Afghanistan da ricostruire: io c'ero (e ci sono ancora)

Dopo dieci anni di guerra l'Afghanistan è un Paese da ricostruire. Il 7 ottobre del 2001 cominciava la geurra dichiarata da Usa e Regno Unito per combattere Al Qaeda.

Il professor Marco Braghero racconta cosa significa operare in un aese dilaniato dalla guerra. È presidente di PeaceWaves, pedagogista, formatore, esperto di cooperazione internazionale e autore di “Afghanistan, la cultura come sfida per la ricostruzione”

Sto per atterrare a Kabul, è la ventisettesima volta, e come sempre provo la sensazione che in questo paese segreto, sotto l’argilla sgretolata delle valli, siano sepolte la memoria e l’identità dell’Afghanistan.

Avverto la felicità angosciosa del ritorno in un non-paese popolato da non-persone che solo trent’anni fa era il centro degli interessi mondiali per la sua posizione strategica, un paese al centro di fortissime correnti migratorie e soggetto a successive e frequenti invasioni; un paese capace di periodi di pace e di relativa prosperità, come dal 1933 al 1973.

Oggi la sfida della ricostruzione afgana si gioca investendo nell’educazione e nei processi di sviluppo culturale e di recupero della tradizione.

Il progetto di PeaceWaves, “Afghanistan Back to the Music”, si occupa dei processi educativi utilizzando come strumenti l’arte e lo sport. Così è nata, il 7 novembre 2005, la Victoria Music School, che ha riaperto un campo precluso alle donne per tanto, troppo tempo.

Mentre eravamo impegnati nell’inaugurazione della scuola, ad Herat, veniva massacrata di botte dal marito, per aver osato declamare i suoi versi in pubblico, Nadia Anjuman, 25 anni, madre di una bimba di 6 mesi ed una tra le più affermate poetesse del Paese. Durante il regime talebano, Nadia faceva parte del cosiddetto “circolo del cucito” della città, dove un professore dell’università, di nascosto, insegnava alle donne la letteratura.

Il giorno dell’inaugurazione della Victoria Music School, l’emozione più sorprendente me l’ha offerta Shirin, una sedicenne presentatami dal padre musicista. All’atto dell’iscrizione alla scuola, egli mi raccontò la loro storia. Il pianoforte su cui si esercitava la figlia era stato fatto volare dalla finestra durante un’irruzione dei talebani. Così, per 4 lunghi anni, Shirin fu costretta ad allenarsi su una tastiera fittizia costruita con un’asse di legno divelta dal pavimento. Messa alla prova nella scuola, Shirin risultò avere competenze pari al quinto anno di conservatorio. Oggi Shirin è una più che discreta pianista e un’affermata insegnante di musica.

Hur arriva al centro ustionati di Herat con ustioni sul 60% del corpo. Con questa percentuale, senza unità di rianimazione, normalmente si muore. La dottoressa Marie José Brunel ha sospettato fin dal primo momento che non fosse un caso di “self immolation” ma fosse una vittima della famiglia. Hur riesce a farsi capire, non si è ustionata, è vittima della suocera. La Brunel mi spiega che è sempre più frequente il caso di donne che bruciano altre donne e di uomini incapaci di essere buoni mariti perché privi di educazione sentimentale. Hur paga tutto ciò e, dopo cinque giorni di lotta, muore.

Afifa si è auto-immolata. Arriva al centro ustionati con il 40% del corpo devastato. Non ne poteva più delle vessazioni della suocera e dei famigliari e si è data fuoco. È stato il marito a soccorrerla e portarla al centro. Lui, terrorizzato all’idea di perderla, è rimasto giorni interi con la fronte appoggiata al vetro della finestra, che distava pochi metri dal letto di Afifa. Fino a quando lei si è girata verso di lui con un sorriso luminoso sul volto devastato, ripetendo con un filo di voce: “Amore non lo faccio più”. La finestra piangeva di gioia. Afifa è tornata a casa col marito.

La visita al nuovo carcere femminile di Herat, fiore all’occhiello della Cooperazione Italiana e inaugurato nel 2009, mi ha fatto pensare al sogno di Beccaria. L’istituto è costruito in modo funzionale, con ampi spazi comuni, laboratori, aule, play ground e celle molte ariose a 4 posti. Il Direttore del carcere, il Generale Abdul Majed Saddiqi, mi mostra con orgoglio i laboratori di sartoria, la tessitura di preziosi tappeti che vengono venduti al bazar.

A soli 3 chilometri di distanza c’è uno dei due orfanotrofi governativi di Herat, l’Harzat Khuja Abdullah Ansari Orfhanage, inaugurato nel 2005. Entro e i pensieri si bloccano. C’è qualche cosa di maledettamente sbagliato in questo luogo che si presenta degradato, con un cortile di pietre e polvere e qualche giochino in un angolo. L’amministratore Mr. Zamaray Mohmandzai mi riceve cordialmente. Non posso fare a meno di chiedergli come mai una struttura nuova si ritrovi in quello stato. La risposta è illuminante: “Tutti dicono che il futuro è dei giovani ma poi il Governo paga 1 dollaro e 50 per bambino al giorno, e qui ne arriva solo uno. Il resto si ferma nelle tasche di qualcuno”. Zamaray mi guida nella visita nelle camere dei ragazzi: 8-12 posti letto per stanza, poco spazio e nessun mobile. Qui incontro Faraidoon, un ragazzo di 17 anni che parla un perfetto inglese ed è un mago del pc.

Esco con Zamaray che commosso mi saluta ma sono io che lo ringrazio per avermi fatto capire ancora una volta l’importanza di essere educatori.
Come ho scritto nel mio libro: “Afghanistan, la cultura come sfida per la ricostruzione”, sono sempre più convinto che vincere questa sfida sia determinante per la rinascita, mai come in questo momento incerta e improbabile, del Paese.


"Io c'ero", leggi anche le altre testimonianze in presa diretta

- Royal Wedding, ho viaggiato per più di 5mila chilometri per vedere gli sposi

- Quando è morta Amy Winehouse ho cantato alla sua veglia

- Occupy Wall Street, lo faccio perché ne vale la pena

- Primavera araba, ho difeso le case dei cristiani

- Terremoto in Giappone, ho visto la terra tremare