Afghanistan, la Cina tra timori e appetiti

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Un duro colpo, per la sicurezza degli investimenti e l'accesso alle risorse naturali, o un'opportunità, per estendere la propria influenza. Pechino fa i conti con l'annuncio dell'imminente avvio del ritiro delle forze internazionali dal vicino Afghanistan. A quasi 20 anni dall'inizio delle operazioni, gli Stati Uniti di Joe Biden pongono fine alla guerra più lunga degli Usa e guardano altrove. Dalla Russia, alla stessa Cina. Il gigante asiatico non si è mai impegnato militarmente nel pantano afghano, ma ne è sempre stato attratto dalle 'ricchezze', ha promesso di giocare un ruolo importante nella ricostruzione e ora - scrive il South China Morning Post - potrebbe considerare l'invio di una "forza di peacekeeping" se dovesse ritenere una minaccia per la regione dello Xinjiang (teatro della repressione degli uiguri) la situazione nell'Afghanistan, martoriato da decenni di guerre.

I due Paesi condividono un brevissimo tratto di confine. L'obiettivo della Cina è sempre stato l'eliminazione del terrorismo internazionale, soprattutto rispetto ai denunciati legami con lo Xinjiang (Pechino non vuole che un eventuale Afghanistan nel caos possa essere sfruttato dai militanti uiguri per attacchi in terra cinese), e un livello di sicurezza tale da consentire l'estrazione delle risorse naturali di cui è ricco l'Afghanistan.

Qui "la Cina ha investimenti nel settore minerario, che in qualche modo in passato erano garantiti dai soldati americani. Oggi ci sono delle difficoltà perché va a cambiare uno status quo che ormai durava da 20 anni", dice all'Adnkronos il sinologo Francesco Sisci, professore di geopolitica alla Luiss, sottolineando come la situazione afghana sia "ancora molto fluida" e come non sia assolutamente "bianco o nero".

La Cina ha una storica amicizia con il vicino Pakistan, con influenza sui Talebani, ed è da sempre in rivalità con l'altro gigante asiatico, l'India, che conta su buoni rapporti con Kabul. Il ritiro delle forze internazionali dall'Afghanistan, dove la situazione rimane "complicata e grave", deve avvenire - ha rimarcato ieri la diplomazia di Pechino - in modo "responsabile e ordinato per garantire una transizione stabile e impedire a forze terroristiche di sfruttare il potenziale caos".

"Se la situazione della sicurezza rappresentasse una minaccia significativa, la Cina potrebbe inviare forze di peacekeeping, insieme all'assistenza umanitaria, nella regione per garantire la sicurezza e gli interessi dei cinesi e delle aziende", ha affermato Sun Qi dell'Accademia di scienze sociali di Shanghai nelle dichiarazioni riportate dal South China Morning Post.

Nel 2018, ricorda il giornale, Pechino ha addestrato truppe afghane in Cina, con l'obiettivo di contrastare possibili attacchi di al-Qaeda e cellule locali dell'Isis. Secondo Sisci, che insiste sulla "prudenza" cinese, "è possibile che la Cina decida di mandare delle forze" da usare "per garantire i propri investimenti, ma è altrettanto possibile che decida di procedere con un patto nuovo con il Pakistan".

La 'vecchia strada', della prudenza, in un momento in cui il timore è che le forze di Kabul non riescano a garantire la sicurezza dell'Afghanistan, con il rischio di un caos ai confini del gigante asiatico. Pechino ha sicuramente tutto l'interesse a lavorare con i Paesi della regione per la stabilità in Afghanistan.