere i vecchi atti ci si accorge che la Todini si è soffermata veramente a lungo sulla Skorpion. Ha ricordato che la grotta della Caffarella è stata usata per le esercitazioni dagli “autonomi” dell’Alberone già negli anni precedenti il 1982. Ai magistrati fiorentini riferisce un altro particolare, non proprio secondario, sulla pistola-mitragliatrice: “dopo che i giornali cominciarono a dare notizia di una Skorpion usata dalle organizzazioni praticanti la lotta armata, De Martis Francesco diceva che di Skorpion a Roma ce ne erano due; quella che aveva lui e il suo gruppo e quella che era nel possesso delle Brigate Rosse”.  

Va ricordato che la Todini esclude in modo categorico la partecipazione di De Martis alla strage di via Acca Larenzia. Appresa la notizia dell’eccidio alla televisione, infatti, il giovane reagisce con evidente incredulità. Livia quindi appare credibile sia quando riferisce l’estraneità di De Martis all’attentato, sia quando riporta le sue confidenze circa la presenza di una Skorpion nell’ambiente politico frequentato nel 1978. E non sussistono ragioni per ritenere che si tratti di una millanteria. La storia tra Livia e De Martis termina nella primavera del 1978, proprio quando si diffonde la notizia sull’arma usata nell’omicidio Moro. In quei giorni tutti parlano in effetti di questo tipo particolare di pistola-mitragliatrice. Anche se gli inquirenti - e a maggior ragione i media - ignorano ancora l’esistenza di una seconda Skorpion nelle mani dei terroristi rossi. Il gruppo frequentato da De Martis, stando alle deposizioni della Todini, è il Comitato di Quartiere dell’Alberone. Tanto per cambiare. 

Un’arma che scotta. Ma come hanno fatto i compagni di Roma Sud a entrare in possesso di una Skorpion? Cerchiamo di capire. Il suo vero nome, come detto in precedenza, è in realtà Vz.61. Viene prodotta dalla Cz, un’azienda statale cecoslovacca specializzata nella fabbricazione di armi molto particolari. È manegevole come una normale pistola e deve il suo soprannome all’aracnide di cui sembra ripetere le forme. Nasce come arma militare. E con l’innesto di un secondo caricatore è in grado di sparare a raffica sino a 20 colpi. Una vera potenza. A inizio degli anni ’70 viene importata in Italia. Il modello commercializzato nelle nostre armerie contiene però una piccola modifica che la trasforma in una semplice pistola. Un’arma in grado di sparare solo un colpo singolo. Ma è sufficiente riattivare una semplice leva per restituirle il tiro automatico. Basta un gioco da ragazzi insomma per dotarsi di una vera mitragliatrice. Nel 1972 - quando nel paese inizia a tirare una brutta aria - il Ministero dell’Interno dirama una circolare con cui la Skorpion viene qualificata arma da guerra. Chi la detiene quindi si trova davanti all’alternativa obbligata di consegnare la Vz.61 alle autorità o di richiedere la licenza per la collezione di armi da guerra. Ma la normativa applicata nella circolare viene abrogata da una legge successiva che prevede invece l’istituzione di un catalogo nazionale delle armi. Catalogo però che nel Maggio 1978 - quando la Skorpion conquista la massima ribalta mediatica, venendo riconosciuta come l’arma usata nell’omicidio Moro - non è ancora arrivato.  

In tale periodo i giornali cominciano a parlare con insistenza della Vz.61 e dei rischi di conseguenze penali molto gravi a cui si espongono i suoi detentori. Nella cittadina piemontese di Borgomanero, per esempio, un collezionista in buona fede se la vedrà brutta per l’acquisto di una Skorpion. Un’arma in realtà sempre rimasta sotto la sua responsabile custodia e priva della modifica che la trasformerebbe in una mitragliatrice. La reazione delle autorità nei suoi confronti è durissima. Misure cautelari e processo per direttissima, prima che il il malcapitato riesca a dimostrare la propria innocenza.  

Nel frattempo la Questura di Roma dà inizio a un’indagine molto accurata per individuare la Skorpion con cui è stato ucciso Moro. Si cercano tracce utili di ogni genere per arrivare ai brigatisti. Viene acquisito l’elenco dei negozi italiani che negli anni passati hanno venduto le Skorpion. Si studiano i nominativi di tutti gli acquirenti. La Digos avvia un esemplare porta a porta finalizzato a verificare se tutti i proprietari sono ancora in possesso dell’arma. Il 28 Aprile 1979 a Formello, un paese a Nord della Capitale, gli agenti bussano alla porta di una persona molto nota. E apprendono con sconcerto una notizia destinata a rappresentare la principale chiave dei misteri dell’eccidio di via Acca Larenzia. Solo che per una sfilza di decenni questa scoperta è rimasta confinata nell’archivio del Tribunale di Roma e della prima Commissione Moro. 

