Achille Lauro e lo stato dell'Arte nel ciabattismo imperante

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C’è stato bisogno dell’arrivo di Achille Lauro per spiegare lo stato dell’arte - esattamente dell’Arte come strumento di agitazione creativa o presunta tale – nella percezione media nazionale. È bene sappiate che nella nostra amata Italia è impossibile esserlo, ossia artisti riconosciuti come tali, con accluso salvacondotto di anticonformismo; colpa di un freno moralistico, per senso della misura piccolo borghese. Giusto ai papi si concede la pompa magna, flabelli compresi. Nel migliore dei casi, nel quotidiano comune è permesso riconoscersi nel ruolo di condomini, anche nell’abbigliamento, ciò che nel lessico sciampistico prevalente è detto “look” e “outfit”,  parole che meritebbero una Norimberga linguistica, almeno per chi abbia il senso dell’originalità, se non del ridicolo.

Il Belpaese, così nelle parole dall’abate Stoppani, che ci contempla ancora adesso dalla stagnola del formaggio, in termini di etichetta cavalleresca condivisa, non è mai andato oltre l’orizzonte “Davide Cenci”, ministeriale, blazer d’ufficio, grisaglia, scarpe mortuarie. Per la dama invece tailleur “Luisa Spagnoli” o in subordine sbarazzino “Zara”, così per ossequio al senso comune, gli stilisti di cui si favoleggiava negli anni Ottanta, gli Armani, i “Versaci”, le Krizia, questi ultimi sono soprattutto beni da esportazione. Forse soltanto Elio Fiorucci ha suggerito una via di liberazione dall’insignificante al limite dell’opzione espressiva, estetica.

Per farla breve, la massima possibilità di espressione artistica concessa, nel senso di fantasiosità (esempio: la signora a cui viene chiesto che lavoro esatto svolge un genero che dovesse presentarsi con il medesimo stile di un Morgan, così risponde alla dirimpettaia: “È un tipo estroso!”) per anni inquadrava giusto Renato Zero, metti, in costume da Pierrot autarchico, una colomba a sormontarne la bombetta di un bianco immacolato, questo e nient’altro. Va poi ricordato che ogni tentativo nostrano di body art si è sempre dimostrati infruttuoso, lontanissimo dalla grazia dei britannici Gilbert & George, incapaci di buttare giù il muro di Ladispoli o di Lignano Sabbiadoro o di Ficarazzi, per indicare un orizzonte oltre il nazionalpopolare.

Così fino all’avvento di Achille Lauro. Un “artista” il cui nome custodisce una potenza fluorescente, nonostante, almeno ai minimamente informati di storia patria, faccia riverberare il volto e le scarpe spaiate elettorali del trascorso armatore partenopeo, e ancora l’immagine di una sedia a rotelle che viene giù con il suo passeggero di religione ebraica, Leon Klinghoffer, così dal ponte dell’omonimo natante da crociera, assassinato da terroristi palestinesi.

Intendiamoci, Achille Lauro non è un cantante, meglio, irrilevante che lo sia, secondario perfino che qualcuno ne ricordi i brani, Achille è ciò che l’uomo medio osserva per poi dire a se stesso: “Guarda, c’è l’artista!” “Lui sì che se lo può permettere!”. L’elemento dell’ambiguità di genere e citazionistica, riferita una fantasmatica fluidità sessuale, amplifica il glamour, un ismo estetico-concettuale che ha alle spalle, fra molto altro, l’icona di Bowie. Aggiungiamo che i più severi studiosi di estetica, non gli “hair stylist” di Miss Italia, suggeriscono da tempo che l’unica forma di vitalità creativa presente nel tramonto dell’Occidente post-capitalistico giunge proprio dal mondo Lgbt.

In realtà, posto che il sistema dell’arte con i suoi stand (sia detto anche in senso tecnico di espositore di abiti) è governato dai comma 23 del glamour, occorre dire che una semplice vetrina “Gucci” o “Dolce & Gabbana” di via Monte Napoleone surclassa ogni possibile “Biennale” veneziana o “documenta” di Kassel. Non è un caso d’altronde che proprio dalla “Gucci” si siano presi in carico l’allestimento spettacolare di Achille nostro.

Rammentate la scena de “La grande bellezza”, dove la performer prova ad aver ragione dell’Acquedotto Claudio a testate in nome delle “vibrazioni”? Lì si vorrebbe citare Marina Abramovich e le sue performance, certo filone aureo artistico, gli anni ’70, l’apogeo della “body art” come luogo di “scandalo”, appunto.

L’ho già detto, qui da noi è impossibile essere artisti, no? Nel migliore dei casi ci si può riconoscere nel prevedibile Oscar come non protagonisti di condomini, anche nell’abbigliamento privo di deragliamenti estetico-formali. A latere, appare una Vanessa Beecroft, i cui “tableau vivant” di modelle acconciate in una sorta di peplum art, a dispetto d’ogni riscontro tra la bella gente e dei committenti sono solo vetrinismo, così da suggerire celeste nostalgia perfino per il più povero universo “Facis” già caro a zio Manlio, impiegato all’annona.

Nel momento in cui dalla “Gucci” suggeriscono a Lauro di testare su di sé l’icona di San Francesco al meglio del suo fulgore alla corte del sultano, come fosse Erté, l’unico dandy della moda cui sia mai stato concesso di intonare i propri abiti ai tendaggi di casa nella Parigi dei trascorsi anni ’20, poi il piumaggio boldiniano della marchesa Luisa Casati, “Coré” nelle parole di D’Annunzio, con la quale condivideva il piacere per la “mattonella di Persia” (così il Vate chiamava la cocaina) e ancora, e ti pareva, David Bowie, il viso solcato dalla saetta di “Aladdin Sane”, in quello stesso momento mettendo in moto il girmi del glamour con la sua dorata banalità, tutti noi abbiamo la certezza che non si stia dando sedizione, più semplicemente la certezza rassicurante di demandare ad altri la libertà di trascendere la modestia del pigiama e delle ciabatte del nostro già menzionato detestabile quotidiano.

A nessuno di noi sarebbe concesso di andare nudi e neppure in mutanda tattica, metti “dal cinese sotto casa” a comprare la lettiera per il gatto, all’“estroso” Achille Lauro, invece sì. L’artista, la boy art insomma si riconosce qui da noi dalla libertà di trascendere il pigiama.     

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