Adriano Panatta: "Io sono per l'accoglienza. Sempre. Ma ormai l'Italia è un paese molto conservatore"

Flavia Piccinni

Adriano Panatta ha il dono della sintesi, che a volte sconfina in ruvidezza. E possiede anche la straordinaria capacità di mettere in soggezione il suo interlocutore, quasi fossimo sul set de "La profezia dell'Armadillo", quando spiega a Zerocalcare la vita. "Tu non puoi capì" lo apostrofa, ed è un po' quello che corre sottotraccia nella nostra conversazione.

Da una manciata di settimane Panatta – che non ha bisogno di descrizioni, essendo unanimemente considerato come uno dei più grandi giocatori italiani nella storia del tennis – è in libreria con "Il tennis è musica" (Sperling&Kupfer, pp. 290), viaggio nella storia del gioco attraverso le biografie dei grandi e le esperienze dello stesso Panatta, che filtra con gli occhi adesso del ricordo, adesso del presente, i più amati e abili atleti di tutti i tempi. "Questo – mi spiega lui – è il mio libro meno autobiografico. È nato in modo semplice: mi hanno chiesto di scrivere qualcosa, e con il mio caro amico Daniele Azzolini ho scelto di parlare degli altri, e di raccontare il tennis professionistico con tutti i suoi protagonisti dal 1968 a oggi".

Racconta decine di aneddoti, alcuni dei quali sorprendenti. Penso a quello che scrive delle sorelle Williams. Viene comunque da chiedersi quale sia, per lei, il tennis contemporaneo.

Diverso da quello che giocavamo noi. In tutti i sensi. Sia dal punto di vista del gioco, sia da quello della morfologia dei giocatori. Oggi sono tutti dei ragazzoni alti due metri, e il loro è un tennis molto più violento, molto più di forza. Ma va anche detto che questo, con le racchette di oggi, si può fare. Con quelle di legno che usavo io era impossibile.

Lei è un appassionato di Roger Federer.

È un giocatore universale. Potrebbe giocare anche con le racchette di legno, ma allo stesso tempo è un giocatore super moderno. In lui rivedo delle caratteristiche dei giocatori della mia epoca.

E Borg?

È stato uno dei primi a giocare il tennis più fisico. Ha...

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