Il cantante e lo sbirro. L’uomo che apre ai poliziotti si chiama Enrico Sbriccoli. Il suo nome potrebbe dire poco ma il volto è inconfondibile. Si tratta di Jimmy Fontana, il cantante che nel 1965 ha deliziato gli italiani con “Il Mondo”. Il brano è rimasto in testa alla classifica dei dischi più venduti per ben 10 settimane. Una canzone destinata a passare alla storia. Sbriccoli-Fontana però è anche un appassionato di armi. Il 27 Febbraio 1971 ha comprato una Skorpion presso un negozio di San Remo. Gli agenti della Digos chiedono di poter vedere l’arma ma Jimmy li lascia sbigottiti. Risponde che nel 1977 l’ha venduta a un loro collega. I poliziotti però gli fanno notare che la cessione non risulta nei registri della Questura di Roma. Il proprietario dell’arma quindi è ancora lui. Ma Sbriccoli-Fontana insiste e chiede che venga chiamato subito l’acquirente. La telefonata però non si rivela risolutrice. La persona chiamata in causa smentisce con sdegno. Risponde di non conoscere il peraltro noto Sbriccoli-Fontana. E assicura di non aver mai acquistato una Skorpion.  

Il 28 Aprile 1979, del resto, Valerio Morucci non è stato ancora arrestato. Gli inquirenti ignorano che l’arma usata nell’omicidio Moro sia in realtà quella ancora nelle mani dell’ex capo militare di Potere Operaio. In poche ore, quindi, si diffonde un terribile sospetto. Forse la Skorpion a cui le forze dell’ordine di un intero paese stanno dando la caccia è proprio quella di Sbriccoli-Fontana. Il noto cantante che giura di averla ceduta proprio a un uomo delle istituzioni. Un vero rompicapo che ovviamente non viene fatto trapelare alla stampa. Ma chi è questo poliziotto su cui Sbriccoli punta l’indice con tanta ostinazione? E dove presta servizio il 7 Gennaio 1978?  

Commissariato Tuscolano. Nel verbale stilato durante l’ispezione di Formello, gli agenti della Digos riportano fedelmente le dichiarazioni rilasciate da Sbriccoli-Fontana: “da circa due anni detta pistola l’ho venduta a certo Commissario di P.S. Cetroli facente servizio al commissario di P.S. Tuscolano…Preciso che insieme alla pistola Skorpion gli vendetti anche una pistola Star di fabbricazione spagnola…Dichiaro che conobbi il commissario Cetroli nell’armeria Bonvicini sita in via Oslavia in Roma”. La persona chiamata in causa da Jimmy è Antonio Cetroli. Proprio l’uomo che guida il Commissariato di Pubblica Sicurezza del Tuscolano. Nell’Aprile 1979, l’utilizzo di una Skorpion nell’eccidio di via Acca Larenzia è ancora sconosciuto e gli uomini della Digos non possono accorgersi dell’inquietante coincidenza. Nonostante la corrispondenza onomastica, peraltro, il Commissariato non è ubicato nel quartiere dove si trova la sede missina. È sito invece nella zona assai vicina di Cinecittà. Poco cambia.  

La storia della pistola-mitragliatrice svanita nel nulla genera un comprensibile imbarazzo nelle istituzioni. Il 18 Maggio 1979, Cetroli invia al Questore di Roma una relazione di servizio - su carta intestata del Commissariato del Tuscolano - in cui riassume il colloquio telefonico occorso con i colleghi della Digos tre settimane prima: “Altamente infastidito facevo presente che non conoscevo né lui (Sbriccoli, Nda) né la pistola…Affermo, con perentoria assolutezza, di non aver mai conosciuto lo Sbriccoli né presso l’armeria né altrove; di non aver mai dato i miei numeri di telefono a persone che non conosco; di non essere un collezionista di armi, di non aver mai avuto in vendita, in prestito o in concessione o a qualsiasi altri titolo le armi di cui parla lo Sbriccoli”. Sbriccoli-Fontana e Cetroli sono due veri insospettabili. Godono entrambi di ottima fama. Ma la logica impone che uno dei due stia mentendo. E il bugiardo dovrebbe dare spiegazioni molto dettagliate sulla destinazione finale dell’arma da guerra. Con il passare dei giorni il giallo s’infittisce. Il 30 Aprile 1979 la Digos ha ascoltato Milvia Ciani, moglie di Ciro Bonvicini che è il proprietario dell’armeria di via Oslavia. La Ciani dichiara di conoscere sia Sbriccoli sia Cetroli. Entrambi sono frequentatori del negozio. Ma non ricorda di averli messi in contatto, anche se non è proprio “sicurissima” della circostanza. In occasione dell’ispezione nella sua casa di Formello, del resto, Sbriccoli ha consegnato agli agenti un biglietto scritto a penna che indica il numero di telefono dell’ufficio di Cetroli. Numero effettivamente corrispondente e che compare sotto l’esplicita dicitura “Comm.Tuscolano Comm. Cetroli”. La Ciani ammette di aver scritto personalmente tale intestazione. Fontana quindi offre riscontri alle sue affermazioni. Dettagli però incompleti che rendono l’indagine più complessa del previsto.  

