L'acqua pubblica, una questione ancora aperta

L’acqua pubblica rimanga pubblica. La Corte Costituzionale ha sostanzialmente ribadito l’esito dei due quesiti referendari dello scorso giugno: l’acqua e la sua distribuzione non può essere privatizzata. Nello specifico la Corte ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 4 del decreto-legge 13 agosto 2011, n.138 (“Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n.148, che disponeva la possibilità di privatizzazione dei servizi pubblici da parte degli enti locali, quindi anche il sistema idrico integrato. Ma come, il voto del referendum non aveva sancito che la gestione dell’acqua deve essere solo pubblica? Appunto. Ma l’allora governo Berlusconi avrebbe cercato di reintrodurre la normativa sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali abrogata dal referendum popolare e la Corte Costituzionale, ad un anno di distanza, ha detto che il decreto-legge dello scorso Ferragosto non è valido: incostituzionale.

Torniamo al 12 e 13 giugno 2011, l’Italia era chiamata a rispondere a quattro quesiti referendari: sul legittimo impedimento, sul nucleare e due sull’acqua. Il primo riguardava la privatizzazione forzata delle società di gestione, mentre il secondo permetteva ai cittadini di abolire la quota della tariffa relativa alla remunerazione del capitale investito (l’ormai famoso 7 per cento). In parole povere: acqua per tutti senza che nessuno ci guadagni sopra. Hanno vinto i sì, ma dopo quasi dodici mesi non è cambiato molto. Si sa come vanno queste cose in Italia. Leggi, leggine, rinvii e deroghe. Lo scorso governo, con un tempismo perfetto, aveva subito approvato il 13 agosto il già citato decreto-legge che, sostanzialmente, ripristinava lo status quo precedente al referendum. Con buona pace dei votanti. Nell’articolo 4, infatti, “Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dell’unione europea”, è spiegato come “gli enti locali, nel rispetto dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione di servizi, verificano la realizzabilità di una gestione concorrenziale dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, liberalizzando tutte le attività economiche”. E per servizi pubblici, ovviamente, s’intendevano anche quelli idrici.

E pensare che l’unico sindaco che si è deciso a fare qualcosa, adeguandosi alla volontà popolare, è stato quello di Napoli, Luigi De Magristris che ha trasformato la società di gestione Arin da società per azioni a consorzio pubblico, ente di diritto pubblico e non privato. Ha deciso di chiamarlo Abc, “Acqua bene comune”, garantendo la partecipazione dei cittadini nelle scelte gestionali. Ma nel resto d’Italia? Niente, tutto come prima del voto. Come se il referendum non fosse mai esistito. Prendiamo un altro esempio: Roma. I gestori privati dell’Acea, Azienda comunale energia e ambiente – primo operatore nazionale nel settore idrico con 8 milioni e mezzo di cittadini serviti, società quotata in Borsa e a maggioranza pubblica – si sono mossi per capire se grazie ai vari cavilli legali ne saltasse fuori qualcuno che permettesse di continuare a operare come niente fosse. L’esito finale della vicenda deve attendere i tempi burocratici di tribunali, ricorsi e sentenze. Insomma, un’eternità.

Facile immaginare che i comitati per il referendum, già da mesi, sono scesi nuovamente sul piede di guerra, chiedendo che si applichi quanto deciso col voto. Perché anche sul secondo punto, quello dell’abbassamento delle tariffe del 7 per cento, per intenderci, fino ad oggi pare che nessuno abbia deciso di adeguarsi. Attualmente sono previsti 65 miliardi di investimenti nel servizio idrico integrato (dati Bluebook 2010). Una cifra enorme che si spiega con l’inefficienza delle reti di acquedotto che in Italia, in media, perdono il 37% dell’acqua immessa, con punte ben al di sopra del 50%. Senza una distribuzione omogenea perché ci sono zone della Puglia o della Sicilia dove l’acqua tuttora scarseggia. Insomma questo è lo stato della rete idrica nel nostro Paese che, è proprio il caso di dire, scusando il gioco di parole, fa acqua da tutte le parti. Chissà se le ragioni referendarie saranno utili a migliorarla. Almeno, però, dovrebbero essere applicate, giusto per rispettare i milioni di italiani che a mettere la x sulla scheda ci sono anche andati.

Quindi, arriviamo all’epilogo: dopo un anno costellato da leggi e decreti per ignorare le decisioni popolari sulla gestione e distribuzione dell’acqua, la Corte Costituzionale, come detto, ha dichiarato illegittimo il decreto-legge dell’agosto 2011. A fare ricorso erano state sei Regioni: Puglia, Marche, Lazio, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna. “La Puglia ha vinto, ma soprattutto hanno vinto la democrazia e il popolo dei referendum”, così ha commentato la sentenza Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia. “Di fatto si è ripristinato il risultato del referendum sui servizi pubblici locali del giugno 2011”. Non proprio sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco di Roma, Gianni Alemanno: “La sentenza della Corte Costituzionale libera gli enti locali da vincoli rigidi nei processi di privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici locali, ma non rende affatto illegittima la nostra delibera sulla costituzione della holding e la vendita del 21% di Acea”.

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