Aeroporto, ferrovia, terre rare. Cina in Uganda col cappio del debito

·10 minuto per la lettura
FILE - In this Thursday, Sept. 6, 2018 file photo, China's President Xi Jinping, right, shakes hands with Uganda's President Yoweri Museveni at the Great Hall of the People in Beijing, China. African leaders in 2020 are asking what China can do for them as the coronavirus pandemic threatens to destroy economies across a continent where Beijing is both the top trading partner and top lender. (Lintao Zhang/Pool File Photo via AP) (Photo: via Associated Press)
FILE - In this Thursday, Sept. 6, 2018 file photo, China's President Xi Jinping, right, shakes hands with Uganda's President Yoweri Museveni at the Great Hall of the People in Beijing, China. African leaders in 2020 are asking what China can do for them as the coronavirus pandemic threatens to destroy economies across a continent where Beijing is both the top trading partner and top lender. (Lintao Zhang/Pool File Photo via AP) (Photo: via Associated Press)

“Il Governo dell’Uganda vorrebbe chiarire categoricamente come l’accusa secondo cui l’aeroporto internazionale di Entebbe sarebbe stato regalato in cambio di contanti è falsa”. Con questa dichiarazione rilasciata nella notte di martedì, il ministro dell’Informazione Chris Baryomunsi ha provato a smentire le insinuazioni dei giorni scorsi che vedevano la Cina allungare spaventosamente le mani sull’Uganda. In breve, l’inadempienza di determinate clausole previste in un accordo bilaterale di sei anni fa avrebbe garantito a Pechino il controllo dell’aeroporto, utilizzato a mo’ di garanzia per coprire il debito contratto con il gigante asiatico.

Tutto è partito da un articolo apparso sul Daily Monitor. Il giornale locale sottolineava l’impossibilità per il Governo di Kampala di rispettare l’accordo in questione, siglato nel 2015 con la Export-Import (Exim) Bank of China e con cui si sarebbe dovuta finanziare la ristrutturazione dell’unico snodo aereo internazionale sul territorio ugandese. Non essendo bagnata dal mare, l’Uganda voleva renderlo il suo principale hub regionale. Una volta terminato l’ammodernamento, l’aeroporto di Entebbe gestirebbe un traffico da 150mila voli all’anno, grazie anche a un nuovo centro merci e a un parcheggio multipiano. Il prestito cinese ammonta a 207 milioni di dollari su cui pesa un interesse del 2%, che l’Uganda si è impegnato a ripagare entro e non oltre vent’anni, con un periodo di grazia di sette.

In questo modo la Exim si è assicurata la supervisione dei lavori, approvando i budget di spesa e ispezionando sia l’attività dell’Autorità per l’aviazione nazionale – Uganda Civil Aviation Authority (UCAA) – che i libri contabili del governo. Qualora fossero sorte delle controversie, inoltre, la risoluzione era stata affidata alla China International Economic and Trade Arbitration Commission (CIETAC). Queste condizioni sono state criticate da più voci, che hanno tentato di porre l’attenzione su alcuni cavilli contrattuali capaci di mettere in serio pericolo la sovranità del Paese. Neanche a dirlo, dopo l’ultima fuga di notizie sull’aeroporto, la questione ha monopolizzato il dibattito interno.

“Il Governo non può regalare un bene nazionale come un aeroporto”, ha sottolineato il ministro Baryomunsi garantendo come questa ipotesi “non è successa e non accadrà”. L’accusa di un’ipoteca dell’aeroporto al governo cinese non sarebbe altro che “un mucchio di bugie volte a generare disaffezione tra gli ugandesi” nei riguardi delle istituzioni. Un messaggio simile è arrivato dall’ambasciata cinese in Uganda, che ricorda come “nessun progetto in Africa è mai stato confiscato dalla Cina per non aver pagato i prestiti cinesi” e quindi “l’accusa maligna” trapelata sui giornali non trova alcun fondamento se non quello di “distorcere le buone relazioni di cui la Cina gode con i Paesi in via di sviluppo, tra cui l’Uganda”. Insomma, l’accordo è stato siglato senza alcuna pressione da parte di Pechino e non ci sarebbe niente di pericoloso che viene tenuto nascosto. Ciononostante, lo scetticismo generale permane.