Spunta la Skorpion importante. Il 29 Maggio 1979 il caso comincia a sgonfiarsi. Morucci infatti viene arrestato insieme ad Adriana Faranda. Il “postino” del sequestro Moro, uscito dalle Br in polemica con l’esecutivo, si è portato dietro la Skorpion. Il sequestro dell’arma consente di effettuare la comparazione con i proiettili che hanno attinto il Presidente della Dc. I periti stabiliscono che si tratta di quella usata per uccidere lo statista democristiano. Fine della storia, almeno per ora. La pistola-mitragliatrice contesa al contrario dal noto cantante e da un Commissario di Polizia sembra perdere d’importanza. Lo strano caso - tenuto ben lontano dagli occhi indiscreti dei giornalisti - finisce presto nel dimenticatoio. Nessuno dei due contendenti viene chiamato a pagare il conto con la legge. Si tratta di un grave errore di valutazione perché gli inquirenti hanno maturato ormai due certezze. Una pistola che può essere trasformata facilmente in una mitragliatrice si è volatilizzata. E uno dei due sospettati sa bene in che mani è finita. Ma sceglie di tacere - accusando ingiustamente l’altro - solo per evitare guai giudiziari. Questa peraltro è la chiave di lettura più benevola, tra le tante possibili. 

Rinascimento fiorentino. La storia della Skorpion fantasma cade in letargo per anni. Ma nel 1985, dopo l’omicidio Tarantelli, tornano silenziose le paure del passato. L’economista è stato ucciso proprio con una Vz.61. E non può certo trattarsi di quella sequestrata a Morucci sei anni prima. C’è quindi un’altra Skorpion ancora nelle mani delle Br-Pcc. Come detto, i periti romani scoprono che qualcuno l’ha già usata nel 1978. In occasione dell’eccidio di Acca Larenzia. Ma la svolta avviene solo quando la pistola-mitragliatrice varcherà la soglia del raccordo anulare. Nel 1986 i brigatisti del Partito Comunista Combattente la utilizzano a Firenze per uccidere Lando Conti. Fuori da Roma, i percorsi arcani della Skorpion paiono suscitare una maggiore curiosità. I magistrati toscani infatti vogliono vederci chiaro. Interrogano sia la Todini, che nel 1982 una Skorpion l’ha già impugnata due volte, sia Sbriccoli-Fontana e Cetroli. I due continuano ad accusarsi a vicenda. I diversi filoni d’indagine si uniscono definitivamente quando nel Giugno 1988 verrà sequestrata una Vz.61 a Milano, poche settimane dopo l’omicidio del Senatore Roberto Ruffilli. La matricola è abrasa ma i periti riescono ugualmente a individuare il numero identificativo. D/5512. L’arma usata nei cinque omicidi - la stessa delle esercitazioni di tiro nella grotta della Caffarella e della rapina in viale Castrense - è proprio quella acquistata da Sbriccoli-Fontana a San Remo nel 1971. La storia inizia ad assumere i caratteri della tragedia. 

Nel frattempo ai magistrati fiorentini Jimmy ha ribadito tutte le dichiarazioni fornite alla Digos nel 1979. Il 20 Gennaio 1987 il cantante consegnerà alla Procura di Firenze anche un nastro che contiene un recente colloquio avuto con la Ciani all’interno del negozio di armi. Una discussione in cui si torna con la memoria al 1977 e alle trattative finalizzate alla cessione della Skorpion. Dopo il ritrovamento dell’arma nell’ultimo covo brigatista, Sbriccoli-Fontana è consapevole dell’estrema gravità della situazione. Ha provato a dimostrare la sua buona fede registrando le parole della commerciante. Cetroli invece cambia versione. Rinuncia alla “perentoria assolutezza” con cui nel 1979 aveva escluso la conoscenza del noto cantante. Ammette invece di averlo incontrato. Il fatto è clamoroso ma sarà reso pubblico solo nel 2012. Grazie all’impegno di persone che hanno ancora a cuore la memoria dei caduti di via Acca Larenzia. Tommaso Della Longa - un giovane reporter dotato di fiuto investigativo - dedica due articoli all’incredibile storia della pistola-mitragliatrice. Racconta al pubblico l’incredibile diatriba tra Sbriccoli-Fontana e Cetroli.  

