Afghanistan: cerimonia di ammaina bandiera a Herat, contingente italiano prepara rientro

·2 minuto per la lettura

(Dall’inviata Silvia Mancinelli) - La base militare a Herat ha i colori della terra infuocata e della polvere che si alza senza vento, in fuga da un asfalto che restituisce all’orizzonte sbiadito i bollori di temperature che sfiorano i 44 gradi. Ed è qui, in un pomeriggio che non è stato mattina per colpa di un volo militare bloccato a Dammam con i giornalisti a bordo, che il Tricolore viene ammainato alla presenza del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, del Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Enzo Vecciarelli, del comandante del Coi (Comando Operativo di vertice Interforze) il generale di Corpo d’Armata Luciano Portolano, e del comandante della Brigata Folgore, il generale Beniamino Vergori, che nella base di Herat vive insieme ai militari pronti, a bandiera ripiegata, a cedere il loro "fortino" agli afghani.

L’Italia lascia la rossa terra stretta tra Iran e il Pakistan dopo 20 anni a costruire una pace che questa gente aveva quasi dimenticato. Nella base Nato a pochi chilometri da dove Boeing e C130 portano sprazzi di casa e abbracci, la polvere copre distratta i tetti degli uffici, degli alloggi, dei rifugi coi sacchi di sabbia, perfino della palestra che oggi, ad eccezione dei pochi attrezzi rimasti e accatastati in un angolo, ospita un plastico enorme con la riproduzione in scala della base stessa. Ci sono le torrette, i volti che si alzano al cielo a ogni rumore, il filo spinato sopra muri alti due metri a raccontare il lavoro ancora grande che deve essere fatto.

C’è un pensiero colorato in ricordo di chi dall’Afghanistan non è mai tornato, "53 lacrime che non verranno mai dimenticate" li ha definiti nel suo discorso il generale Vecciarelli. E poi ci sono i volti dei nostri militari, di quelli alti in grado e di quelli alle prime armi, che sorridono e ricordano il grande lavoro fatto, i progetti creati, la fiducia trasmessa a un Paese che oggi, 20 anni dopo l’11 settembre, può scegliere di non prestare il fianco ai terroristi. Di riprendersi i diritti, l’istruzione, la democrazia, come quella restituita con le elezioni.

I militari italiani tornano a casa dopo mesi a respirare polvere, a bruciarsi la pelle e a creare una nuova idea di libertà. Il rientro è nell’aria da maggio, giugno lo sigilla con una bandiera che fino a oggi ha sventolato fiera anche senza vento.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli