Afghanistan, c’è tempo solo fino al 31 agosto, i dubbi del G7

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Roma, 25 ago. (askanews) – Le pressioni del G7 e in particolare della Gran Bretagna non sono servite; gli Stati Uniti non intendono andare oltre la data del 31 agosto per le evacuazioni degli afgani in fuga dai talebani dall’aeroporto di Kabul.

Gli Stati Uniti ha detto il presidente Usa Joe Biden hanno evacuato oltre 70mila persone dal 14 agosto e solo nelle ultime ore sono partiti 19 aerei militari Usa e 31 voli della coalizione. Insomma il ponte aereo prosegue, ma Washington non vuole andare oltre la data stabilita con i talebani: “Al momento prevediamo di completare le operazioni per il 31 agosto, prima finiamo meglio è. Ogni giorno è un rischio in più per i nostri soldati. Ma la data del 31 agosto dipende dalla cooperazione dei talebani perché consentano l’accesso all’aeroporto. Ho chiesto inoltre al Pentagono e al Dipartimento di Stato di preparare un piano di emergenza se fosse necessario modificare il calendario”.

Quanto alla cooperazione con i talebani, gli accordi e i contatti, inclusi quelli con la CIA, sono molto più numerosi di quanto venga detto ufficialmente. Intanto il portavoce talebano Zabihullah Mujahid denuncia una situazione di inutile caos all’aeroporto, colpa dice degli Stati Uniti, e chiede che gli afgani qualificati non abbandonino il paese: “Gli americani perseguono la loro antica politica, invitano la gente a salire sugli aerei, evacuano gli afgani, è terribile. Chiediamo che non si incoraggino gli afgani ad andanrsene. I nostri esperti, ingegneri, medici, analisti, quelli che sono stati educati qui, il paese ha bisogno delle loro competenze”.

Le donne però, a quanto suggeriscono per ora i talebani, è meglio che restino dentro casa, qualificate o no. Gli afgani preferiscono non rischiare e salgono sugli aerei, abbandonando la loro vita e andando incontro a tutti i rischi dell’incertezza.

E il G7 chiede comunque ai talebani di garantire un passaggio sicuro a chi vuole partire, fino al 31 agosto e più in là; contando, dice il premier britannico Boris Johnson, sui mezzi di pressione economici, diplomatici e politici dei paesi industrializzati.

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