La notizia non sfugge a Francesco Biava. Un Deputato del Pdl cresciuto nel Fronte della Gioventù. Il parlamentare presenta subito una interrogazione a risposta scritta. Chiede esaurienti delucidazioni al Ministero dell’Interno. E il Prefetto Carlo De Stefano, chiamato a sciogliere il quesito, non lo deluderà. Il Sottosegretario di Stato infatti riassume in modo chiaro il cambio di versione di Cetroli: “nel corso dell’interrogatorio, reso il 21 settembre 1988 dinanzi al Procuratore Aggiunto della Repubblica di Firenze, il funzionario confermò di non aver mai acquistato le pistole, ammettendo soltanto un generico ed iniziale interesse, come collezionista, per la Skorpion dello Sbriccoli, presentatogli dalla Ciani, interesse venuto meno dopo la classificazione della stessa Skorpion come arma da guerra”. Nel 1988 la verità sulla Skorpion assassina conosce un aggiornamento non proprio marginale. È vero che la Ciani, moglie del titolare dell’armeria Bonvicini, ha fatto incontrare Sbriccoli-Fontana e Cetroli. È vero che il cantante ha proposto al Commissario l’acquisto della pistola-mitragliatrice. È vero che il poliziotto ha manifestato inizialmente un certo interesse all’acquisto. Resta controverso solo l’esito della trattativa. Sbriccoli-Fontana insiste sul buon esito della stessa. Ma Cetroli continua a negare in modo risoluto. Afferma di essersi chiamato subito fuori dall’affare.  

Anche la Procura della Repubblica di Roma vuole saperne di più su questa brutta storia. Viene ipotizzata la violazione delle norme vigenti sulla cessione delle armi. Il Pm Luigi De Ficchy interroga Sbriccoli-Fontana. Il cantante spiega di essersi fidato sulla parola dell’acquirente in quanto Commissario di Polizia. E ribadisce per intero le dichiarazioni rese nel 1979: “al secondo appuntamento con il Cetroli, avvenuto nel negozio della Bonvicini durante il quale io consegnai le pistole al Cetroli, la signora Bonvicini, dopo la consegna, mi diede su mia richiesta il biglietto contenente quanto detto sopra affinchè io fossi a conoscenza del nome e del recapito della persona a cui avevo venduto le armi”.  

De Ficchy ascolta anche la Ciani. A distanza di molti anni, la donna recupera la memoria che sembrava invece smarrita nel ben più ravvicinato 1979. Ora ricorda con dovizia di particolari di aver fatto incontrare i due clienti dell’armeria: “tale contatto avvenne poi nel mio negozio e ricordo che presentai i due rimanendo dietro il bancone del negozio…una volta conosciuti furono da me persi di vista in quanto impegnata con le incombenze del negozio…Ricordo solo che dopo qualche giorno lo Sbriccoli mi disse che aveva venduto le armi di cui aveva parlato Cetroli, chiedendosi se poteva stare tranquillo, io gli risposi che non poteva essere più tranquillo di così avendole vendute a un commissario di polizia”. La Ciani quindi conferma la versione dei fatti di Fontana ma non per intero. Distratta dalle attività dietro il bancone, non si sarebbe accorta dell’esito della trattativa in corso tra i due clienti. Avrebbe saputo della cessione in favore di Cetroli solo in un altro momento, in occasione di un successivo incontro con Sbriccoli-Fontana. Ma il confronto disposto tra la Ciani e il cantante non condurrà a risultati di rilievo.  

Cetroli invece viene ascoltato dal Pm Franco Ionta. Il Commissario ammette di aver conosciuto Sbriccoli ma ribadisce con fermezza di non aver acquistato la Skorpion. Tre giorni dopo gli interrogatori di Sbriccoli-Fontana e Cetroli, i Pm De Ficchy e Ionta dispongono il confronto tra i due indiziati. Entrambi insistono nella propria versione dei fatti. Sbriccoli-Fontana ribadisce quella fornita sin dal 1979, Cetroli conferma quella rettificata nel 1986 davanti alla magistratura fiorentina. Il poliziotto torna a negare l’incontro per la compravendita asserito dal cantante: “frequentavo l’armeria al di fuori dell’orario d’ufficio. Faccio presente che l’armeria Bonvicini non chiudeva del tutto le serrande dopo le 20. I clienti abituali si trattenevano perciò ben oltre e fino alle 22 circa”. Tuttavia, tre giorni prima del confronto tra gli imputati la Ciani ha smentito Cetroli, confermando di aver fatto incontrare i due clienti proprio all’interno dell’armeria. Ma non c’è più tempo ormai per fare chiarezza sull’incredibile percorso della Skorpion assassina. Una pistola-mitragliatrice utilizzata almeno in quattro attentati (con cinque vittime) di matrice terroristica. Il 23 Maggio 1989 infatti la Procura della Repubblica di Roma formula richiesta di “non doversi procedere” per avvenuta prescrizione dei reati. Fine della storia.  

