Addio Pallotta ma a fallire è tutta Roma

Stefano Baldolini
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Francesco Totti, James Pallotta during the Italian Serie A football match between A.S. Roma and F.C. Genoa at the Olympic Stadium in Rome, on may 28, 2017. (Photo by Silvia Lore/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)
Francesco Totti, James Pallotta during the Italian Serie A football match between A.S. Roma and F.C. Genoa at the Olympic Stadium in Rome, on may 28, 2017. (Photo by Silvia Lore/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

In otto anni, dal 2012 al 2020, sono cambiati sei governi, due presidenti della Repubblica, due pontefici, due presidenti degli Stati Uniti, decine di missioni hanno solcato lo spazio interstellare, una delle quali, nel 2014, ha addirittura toccato il morbido suolo di una cometa.

Se da lassù, come nel meraviglioso Powers of Ten, doc del 1977 che da cult è diventato virale qualche anno fa, zoomando out e in, da un picnic di Chicago al cielo e viceversa, si decidesse di tornare sulla terra, mirando la statua equestre del Marco Aurelio del Campidoglio, e dopo aver attraversato il cielo vespertino sopra la Capitale, qualche famiglia di giganteschi gabbiani, sciami di storni, l’elicottero papale che fa la spola da Vaticano 1 al Vaticano 2, e ci si depositasse sul tavolo della sindaca di Roma, si troverebbe tra piani sanpietrini, piani rifiuti e piste ciclabili, Grab e monopattini, una voluminosa cartella con l’intestazione “Dossier Stadio della Roma”. Anni 2012-2020, appunto, tre sindaci e un commissario.

Il progetto, presentato nel 2012 all’allora sindaco Gianni Alemanno da James Pallotta, allora nuovo presidente dell’As Roma, inedito finanziere teramano-bostoniano oggi rimpiazzato dal magnate texano Friedkin, rimesso nel cassetto dal commissario Tronca, poi riesumato dal ‘marziano’ Marino, ha provato a spiccare il volo con Virginia Raggi, ma per ora ha prodotto solo indimenticabili hashtag (#Famolostadio, #unostadiofattobene, #lostadiosifa), le dimissioni dell’assessore Berdini, il taglio di torri e cubature, un nuovo progetto sostenibile solo se si accede alla curva con un sistema di mobilità sostenibile, e soprattutto un chiacchiericcio costante e ineluttabile.

Mentre l’odiata Juventus forte del suo di Stadium collezionava tricolori e le altre società di A si adeguavano al modello europeo dello ‘stadio di proprietà’, in quel di Tor di Valle, l’area a rischio esondazione dei costruttori Parnasi scelta per l’ubicazione dell’impianto, non una sola pietra è stata posata.

Ora, per l’ennesima volta sembra che ci siamo, certo manca qualche firma, ma il sindaco uscente ha discrete ragioni politiche per dare un segno, la nuova proprietà ha ricevuto adeguate rassicurazioni, un imprenditore ceco (e liquido) si è affacciato, Unicredit ci crede, e il comune rischia multe milionarie, ma nel transitorio, magari qualche annetto, qualche sindaco, qualche premier, qualche presidente degli Stati Uniti, e una passeggiata su Marte, il sistema Roma (e Paese) non può che certificare una minima dose di fallimento.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.