I dettagli dell’accordo non sono stati resi pubblici e così non è possibile effettuare una controprova oggettiva di quel che sostengono le parti interessate. Ci sono però altri modi per giustificare i timori. Alcune disposizioni presenti nell’accordo, se non rispettate, esporrebbero alcuni beni di proprietà ugandese a pignoramenti. Tra questi, anche quelli aeroportuali su cui l’esecutivo di Yoweri Museveni ha tolto l’immunità proprio nel momento di firmare l’accordo con i cinesi. Il venir meno a certe clausole da parte dell’Uganda, per di più, non solo spiegherebbe come l’accordo tutt’altro che win-win, ma ha anche irritato Pechino. In base alle ricostruzioni locali, la Exim Bank avrebbe congelato i finanziamenti ai vari appaltatori rallentando i lavori di un anno. Alla successiva riapertura dei rubinetti non è seguita alcuna modifica delle misure.

Così, a marzo del 2019, il governo di Kampala ha imbarcato su un volo direzione Pechino una delegazione di undici membri. Il team, composto da esponenti del Ministero del Lavoro, degli Esteri, delle Finanze, dell’UCAA e delle Camere del procuratore generale, è stato accolto dall’ambasciatore ugandese in Cina, Chrispus Kiyonga. Tutti insieme si sono incontrati con quattro dirigenti della Exim Bank per ridiscutere alcune clausole presenti nel contratto che, a dir loro, sarebbero sfavorevoli all’Uganda. La questione è stata liquidata dai funzionari cinesi in poco tempo, spiegando come non fosse possibile rivedere degli accordi già presi soprattutto perché questo avrebbe creato un precedente. In questo modo, infatti, qualsiasi Paese sarebbe potuto tornare a batter cassa alla Cina se si fosse accorto delle sue mancanze.

Il ministro delle Finanze, della pianificazione e dello sviluppo economico, Matia Kasaija pur spiegando come in caso di insolvenza interverrebbe il Governo senza che l’Uganda abbia bisogno di svendere parte dei suoi beni, ha ammesso come l’accordo del 2015 sia stato negoziato male. Un membro del suo gabinetto, Amos Lugoloobi ha confermato la versione del ministro, puntualizzando come nessuna tangente sia mai stata versata nelle tasche di qualcuno. La precisazione è apparsa necessaria dopo che Museveni aveva severamente punito alcuni funzionari, rei secondo lui di aver cercato affari di questo tipo, gonfiando in questo modo i costi del progetto. In ogni caso, dal Ministero hanno garantito di aver preso tutte le precauzioni necessarie affinché il Paese non finisca nella morsa del debito cinese, così come è successo a molti altri, costretti a cedere a Pechino luoghi strategici (porti, su tutti).

Le stesse istituzioni, dunque, sembrerebbero in difficoltà. Un fondo di verità nelle voci che volevano un accaparramento cinese dell’aeroporto appare plausibile: vuoi perché la Cina è solita stipulare accordi simili con i Paesi emergenti grazie alla sua soft power, o vuoi per quei 1,6 miliardi di dollari che l’Uganda deve al Dragone, somma dei vari prestiti infrastrutturali che ha ricevuto il Paese dell’Africa orientale. Da ultimo, perché la risposta al semplice accenno di una futura cessione di Entebbe è sembrata spropositata. La questione è molto delicata, certo, ma come scrive il Monitor “nulla nell’articolo suggeriva che l’Uganda fosse inadempiente o fosse sull’orlo dell’insolvenza”. Sostanzialmente, si voleva mettere al corrente ai lettori di una clausola sfavorevole al loro Paese.

Tuttavia, l’aeroporto di Entebbe sarebbe solo l’ultimo accaparramento cinese in Uganda. Le mani delle aziende di Pechino si sono già allungate sul Paese e, come scritto, sono in pasta a numerosi progetti di sviluppo infrastrutturale. A cominciare dal completamento dell’autostrada che collega l’aeroporto di Entebbe alla capitale Kampala, per proseguire con la linea ferroviaria Mombasa-Kampala-Kigali, anch’essa finanziata dalla Exim Bank of China. Questa rientra in un piano interstatale, che oltre all’Uganda coinvolge Kenya e Rwanda. Il tratto ugandese è stato affidato alla China Harbour Engineering Company ma dalle parti di Pechino sono preoccupati che Museveni non proceda con la realizzazione del piano, dal costo preventivato di 2,3 milioni di dollari. Soldi ulteriori che aumenterebbero ancor di più il debito nei confronti della Exim. Per il governo, i ricavi derivanti dall’attività ferroviaria dovrebbero essere sufficienti a ripagare l’intera spesa. La stessa considerazione che ha posto quello keniota, ora dubbioso se continuare o meno i lavori.