Una storia brutta e molto italiana. Qualcuno ha consegnato un’arma dalle potenzialità micidiali a terroristi che la impiegheranno in molteplici occasioni. Ma nessuno viene chiamato a pagare il conto con la giustizia. E questo “nessuno” si guarda bene dal fornire un aiuto concreto alle indagini sulla strage di Acca Larenzia. È ovvio, infatti, che sia stato a lui a consegnare la pistola-mitragliatrice ai macellai di Roma Sud. Però anche questa volta c’è un però. Nella parte conclusiva della requisitoria formulata all’esito dell’inchiesta istruttoria sui Nact - il procedimento penale a carico di Daniela Dolce e compagni - il Pm Ionta ricostruisce la vicenda della Skorpion e formula le sue conclusioni: “tale arma infatti (fu, nda) acquistata nel 1971 dallo Sbriccoli Enrico…e da questi ceduta al dr. Antonio Cetroli commissario di polizia (1977)”. Stando al Pm Ionta, quindi, pochi mesi prima dell’eccidio di via Acca Larenzia la Skorpion ha lasciato Formello ed è sbarcata a Roma Sud. Nel quartiere di Cinecittà.  

Guerriglia comunista. È giunto il momento di mettere insieme le ultime pedine del mosaico. Nel suo memoriale, il brigatista pentito Carlo Brogi rivela che l’eccidio di via Acca Larenzia è opera di elementi legati all’organizzazione di cui nel Gennaio 1978 fanno parte Norma Andriani e Arnaldo Maj, due compagni estranei e contrari alla carneficina. Sono proprio loro a rivelargli con una punta di disgusto la matrice dell’attentato. La Digos individua tale organizzazione nei Comitati Comunisti Romani, particolarmente diffusa in una vasta area che parte dall’Alberone e arriva sino ai Castelli Romani. Si tratta di una delle propaggini degli ex di Potere Operaio sospettate dalla Questura di Roma - sin dal Gennaio 1978 - di aver compiuto non solo la strage del Tuscolano ma anche una raffica di attentati rivendicati nel corso degli anni con sigle sempre diverse. I brigatisti pentiti Roberto Buzzatti, Walter Di Cera e Massimo Cianfanelli riferiscono in modo sostanzialmente concorde che l’estrema sinistra ha attribuito subito l’attentato proprio all’ambiente chiamato in causa da Brogi. Un quarto ex militante delle Br - Raimondo Etro - lo ha confermato proprio di recente. 

 

La rete operativa che dall’Alberone si estende sino ai Castelli Romani comprende per evidenti ragioni geografiche anche Cinecittà. Quartiere quest’ultimo che trova puntuale menzione nelle deposizioni di tutti i pentiti dai quali giungono riscontri alle rivelazioni di Brogi. Alberone e Cinecittà, infatti, costituirebbero i poli organizzativi dell’antifascismo a Roma Sud. Secondo la logica di “contropotere territoriale” a cui gli assassini dei Nact si richiamano sia nella sigla sia nelle rivendicazioni. In particolare l’ex brigatista Cianfanelli riferisce la voce subito diffusa negli ambienti della lotta armata. A via Acca Larenzia avrebbero sparato compagni dell’Alberone legati a quelli di Cinecittà. A sua volta il brigatista pentito Marcello Basili spiega che nel Gennaio 1978 l’organizzazione territoriale dell’antifascismo a Roma Sud è affidata sia agli “autonomi” dell’Alberone sia ai compagni di Cinecittà provenienti da Lotta Continua. Quelli che nei mesi successivi daranno vita al gruppo di Guerriglia Comunista. Con argomenti convincenti, Basili esclude invece qualsiasi responsabilità di Democrazia Proletaria nell’eccidio di via Acca Larenzia. Nella zona in questione infatti anche Dp è impegnata nelle attività antifasciste ma in forme completamente diverse dagli attentati omicidiari.  

In effetti un gruppo come Guerriglia Comunista qualche curiosità la suscita. A tale formazione clandestina - costituita nell’ambito del Movimento Proletario di Resistenza Offensiva, richiamato dalle Br nella Risoluzione Strategica del Febbraio 1978 - vengono attribuiti ben quattro omicidi, tutti commessi a Roma Sud proprio nell’anno della strage del Tuscolano. A parte l’ultima azione, dove viene colpita per errore un’altra persona, le vittime prescelte sono ritenute da Gc - in base a quali elementi non è dato sapere - spacciatori di eroina. Proprio la liberazione dei quartieri proletari dalle droghe pesanti costituirà il cavallo di battaglia di tale singolare gruppo armato. L’analisi di Basili si dimostra come al solito corretta. Guerriglia Comunista infatti è comprovata protagonista anche di azioni antifasciste. Tra queste va ricordata la collocazione di un ordigno nell’automobile di Ulrico Roberto, l’ex Segretario proprio della sezione missina di via Acca Larenzia. Un’azione criminale che per poco non costerà la vita al militante neofascista.  

