Addio a stoffe pesanti, ruvide e nere. Nella prima boutique di abbigliamento islamico in Italia

Elisabetta Invernizzi
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Elisabetta Invernizzi (Photo: Elisabetta Invernizzi)
Elisabetta Invernizzi (Photo: Elisabetta Invernizzi)

Musulmane, ma eleganti e ben vestite. Addio a stoffe pesanti, ruvide e nere e agli abiti “da vecchietta”. Se è vero che le donne, secondo il Corano, devono lasciare scendere la veste sotto le caviglie, “chi ha detto che devono essere brutte?”.

Apre con queste premesse la prima boutique di abbigliamento islamico in Italia. A Cantù, in provincia di Como, dove la Lega, alle ultime elezioni, ha eletto il proprio sindaco senza nemmeno passare dal ballottaggio e da dove l’ex sottosegretario al Ministero dell’Interno, Nicola Molteni, è partito a suon di battaglie contro l’uso del velo nei luoghi pubblici. Oggi, nella prestigiosa via Matteotti, nasce un negozio di alta moda per le donne che non rinunciano ai precetti religiosi, ma allo stesso tempo cercano eleganza e stile.

L’idea è di Fatima Asmaa Paciotti (all’anagrafe Maria Teresa), 55 anni, imprenditrice. Italiana convertita all’Islam nel 2005 – “dopo un attento studio dei testi sacri di ogni religione” -, ha iniziato a vendere gli abiti muslim friendly sulla sua pagina Facebook, che ora conta 33mila iscritti, e oggi ha realizzato il suo sogno.

Un sogno di quasi 90 metri quadri e centinaia di abiti colorati dove oltre la porta in vetro si apre un mondo a tinte pastello. Il profumo di gelsomino invade ogni cosa. Il glicine delle pareti e delle tende tratteggia un mondo delicato tutto al femminile mentre i suoni arabeggianti accompagnano tra stender e mobili d’antiquariato i primi visitatori. “Benvenuti al Fatima shop”.

Niente è lasciato al caso perché “questa è una boutique, non un bazar”. A partire dall’arredamento, in stile shabby chic, con mobili e specchi provenienti da varie parti del mondo. Dietro al bancone, un’antica biglietteria indiana, c’è Fatima, forte accento romano e un sorriso incorniciato dal velo e un trucco perfetto.

“Entrare nel mio negozio è un’esperienza sensoriale”. Non sono solo i vestiti a impreziosire la boutique, ci sono i profumi, rigorosamente alcool free, provenienti da Gedda, in Arabia Saudita: dalla vaniglia rosa al muschio nero, “quello che usava il profeta Muhammad”.

E non può mancare il Corano, in due edizioni, ben in vista su un mobile in teak ancora vuoto, che ospiterà i niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi. “Se le sorelle decidono di indossarlo, devono avere la libertà di farlo. Voglio che nel mio negozio tutti trovino quello che cercano”, spiega Fatima, che per tre anni ha indossato il niqab tra insulti e polemiche, rischiando persino di essere investita da un uomo che le ha poi gridato di “tornare al suo Paese”.

Ma Fatima, che vive a Cantù dal 1993, è convinta che il suo negozio sia “un arricchimento per la città”. In pochi giorni ha vinto le diffidenze dei negozianti della via: “Erano preoccupati che portassi caciara, e che invadessi la via di gente che mangia cous cous per strada”. Poi, quando hanno visto il negozio, si sono ricreduti. E, ricorda, “è arrivata anche un’assessora leghista a darmi il benvenuto”.

Ma com’è nata l’idea? “Quando, qualche anno fa, ho scelto di vestirmi come una donna musulmana, trovavo solo abiti di scarsa qualità e pure costosi: duravano poco e a volte erano scomodi”, spiega Fatima mentre studia le luci e posiziona le lampade in rame nel negozio. Un bisogno, quello di vestiti belli e di pregio, “condiviso da molte donne come me”. Del resto, “come dice il profeta Muhammad: Dio è bello e ama la bellezza”. Così è nato il Fatima shop. Una boutique halal di alto livello, con uno spazio per gli shooting con le modelle.

Tanti i capi. Dalle felpe lunghe per le ragazze agli abiti tradizionali per le signore, “come quelli che indossavano le donne ai tempi del profeta”. E se “le sorelle più anziane si vestono solo in nero, e non c’è verso di fare provare loro qualcos’altro”, le giovani li chiedono colorati. “Il bordeaux fa tendenza”, ma ci sono anche khimar (il mantello che copre dalla testa in giù) blu e viola, e qua è là compare anche qualche abito scollato in oro “per le feste in casa”.

I tessuti, in microfibra e cotone, assicura Fatima, “sono freschi, leggeri e resistenti”. Vengono da Arabia Saudita, Marocco, Egitto. “Adesso vanno molto i modelli turchi”. E tra le clienti ci sono anche diverse ragazze non musulmane che “si innamorano dei colori e dei disegni così diversi da quelli a cui sono abituate”. Dai pantaloni larghi del Jilbab - “quelli di Aladdin” – alle felpe colorate che arrivano fino al ginocchio, passando per le vesti interamente in pizzo. Come la lunga tunica blu esposta in vetrina, confezionata da profughi siriani, che cattura l’attenzione di tutte le donne che passano. Ma anche degli anziani che scrutano i ricami e, incuriositi, sbirciano dentro al negozio: qualcuno storce il naso, e se ne va indignato.

Tante le trame e tutte diverse. Ma quanto costano? “Per un abito elegante si arriva a spendere fino a 300 euro, per quelli più tradizionali si parte dai 35”, spiega Fatima, che annuncia presto la creazione di una nuova linea di abiti da sposa.

Non solo donne. Nella boutique c’è spazio pure per l’abbigliamento maschile. “Tanti uomini mi chiedono di pensare anche a loro, e non solo alle mogli”. E così, ecco spuntare sui manichini mantelle e abiti tradizionali: dai modelli marocchini, eleganti, con i profili oro per le feste, a quelli tunisini, color sabbia e con le tasche chiuse dove tenere le monete “quando ci si inginocchia a pregare”.

E poi c’è anche la linea bambino. E gli accessori: tappeti per le preghiere, fasce per i capelli, turbanti con perline e brillanti, candele decorate a mano. Per tutti i gusti perché, conclude la titolare, “Fatima shop vuole essere un punto di riferimento per tutti, fratelli e sorelle musulmani d’Italia”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.