Proprio per questo, l’ambasciatore cinese Zhang Lizhong sta cercando di convincere le autorità ugandesi che la linea può essere ripagata grazie agli introiti ricavati dall’altro colossale progetto nel nord-ovest del Paese. Sull’enorme quantità di risorse petrolifere presenti lungo il territorio hanno infatti messo gli occhi le grandi aziende, come la francese Total e la cinese China National Offshore Oil Corporation che hanno dato vita al progetto Tilenga. Nel 2006, nei pressi del Lago Albert al confine con la Repubblica democratica del Congo, vennero scoperte enormi riserve di petrolio. Sei anni più tardi, la Total si è messa a capo del progetto mentre la sua controparte asiatica si è dedicata a un altro piano, chiamato Kingfisher, con l’obiettivo di estrarre 40mila barili al giorno. La partnership franco-cinese, però, è tutt’altro che positiva per lo sviluppo dell’Uganda. In base a quanto denunciato da Oxfam France, il governo perderà 287 milioni di dollari nei prossimi 25 anni di sfruttamento, una stima che sottolineano essere parziale.

Oltre al fatto che una decina di piattaforme di estrazione si trovano all’interno della più antica area del naturale ugandese, il Murchison Falls National Park, queste aree sono molto popolate. Soltanto per la realizzazione del progetto Tilenga, saranno attraversati 178 villaggi in cui vivono circa 31mila persone. Una pratica che avviene con la complicità del governo di Museveni che già nel 2017 aveva concesso ottomila ettari di terreno all’azienda norvegese Green resources, incaricata di riforestare il territorio per ricavarne legname. Naturalmente a discapito di chi ci viveva sopra, ovvero i diecimila abitanti della riserva di Bukalena, per lo più contadini.

Le tentazioni cinesi, poi, sarebbero giustificate dalla presenza delle terre rare in Uganda. La rarità di queste non indica una scarsità dei metalli, ma la loro distribuzione non omogenea nel mondo. La stragrande maggioranza di queste proviene proprio dalla Cina (nel 2010 se ne contavano il 97%) e la preoccupazione di un blocco delle esportazioni da parte di Pechino sta già generando il panico. Per questo in molti stanno andando a caccia di terre rare, Cina inclusa in quanto la sua domanda interna sta crescendo a dismisura. Perciò gli occhi di tutto il mondo si sono rivolti ancora una volta all’Africa. Qui l’unico progetto in funzione è quello di Gakara, nel Burundi, mentre altri sono in via di pianificazione. Come quello ugandese di Makuutu Project, a 120 km da Kampala, tipico per la sua continua mineralizzazione e il basso costo di estrazione date le caratteristiche del terreno.

La vicenda dell’aeroporto di Entebbe, quindi, assume un significato differente se letta all’interno di questo rapporto tra Uganda e Cina. Non per questo meno preoccupante, ma allo stesso tempo in linea con la politica portata avanti da Pechino e accettata supinamente da Kampala. Altra testimonianza dell’influenza cinese arriva dalla decisione del ministro dell’Istruzione ugandese che, nel 2018, rese obbligatorio l’insegnamento del mandarino in 35 scuole. A voler vedere solo il buono e quindi senza contare gli interessi della Cina in Uganda, si potrebbe facilmente obiettare che una simile decisione può avere risvolti positivi, come la possibilità per gli studenti di cimentarsi con una delle lingue più parlate al mondo. Eppure la voglia di conoscenza che il governo voleva trasmettere ai suoi cittadini stona con la realtà. L’anno successivo, non a caso, venne realizzato il progetto Access to Satellite TV in 500 villaggi ugandesi – 10mila in tutto il continente – che permise ai cittadini di vedere la televisione in digitale. Una misura che per il governo locale avrebbe allargato a più persone l’accesso alle informazioni, che però dovevano passare sotto il controllo cinese. Oltre che dall’ambasciata cinese, l’intero programma era infatti gestito dalla StarTimes, azienda cinese specializzata in servizi di televisioni digitali e terrestri con una forte concentrazione nell’Africa sub-sahariana.

Vicende che ben spiegano il perché l’Uganda si dica soddisfatta del suo rapporto con Pechino, come ha dichiarato lunedì il ministro degli Esteri Jeje Odongo durante la conferenza ministeriale del Forum sulla cooperazione Cina-Africa, giunto alla sua ottava edizione e terminato ieri in Senegal. Il ministro Odongo ha ringraziato la Cina per l’aiuto fornito allo sviluppo economico e sociale del suo Paese e, per questo, non vede l’ora di rafforzare la sinergia. Bisognerà vedere quale sarà stavolta il prezzo da pagare.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli