Addio a De Klerk, il presidente che liberò Mandela, un Nobel senza pace

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(Photo: WALTER DHLADHLA via Getty Images)
(Photo: WALTER DHLADHLA via Getty Images)

Un cancro del mesotelioma si è portato via l’ultimo presidente bianco della storia del Sudafrica, Frederik Willem de Klerk, deceduto questa mattina nella sua casa di Fresnaye, nella ricca periferia di Città del Capo. All’ottantacinquenne premio Nobel per la pace si deve la democratizzazione del Paese dopo decenni di apartheid, un sistema che prima di smantellare aveva contribuito in parte a istituire. Da qui, l’ambiguità che ha avvolto la sua figura per l’intera carriera politica e che non gli è mai valsa un consenso unanime. De Klerk, infatti, raccolse tutta l’indignazione che la comunità nera nutriva nei suoi confronti per via del suo passato segregazionista, mentre tra gli afrikaner (i bianchi di origine europea, discendenti dei coloni olandesi e francesi) venne considerato il traditore.

Come affermò l’ex ambasciatore statunitense Herman Jay Cohen, assistente del Segretario di Stato per gli affari africani tra il 1989 e il 1993, FW de Klerk “non ha detto che l’apartheid fosse un male o immorale, ma aveva deciso che non avrebbe funzionato”. D’altronde, l’indottrinamento a cui venne sottoposto fin da piccolo era imbevuto delle teorie razziste propagandate dal National Party, di cui suo nonno figurava tra i membri fondatori. Anche suo padre, nato come preside, intraprese la strada politica arrivando a ricoprire il ruolo di presidente del Senato. Così come suo zio, Hans Strijdom, un grande sostenitore dell’apartheid nonché Primo ministro tra il 1954 e il 1958. Insomma, per rubare le parole dall’autobiografia di de Klerk, “la politica era nel mio sangue”.

Prima di prendere le redini del partito a fine anni Ottanta, FW de Klerk fu membro del Gabinetto prima sotto il governo di Balthazar Vorster e poi di Pieter Botha, del quale poi sarà successore alla guida del Sudafrica. Entrambe le amministrazioni erano strenue sostenitrici del sistema dell’apartheid, su cui anche lo stesso de Klerk non mancò di dare il suo appoggio in alcune occasioni. Per questo il suo cambio ideologico sorprese, ma allo stesso tempo non convinse fino in fondo. Per alcuni era la conferma di come una fine della segregazione potesse arrivare solo da qualche illuminato ben visto agli occhi dei nazionalisti conservatori, mentre altri lo incolpavano di aver girato la bandiera in base al soffio del vento.

Qualche segnale di rottura con il partito si era già intravisto ben prima della sua elezione a presidente. Ad esempio, nel 1986 si recò dall’allora presidente Botha per chiedergli che ordinasse al ministro degli Esteri Roelof Frederik Botha (nessuna parentela tra i due, ma solo un caso di omonimia) di rimangiarsi la sua previsione secondo cui il Sudafrica non avrebbe mai avuto un presidente nero.

Per un gioco del destino, fu proprio grazie a de Klerk se la profezia non trovò riscontro nella realtà. In seguito alla laurea in giurisprudenza, cominciò il suo corsus honorum nel National Party nel 1972, partendo dalla città mineraria di Vereeniging. Per diversi anni indossò le vesti di ministro, traslocando da un ministero all’altro: Telecomunicazioni, Sport, Spettacolo, Ambiente, Energia, Interno e Istruzione. Durante quest’ultimo, ricoperto tra il 1984 e il 1989, si conta che spese dieci volte di più per gli studenti bianchi che per i neri. Solo nel 1989 – anno in cui divenne anche leader del partito - arrivò alla guida del Paese, dove rimarrà fino al 1994.

Durante la sua presidenza attuò una serie di politiche volte all’inclusione di tutti i sudafricani, senza distinzione tra etnie, religioni e tantomeno colore della pelle. Nella sua concezione c’era la necessità di costruire un “nuovo Sudafrica”, non più basato sulla divisione e sull’odio, che insieme a una corruzione inarrestabile avevano dilaniato l’economia del Paese. Per di più, il periodo storico gli era favorevole visti i cambiamenti radicali in atto. “Nel giro di pochi mesi, una delle nostre principali preoccupazioni decennali era scomparsa”, disse in riferimento alla disgregazione dell’Urss. “Si era aperta improvvisamente una finestra che ha creato un’opportunità per un approccio molto più avventuroso di quanto fosse stato precedentemente concepibile”.

Le decisioni che gli permisero di passare alla storia risalgono al 2 febbraio del 1990. Durante un suo discorso, annunciò la riabilitazione dell’African National Congress, in stato di clandestinità durante i decenni di apartheid, e la liberazione del suo futuro leader, Nelson Mandela, in carcere da ventisette anni. Due prese di posizione che, data l’importanza, vennero tenute nascoste quasi a tutti, per evitare una fuga di notizie. Perfino sua moglie venne informata solo durante il tragitto verso il Parlamento.

