Affidare l’Amazzonia ai nativi conviene: si risparmiano 25 mld l’anno (di A.S. Dolcetti)

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Kayapó indigenous people from the "Baú" and "Menkragnoti" villages, near the city of Novo Progresso, in the south of Pará, Brazil, on August 17, 2020 , block the BR-163 highway in protest against the lack of resources to combat COVID-19, and claiming dialogue by part of the government in the plans of the
Ferrogrão, a railway project for transporting grains between connecting the Midwest region to the port of Mirituba, in the north of the state of Pará, on Monday morning, on August 17, 2020. (Photo by Ernesto Carriço/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)
Kayapó indigenous people from the "Baú" and "Menkragnoti" villages, near the city of Novo Progresso, in the south of Pará, Brazil, on August 17, 2020 , block the BR-163 highway in protest against the lack of resources to combat COVID-19, and claiming dialogue by part of the government in the plans of the Ferrogrão, a railway project for transporting grains between connecting the Midwest region to the port of Mirituba, in the north of the state of Pará, on Monday morning, on August 17, 2020. (Photo by Ernesto Carriço/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

(di Anna Stella Dolcetti)

Quelle indigene sono comunità che abitano i territori da millenni e li gestiscono ancora in maniera tradizionale, con un’interazione dolce con l’ambiente. Pur rappresentando solo il 5% della popolazione globale, le loro competenze giocano un ruolo cruciale per il futuro del pianeta: l’Ipbes stima che le soluzioni basate sulla salvaguardia della natura contribuiranno per il 37% alla mitigazione dei cambiamenti climatici da qui al 2030. Un apporto indispensabile per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi.

A questi temi il Museo Etnografico di Ginevra (Meg), con il sostegno dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, dedica la mostra “Environmental injustice – Indigenous Peoples’ Alternatives”, che sarà inaugurata il 24 settembre. Nell’ambito della crisi ambientale, le comunità indigene “svolgono un ruolo importante grazie alle loro conoscenze ancestrali, che si sono dimostrate particolarmente efficaci nella protezione della biodiversità, dell’acqua e dei suoli”, spiegano i responsabili della mostra.

I popoli nativi rivendicano oggi i diritti su 38 milioni di chilometri quadrati di terre in oltre 87 Paesi. Queste terre corrispondono al 22% della superficie terrestre totale e, secondo uno studio pubblicato su “Frontiers in ecology and environment”, il 36% delle foreste vergini del pianeta si trova al loro interno. In queste aree, i membri della comunità si comportano come veri e propri “guardiani degli ecosistemi”: stando al rapporto Fao 2021 “Forest governance by indigenous and tribal people”, il tasso di deforestazione nelle regioni in cui le comunità locali hanno il controllo è inferiore del 50% rispetto a quello delle aree in cui i nativi sono esclusi dalla gestione; inoltre, la percentuale di zone in cui la natura è ancora “intatta” è maggiore nelle aree controllate da queste popolazioni (20% contro il 13%).

Con questa esposizione, il Meg ha voluto “dare voce a uomini e donne che attraverso il loro esempio potessero dimostrare che un’altra relazione con il nostro pianeta è possibile, purché - sottolinea Carine Ayélé Durand, curatrice della mostra - i loro diritti fondamentali siano rispettati”. Condizione che non sempre si verifica. Non solo inquinamento e cambiamenti climatici minacciano gravemente la loro sopravvivenza (un paradosso, se si pensa che queste comunità sono quelle che danno il contributo minore all’innalzamento dei livelli di gas serra), ma i nativi sono spesso costretti ad abbandonare le terre, disboscate o alterate nei loro equilibri ambientali, per poter fare spazio all’espansione del business del legname e della carta, a miniere e a nuovi pascoli. Frenare l’emorragia di questi popoli vuol dire garantire la tutela della natura, nel breve e nel lungo termine.

Nel mondo ci sono circa 500 milioni di persone indigene vittime dell’ingiustizia ambientale che ne compromette economia, salute e cultura e molte tra queste combattono al fine di “proteggere la terra e trasmettere le loro conoscenze alle generazioni future”. Un compito fondamentale perché le aree naturali incontaminate sono fondamentali per gli equilibri climatici. Forniscono ossigeno e intrappolano la CO2: se si fa spazio al disboscamento, possono arrivare a emettere più CO2 di quanta ne assorbano. È il caso dell’Amazzonia dove, secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change, il tasso di deforestazione si è quadruplicato negli ultimi tre anni, portando nell’ultimo decennio il polmone verde a emettere 16,6 miliardi di tonnellate di CO2, contro i 13,9 miliardi smaltiti.

Lasciare che le foreste facciano il loro lavoro, supportando il ruolo delle popolazioni locali, è tra gli approcci più efficaci anche dal punto di vista economico. Il World Resources Institute ha calcolato che i vantaggi del lasciare che siano queste comunità a gestire le aree naturali, in Amazzonia, ammontano in media a 500 miliardi di dollari in un ventennio. E i costi da sostenere per supportare i progetti di tutela? Pesano appena l’1% sul totale dei benefici economici stimati. Anche le Nazioni Unite, nella cornice dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, hanno più volte ribadito la necessità di garantire la governance delle terre ai nativi.

La mostra fornirà anche uno spaccato della varietà di culture aborigene presenti sul nostro pianeta. Si calcola siano oltre cinquemila, ognuna con un diverso bagaglio di conoscenze ambientali da condividere. Gli Ts’myen dell’Alaska, i Maori della Nuova Zelanda, i Masai di Kenya, i Kalina del Guyana: sono solo alcuni dei popoli le cui storie saranno narrate attraverso interviste video, scatti e opere d’arte. Non solo Amazzonia, dunque: il percorso museale trasporterà il visitatore dal Giappone alla Tanzania, dalla Micronesia al Marocco, alla scoperta delle molte modalità per vivere e proteggere la natura.

Numerose le organizzazioni che, dalla Svizzera all’Australia, hanno contribuito alla realizzazione del progetto, Cinque gli artisti, attivisti e ricercatori indigeni che parteciperanno all’esposizione attraverso la realizzazione di opere create per l’evento: David R. Boxley, Gavin Hudson, Kandi McGilton, Ti’iwan Couchili e Máret Ánne Sara. Tra questi, Máret Ánne Sara è riconosciuta tra le principali artiste e attiviste contemporanee nella difesa dei diritti del popolo Sami, e ne rappresenterà la cultura anche alla biennale di Venezia 2022. Fondatrice del Dáiddadállu, collettivo artistico nato nel 2018 con l’obiettivo di rendere l’arte del suo popolo visibile, nel 2017 è divenuta famosa grazie a “Pile o’Sápmi”, un’installazione di 400 teschi di renna e documenti legali, oggi acquisita dal Museo Nazionale di Oslo, creata allo scopo di sensibilizzare gli spettatori sui diritti dei popoli indigeni norvegesi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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