Non solo. In una delle ultime informative del Sid ormai prossimo allo scioglimento - menzionata anche nel rapporto giudiziario della Questura di Roma del 27 Gennaio 1978, più volte citato nei capitoli precedenti - viene ipotizzato il coinvolgimento di un futuro militante di Gc nella strage di via Acca Larenzia. La perquisizione del suo appartamento - sito nelle vicinanze del Commissariato di Polizia del Tuscolano - produrrà esiti negativi. Negli anni successivi, durante l’istruttoria del processo a Guerriglia Comunista, l’ex terrorista Francesco Solimeno decide di collaborare con la giustizia. A suo dire, il gruppo di Gc - proprio nella persona chiamata in causa dal Sid nel Gennaio 1978 - avrebbe avuto la disponibilità di una Skorpion. Ma Solimeno viene ritenuto non attendibile e l’ipotesi di una compartecipazione di esponenti della futura Guerriglia Comunista all’attentato del Tuscolano non sarà mai coltivata. Solimeno, peraltro, dichiara ai magistrati che indagano sugli omicidi di Bigonzetti e Ciavatta di non sapere nulla a riguardo. Ancora oggi però c’è chi ritiene probabile il coinvolgimento di Gc negli omicidi di Bigonzetti e Ciavatta. Dario Mariani è stato un “autonomo” di Primavalle. Uno dei ragazzi che ha partecipato attivamente al Movimento del 1977.  

Oggi Dario è uno dei compagni più disponibili al confronto rispettoso con la parte opposta. È convinto infatti della necessità di storicizzare gli anni di piombo, separando la verità dalle fantasie dei complottisti seriali. Intervenendo sui social, Mariani si è detto più volte convinto della possibile esistenza di una pista di Guerriglia Comunista per la strage del Tuscolano. Gc a suo dire sarebbe stata una formazione molto originale nel panorama della lotta armata. Un punto di riferimento non solo per alcuni transfughi di Lotta Continua ma anche di piccoli personaggi della delinquenza comune di Roma Sud. Secondo Mariani, la Skorpion potrebbe essere arrivata nelle mani dei terroristi attraverso tale G.N.. Si tratta di una persona abbastanza nota a Cinecittà, all’epoca imputata in due processi di criminalità non politica. A dire il vero, il vecchio compagno del Movimento non indica fonti di prova a sostegno della sua ipotesi. Ma nei fascicoli dell’istruttoria sui Nact il nome menzionato da Mariani compare sul serio. L’uomo infatti avrebbe effettuato uno scambio di armi proprio con Cetroli, tutte regolarmente dichiarate alle autorità. Nell’informativa in cui viene riferita tale circostanza, peraltro, si legge che un invito a tenere in considerazione G.N. sarebbe arrivato in via informale proprio dal Commissario di Polizia.  

Savasta prima di Paliano. Un altro brigatista pentito che ha voluto dire la sua sulla strage di Acca Larenzia è Antonio Savasta. Anche se le sue prime dichiarazioni sono passate quasi inosservate. L’ex terrorista ha parlato dell’attentato del Tuscolano già nei mesi successivi al suo arresto, avvenuto all’inizio del 1982. Durante l’audizione presso la prima Commissione Moro, Savasta ricostruisce in modo lucido le vicende della lotta armata a Roma Sud. Spiega come nelle scelte violente di tanti ragazzi pesi la ghettizzazione dei quartieri in cui vivono. Il vecchio militante del CoCoCe indica nell’omicidio del compagno di Tivoli Fabrizio Ceruso - il giovane trafitto da un proiettile sparato dalle forze dell’ordine durante i disordini nella zona di San Basilio nel Settembre 1974 - un momento fondamentale per la militarizzazione dei “gruppi” e per l’innalzamento del livello di scontro con le istituzioni: “da lì il passo è stato poi molto breve. Le squadre armate dei comitati assumono già un aspetto clandestino rispetto ai comitati autonomi stessi”.  

