Affaba: "Cambio generazionale è il problema della nostra industria"

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"Un problema della nostra industria è il cambio generazionale. Secondo uno studio della università Bocconi del 2017, metà delle aziende di prima generazione ha un proprietario ultrasettantenne, un quarto un ultraottantenne. Il problema c’è, ed è serio. Spesso l’imprenditore considera la propria azienda come un membro della famiglia, dal quale è difficile, se non impossibile, distaccarsi". A dirlo, in un'intervista all'Adnkronos/Labitalia Giovanni Affaba, ceo di Sipcam Oxon, multinazionale italiana e dodicesima nel ranking mondiale dell’agrofarmaco, sede amministrativa a Pero (Milano), ricavi consolidati 2019 pari a 458 milioni di euro, mille dipendenti nel mondo, di cui 400 in Italia.

Purtroppo, avverte, "il dna dell’imprenditore non è trasmettibile e quindi il rischio per gli eredi è quello di non essere preparati e formati, o adeguati. Noi, per esempio, questo problema non l’abbiamo perché il passaggio generazionale è stato gestito con grande intelligenza e lungimiranza, ma mi rendo conto che spesso non è così".

"Bisognerebbe - auspica Affaba - anche se utopico, porre un limite di età, oltre il quale l’imprenditore deve farsi da parte almeno nei ruoli operativi, consentendo alle nuove generazioni di cominciare un percorso di inserimento. Le vecchie generazioni dovrebbero passare da un ruolo operativo ad un ruolo di tutorship, prendendosi anche il tempo di valutare se le scelte fatte con le nuove generazioni sono corrette o meno".

"Lo Stato - dice - ha appena prorogato misure come la cassa integrazione, il blocco dei licenziamenti, la moratoria sui mutui, le garanzie sui crediti bancari. Tuttavia, le iniziative prese vanno contestualizzate all’interno della situazione pandemica che ha colpito, seppur in misura diversa, tutto il mondo. Il governo italiano ha adottato sino ad ora misure più di facciata che non di reale sostegno all’economia; la scelta di destinare risorse ad interventi a mio modo di vedere molto discutibili come i bonus monopattino, i banchi di scuola con le ruote e la proroga del reddito di cittadinanza, non farà che acuire la situazione nel breve termine".

"La pesante riduzione del gettito fiscale - afferma - derivante dai redditi di impresa e l'incremento dei costi della pubblica amministrazione e delle manovre del governo creeranno un ulteriore sbilancio a partire dal prossimo anno. Mi preoccupa la situazione sociale perché l’impoverimento delle famiglie, unitamente all’aumento del tasso di disoccupazione, creeranno tensioni sociali e un'ulteriore riduzione della domanda, mettendo ulteriormente in crisi anche l’assetto industriale. Il blocco dei licenziamenti è un palliativo perché molte aziende, soprattutto di piccola e media dimensione, non potranno ripartire o, se lo faranno, sarà solo in misura ridotta".

"Non sappiamo - sostiene Affaba - come il nostro Paese gestirà i 290 miliardi di Next generation Eu, tutto dipenderà dall’impostazione politica. Se si privilegerà lo sviluppo economico, attraverso lo sblocco di importanti e utili opere pubbliche e sostenendo le imprese in difficoltà, si soffrirà ancora nel breve termine ma, investendo sul futuro, si potrà vedere una luce nel giro di qualche anno. Viceversa, se sarà seguita una logica più assistenziale, che mi sembra essere la strada dell’attuale governo, sarà mantenuta la pace sociale nel breve termine lasciando al futuro l’onere del pesante indebitamento dello Stato. In questo secondo caso si andrà ulteriormente a colpire la fiscalità dei soggetti produttori di reddito e inevitabile, a mio modo di vedere, sarà l’introduzione di ulteriori tasse patrimoniali".

"Molti osservatori - fa notare - si soffermano sul fatto che altre aziende italiane potrebbero vendere, come hanno fatto Bulgari e Versace per citarne due note, o trasferire la loro sede legale all’estero, come Fiat, Ferrero, Campari o trovare nuovi partner, come Pirelli il cui principale azionista è ChemChina. Nessuno si domanda il perché delle aziende italiane possano vendere a stranieri o trasferire la sede legale all’estero. Fare impresa in Italia non è facile, e lo dico a ragion veduta avendo noi attività in molti Paesi esteri. In altre parti del mondo ti senti benvenuto, supportato, incentivato, qui in Italia sei quasi considerato un male necessario, anche da parte delle autorità".

"Tutti - spiega - parlano di de-burocratizzazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione, ma nulla si muove. A volte vendere per un imprenditore italiano non è una scelta, è una necessità. Tutti parlano di globalizzazione, ma questa implicherebbe regole uguali per tutti e così non è".

"Perché - si chiede Giovanni Affaba - per esempio in Italia il costo del denaro o il costo del lavoro sono più alti rispetto ad altri Paesi? Perché in Cina si consentano ancora evidenti politiche di dumping da parte delle imprese esportatrici? Perché i costi di tutela della sicurezza e dell’ambiente sono così sproporzionati tra un continente e l’altro? E' chiaro che chi fa impresa in un Paese 'sfortunato', come potrebbe essere il nostro, e si trova a competere in un mercato globale, parte già in svantaggio".