Accordo prematrimoniale sadomaso: lei si ribella, lui dice che era consenziente

La storia è di quelle che ricordano certi romanzi di genere (fra cui la recentissima serie di best seller, la trilogia "Cinquanta sfumature di grigio/nero/rosso", in cui c'è proprio un contratto di sottomissione in ballo, fra l'affascinante protagonista e la giovane ammaliata.

Ma questo, purtroppo, non è un romanzo. E' la realtà. Ed è una storia di violenza.

Ecco i fatti: nel 2004 due padovani, un uomo e una donna, si conoscono e si uniscono in una passione violenta e un po' torbida, caratterizzata da un gioco erotico sadomaso. Dopo un anno di conoscenza, i due mettono per iscritto un vero e proprio patto che regola il loro rapporto. Un contratto di schiavitù «consensuale e a tempo indeterminato». Lui è il padrone, lei la schiava. Ci sono le regole da rispettare da parte di entrambi. Quelle che sottomettono lei e quelle che regolano i comportamenti di lui.

Ci sono la parola-salvezza e il segnale-salvezza, che a lei sono consentiti per segnalare se qualcosa non va. Ci sono le garanzie che deve offrire lui, che deve interessarsi della sopravvivenza, della salute e del benessere psico-fisico della sua sottomessa.

Ma quello che doveva essere un gioco erotico si trasforma piano piano, evidentemente, in un incubo di maltrattamenti. In un primo tempo consensuali, certo: nel contratto firmato da lei erano specificate, a quanto si apprende, persino le pene corporali cui sarebbe stata sottoposta, le «punizioni» che avrebbe dovuto accettare senza discutere.

Per quanto possa sembrare incredibile, succede anche che i due si sposino. E che il matrimonio duri anche parecchio: sette anni. Tanto ci vuole perché lei decida di mollare tutto e di ribellarsi a questa schiavitù mentale, sessuale e fisica. E di denunciare il marito, nel mese di settembre 2011, per maltrattamenti in famiglia e poi per stalking (lui, evidentemente, non aveva preso bene la fuga).

Solo che lui, il 42enne marito "abbandonato" e denunciato, quando il fascicolo finisce sul tavolo del pm Sergio Dini, tira fuori il contratto. E così le cose si complicano e si ingarbugliano.

L'avvocato Valentina Copparoni, su Fatto&Diritto, risponde alla domanda che si fanno tutti: ma questo contratto è valido?
 La questione è spinosa. L'avvocato spiega che secondo il nostro codice civile «gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionano una diminuzione permanente dell’integrità fisica o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume».

D'altro canto, però, «il nostro ordinamento prevede all’art. 50 del codice penale una causa di giustificazione (che elimina l’eventuale antigiuridicità di una condotta illecita) per cui non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto col consenso della persona che può validamente disporne». Il che sembrerebbe avallare chi pensa che, essendoci il consenso della vittima, il carnefice stesse esercitando un suo diritto, per quanto perverso.

«Tale consenso», prosegue l'avvocato, «però, deve essere espresso da persona capace di intendere e volere  da accertare caso per caso, deve essere espresso in modo libero, non viziato cioè da errore, violenza o dolo, e deve essere manifestato all’esterno oppure può essere desunto da  un comportamento chiaro ed univoco».

Si può pensare che al momento della firma del contratto di schiavitù la donna non fosse in grado di intendere e di volere? Che fosse condizionata psicologicamente? E questo consenso espresso nel turbine della passione, può giustificare i «maltrattamenti in famiglia»?

L'ultima parola spetterà al giudice, la legge non basta a stabilire chi abbia ragione. Nonostante i maltrattamenti.

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