Savasta spiega la genesi delle Fca, che nascono a Roma proprio come una organizzazione di “squadre armate”, all’esito della ennesima spaccatura nazionale tra gli ex di Potere Operaio. Le Fca infatti vengono costituite per realizzare il “progetto politico quello della cosiddetta ‘cerniera’ tra Autonomia e Br….L’impostazione di Roma a differenza di quella di Scalzone e di Del Giudice, era molto più filo Br”. Dopo la scissione delle Fca, alcuni compagni entrano nelle Brigate Rosse mentre altri restano nei Comitati Comunisti Romani. Ma i canali di collegamento vengono conservati attraverso le brigate territoriali delle Br. Lo stesso Savasta entra nelle Brigate Rosse ma continua a tenere un piede all’interno del Movimento: “io ho partecipato a tutti i movimenti del 1977 nella duplice veste di brigatista e di esponente politico dell’assemblea autonoma di Centocelle”.  

Nel 1977 quindi la lotta del Movimento tornerà a esprimere la logica del doppio livello tanto cara a quelli di PotOp. Una lotta di “massa” e una lotta di “avanguardia” e “cioè quella che si svilupperà nel movimento proletario di resistenza offensiva”. Prima il doppio livello di Potere Operaio, legale e occulto. Poi la struttura di cerniera creata nell’area vasta di Autonomia Operaia e più in generale nel Movimento. Quindi il bipolarismo tra lotta di “massa” e lotta “clandestina”. Poi il Movimento Proletario di Resistenza Offensiva. In ultimo, come abbiamo visto, i Nuclei Clandestini di Resistenza. Savasta chiarisce la dialettica a Roma tra “autonomi” e Br spiegando la funzione di assistenza che queste ultime hanno prestato ai compagni dei Comitati Comunisti Romani in occasione della celebre manifestazione degli autonomi a Roma del Marzo 1977: “ci siamo fatti…promotori dell’organizzazione di queste squadre, di questi comitati autonomi, fornendo anche armi”. I compagni sono quelli provenienti dal CoCoCe - i cui locali sono ormai chiusi da un anno - e l’obiettivo dell’azione armata, come già ricordato in varie occasioni, sono i Vigili Urbani. Lo stesso obiettivo che l’anno successivo il “biondino” legato agli assassini dei Nact avrebbe proposto di colpire a Brogi, durante il colloquio avvenuto nelle scale della facoltà d’Ingegneria di San Pietro in Vincoli.  

Michele Marchio, membro missino della prima Commissione Moro, chiede a Savasta se anche l’eccidio di via Acca Larenzia ha una matrice brigatista. La risposta però sarà completamente negativa:“No. L’antifascismo, per quanto riguarda le Brigate Rosse, era un terreno che noi consideravamo arretrato perché l’antifascismo significava far arretrare il movimento su una conquista politica cui si era già arrivati. Bisognava invece mettere in chiaro che il fascismo era soltanto una parte dello Stato e che attualmente la Democrazia Cristiana era il fulcro dello Stato, della politica statale, per cui l’attacco andava rivolto contro questo tipo di struttura politica”. Savasta fornisce la stessa, argomentata e convincente chiave di lettura offerta da tutti gli altri terroristi pentiti che hanno parlato dell’eccidio di via Acca Larenzia. Quando Marchio gli chiede indicazioni sulla matrice dell’attentato, infatti, l’ex militante del CoCoCe non esita a rispondere: “credo che siano state delle squadre armate di comitato”. Più chiaro di così davvero non si può. 

Torna Savasta. Come già ricordato, nel 2011 Nicola Rao riesce nella clamorosa impresa di far raccontare a Savasta la sua storia politica. Ben presto il libro diventerà un caso nazionale. Rao infatti racconta anche le torture inflitte da esponenti delle forze dell’ordine ad alcuni brigatisti. Oltre che a un neofascista. Non solo. Dopo quasi 30 anni dall’audizione davanti alla prima Commissione Moro, Savasta torna a parlare dell’eccidio di via Acca Larenzia. Questa volta si profonde in una difesa - non richiesta e a nostro parere poco convincente - degli ambienti dell’ex Potere Operaio e del CoCoCe. Per giudicare tali premure, peraltro, occorre aspettare opportune verifiche sulle dichiarazioni rese da Raimondo Etro. Quelle relative a un ipotetico e tacito accordo che secondo Etro sarebbe stato raggiunto nel 1985 all’interno del carcere di Paliano. Dichiarazioni concernenti anche la presunta, incredibile condivisione della stessa cella dell’accusatore Savasta e dell’accusato Morucci durante il processo per l’omicidio di Mario Zicchieri. Un giudizio concluso, come visto, con un’assoluzione degli ex militanti di PotOp imputati con formula dubitativa.  

