Afghanistan, le voci delle famiglie in fuga da Kabul: "Aiutateci, non c'è più tempo"

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"Aiutateci, non c'è più tempo. Se non ci permetteranno di entrare nel campo moriremo. Sono due giorni che siamo qui, ma ogni ora è sempre più pericoloso. Ecco gli spari, ecco, li sentite? Le nostri mogli sono terrorizzate, non credono più nemmeno nell'evacuazione, nessuno viene a prenderci, il tempo passa e siamo accalcati dietro a un cancello chiuso. Intanto stanno finendo le scorte di cibo e di acqua, sono 48 ore che non dormiamo". Sakhi è un ex collaboratore afghano che l'Adnkronos aveva già seguito nel suo estenuante viaggio da casa, a Herat, verso Kabul.

Oggi, a distanza di due giorni, racconta all'Adnkronos l'attesa verso la salvezza, accalcato insieme a decine e decine di uomini, donne e bambini anche neonati, lungo la recinzione dell'aeroporto di Kabul. Qui, da dove il ponte aereo umanitario conduce pezzi di popolazione disintegrata dall'occupazione talebana, le famiglie degli afghani in fuga aspettano il proprio turno. Sakhi racconta, interrotto dalla moglie che ricorda "non c'è più tempo, moriremo". La riporta alla calma, intanto dietro di lui i più piccoli piangono disperati tra gli aerei che decollano e una raffica di proiettili che esplodono come fossero fuochi d'artificio. (FOTO)

"I bambini sono stremati dalla stanchezza, in sette si sono ammalati qui all'addiaccio - continua Sakhi - Non dormono, piangono, hanno paura". Le foto che manda sono un pugno alla bocca dello stomaco. Inconsolabili i più piccoli, sconfortati i grandi, come la bimba accoccolata a terra nella speranza di addormentarsi. La polvere li ricopre come fossero vecchie suppellettili abbandonati all'incuria. Non hanno giochi, nel loro viaggio da Herat durato oltre un giorno non hanno portato che lo stretto necessario. "Da 48 ore aspettiamo almeno di ripararci nel campo, qui non è sicuro, ogni ora in più è un rischio e non sappiamo nemmeno se arriveremo a sera. Le nostre mogli sono terrorizzate, non credono nemmeno più nell'evacuazione, stiamo finendo le scorte di cibo e di acqua - racconta ancora Sakhi, trafelato e affannato - Abbiamo paura, che qualcuno si ricordi di noi".

(di Silvia Mancinelli)

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