Con Mandela, de Klerk condivise il Premio Nobel per la Pace, ricevuto il 10 dicembre del 1993 “per aver svolto un ruolo decisivo nello smantellamento del sistema di segregazione razziale nel loro Paese”. La riconciliazione, però, avvenne solo per il bene del Sudafrica. Entrambi lavoravano per la fine della repressione, ma il ritorno di Madiba coincise anche con il lento abbandono di de Klerk dal suo ruolo pubblico.

La testimonianza delle loro frizioni arriva sempre dall’autobiografia “The Last Trek – A New Beginning”, dove si legge come fosse piuttosto “ironico che entrambi avessimo viaggiato così lontano per ricevere il più alto riconoscimento al mondo per la pace e la riconciliazione, mentre il rapporto tra di noi era caratterizzato da così tanto vetriolo e sospetto”. Il riferimento è al loro viaggio a Oslo, da dove Mandela tenne il suo discorso per il Nobel, probabilmente non condiviso con l’ex presidente. “Ero ribollente, è stato solo con il massimo autocontrollo che sono riuscito ancora una volta a mordermi la lingua e a non infrangere una volta per tutte l’illusione che ci fosse un rapporto cordiale tra me e Mandela”.

La diffidenza, però, era reciproca perché anche Madiba non vedeva nel suo liberatore un progressista, quanto piuttosto “un gradualista, un attento pragmatico. Non ha fatto nessuna delle sue riforme con l’intenzione di mettersi fuori dal potere. Le ha fatte proprio per il motivo opposto: garantire il potere agli afrikaner in una nuova dispensazione”. Come lui la pensava anche il suo successore, Chris Hani: “Sono in disaccordo con una quantità di persone che dicono che FW de Klerk è cambiato. Non è affatto cambiato”. Mandela, tuttavia, una volta presidente lo nominò suo vice. Una carica che de Klerk ricoprì per due anni, prima di passare all’opposizione perché secondo lui l’ANC non lo teneva più in considerazione. Nel 1997, poi, l’addio alla politica accompagnato dalle scuse per le pene inflitte dall’apartheid.

Negli anni della sua vita privata non mancò mai di esprimere la sua opinione. Dopo la morte della sua ex moglie, nel 2001, denunciò l’alto tasso di criminalità in cui versava il Sudafrica e le conseguenze drammatiche che questa provocava nella società. “C’è una crescente disillusione tra tutti i settori della popolazione in Sudafrica. Tutti i sudafricani, tutti gli investitori, tutte le persone interessate al Sudafrica sono profondamente preoccupate. Abbiamo bisogno di una svolta”. Non si sentì più legato al suo partito e criticò l’ANC per non aver mantenuto fede alla parola del rispetto delle minoranze quando sollevò la questione del cambio di nome della città di Pretoria in Tshwane. Istituì la fondazione F.W. de Klerk, la stessa che oggi ne annunciato la scomparsa, con l’intento di lavorare per la pace nelle società multirazziali.

Non sfuggirono a nessuno le lacrime versate in occasione del funerale di Mandela, nel 2013, che salutò con un affettuoso ed intimo “ci mancherai, Tata”. Oggi, nel giorno del suo addio, a ricordarlo è Mangosuthu Buthelezi, fondatore dell’Inkatha Freedom Party (IFP), leader e attivista della comunità nera, che collaborò nel governo di unità nazionale degli anni Novanta. Per farlo, ha voluto citare lo stesso de Klerk. “Non dimenticherò mai le sue parole dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace a Oslo, in Norvegia”, ha dichiarato Buthelezi. “Ha parlato del fondamentale cambiamento di cuore che è diventato la forza trainante verso una nuova dispensazione. Ha detto: “Non è stato un cambiamento improvviso, ma un processo di introspezione, di ricerca interiore, di pentimento, di realizzazione dell’inutilità del conflitto in corso, di riconoscimento delle politiche fallite e dell’ingiustizia che ha portato con sé”.

Eppure, solo lo scorso anno de Klerk tornò a far parlare di sé – e del suo pentimento – affermando che l’apartheid non fu un crimine. Parole che provocarono un terremoto, neanche a dirlo, e che portarono perfino a chiedere alla Fondazione svedese di revocargli il Nobel. “Non si può”, risposero da Stoccolma chiudendo discorso sul premio, ma non sull’uomo. Un dibattito che continuerà anche dopo la sua morte.

Nelson Mandela incontra Frederik De Klerk, in una immagine di archivio.
ANSA (Photo: stfANSA)
Nelson Mandela incontra Frederik De Klerk, in una immagine di archivio. ANSA (Photo: stfANSA)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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