Ma nei colloqui con Rao l’ex terrorista di Centocelle non si limita a difendere gli ex di PotOp. Ribadisce l’estraneità delle Br alle azioni antifasciste, in quanto espressione di strategie ormai superate. Racconta però un particolare omesso durante l’audizione davanti la prima Commissione Moro. Savasta infatti specifica che nel 1978 non tutti i brigatisti della colonna romana sono allineati su questa posizione. Quelli della Brigata Torrespaccata - in gran parte provenienti dal piccolo gruppo marxista-leninista di Viva il Comunismo - si sarebbero distinti invece per una linea dissenziente. Essi più volte avrebbero lasciato intendere l’opportunità di colpire i fascisti di via Acca Larenzia, colpevoli di avere troppa visibilità.  

Il giudizio riferito da Savasta appare decisamente enfatico. In realtà, i giovani missini del Tuscolano godono di un’agibilità molto ridotta. Riescono ad affiggere manifesti solo nelle strade adiacenti la sezione. Difendono un piccolo fortino assediato da una marea rossa che è padrona assoluta del territorio. Le “inchieste” dell’estrema sinistra sui neri si dimostrano sempre molto curate. Impossibile credere che proprio i compagni delle Br abbiano ignorato o travisato un’evidenza così chiara a tutti a Roma Sud. Ma quella di Savasta non è una congettura. Antonio infatti si dichiara testimone diretto della dura presa di posizione dei brigatisti di Torrespaccata.  

Difficile credere però che Antonio - in occasione dell’audizione presso la prima commissione Moro e poi nei colloqui con Rao - abbia riferito tutto quello che è di sua conoscenza sui troppi delitti irrisolti di Roma Sud. Ma sulla questione specifica del dibattito interno alle Brigate Rosse, rimasto a lungo sconosciuto, appare sincero. Sull’attentato del Tuscolano invece si limita a formulare meri sospetti. A suo avviso, l’eccidio sarebbe opera di compagni del Movimento aiutati nell’occasione da alcuni militanti della brigata territoriale delle Br di Torrespaccata. Terroristi questi ultimi che prima di entrare nelle Br - ai tempi dei Comitati Comunisti per il Potere Operaio e del giornale Senza Tregua - hanno fondato il Comitato Comunista Cinecittà. Una sorta di clone del CoCoCe, come già osservato. 

 

Lo schema operativo sarebbe stato simile a quello adottato l’anno precedente, proprio da Savasta e altri brigatisti, in occasione del sostegno fornito ai compagni dell’ex Comitato Comunista Centocelle durante la grande manifestazione di Marzo 1977. I brigatisti quindi prestano le armi agli “autonomi” che le usano per attaccare un loro obiettivo. Un obiettivo tipico da Movimento. Anche Savasta quindi chiama in causa il quartiere di Cinecittà che secondo il Pm Ionta costituirebbe il possibile luogo di approdo della Skorpion. Assieme all’Alberone, inoltre, tale zona rappresenterebbe il secondo polo territoriale - a Roma Sud - dell’antifascismo militante. Tutto sembra incastrarsi nella medesima direzione.  

Savasta però aggiunge una ulteriore indicazione. Sostiene l’esistenza di un nesso diretto tra i compagni di Movimento di Cinecittà e i brigatisti di Torrespaccata. E Stefano De Maggi - il compagno residente proprio in via Acca Larenzia che nel 1982 addestra le reclute dei Ncr all’uso della Skorpion - dichiara di aver cominciato la propria militanza politica proprio a Cinecittà. Secondo il Reparto Operativo dei Carabinieri, nel 1981 De Maggi sarebbe entrato nelle Br attraverso legami con i compagni di Torrespaccata, tra i pochi rimasti liberi dopo le dure ondate repressive dell’ultimo biennio. È solo in tali circostanze - lo ha dimostrato in modo inconfutabile Livia Todini, conducendo gli inquirenti nella grotta della Caffarella - che il giovane entrerà in possesso dell’arma dei misteri.  

Altrettanto interessante è il tortuoso percorso politico di Giorgio Frau - l’altro compagno che nel 1982 detiene la Skorpion - tracciato dal Reparto Operativo dei Carabinieri. Frequentazione del Comitato di Quartiere dell’Alberone. Contatti con Guerriglia Comunista a Cinecittà. Rapporti con Prima Linea. E infine ingresso nelle Br attraverso rapporti con i brigatisti di Torrespaccata. Appare probabile che Savasta - ex compagno del CoCoCe e delle Fca - non sia particolarmente entusiasta di eventuali coinvolgimenti dei compagni provenienti da Potere Operaio in questa storia maledetta. Ma forse è stato proprio lui, attraverso i riferimenti a Cinecittà e a Torrespaccata, a fornirci l’ultimo tassello mancante nella ricostruzione dell’eccidio di via Acca Larenzia. Dunque il mistero sugli assassini di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta non è affatto impenetrabile come ci hanno fatto credere per troppo tempo. Nonostante le apparenze, a risultare molto più complesso è invece l’omicidio di Stefano Recchioni.