Afghanistan, l'ufficiale di Kabul fuggito a Torino: "Talebani terroristi, non riconosceteli"

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"I Talebani sono terroristi. Chiedo di non riconoscere i Talebani come governo. Perché noi afghani ai Talebani non crediamo. Sono terroristi". Parla così con l'Adnkronos Shekib Nooristani, ufficiale dell'esercito afghano, costretto a lasciare la sua Kabul dopo la resa della capitale afghana ai Talebani. Nooristani è a Torino e racconta la sua storia, la storia della sua famiglia, del suo lavoro che lo ha reso un obiettivo per i Talebani, nel giorno della riunione straordinaria in videoconferenza dei leader del G20 sull'Afghanistan, presieduta da Mario Draghi. La prima cosa che dice è che gli "dispiace che il mondo stia riconoscendo i Talebani come un governo". Per lui equivale a buttare via "20 anni di sacrifici di noi afghani, ma anche di voi italiani, del governo italiano e dei militari afghani, nella guerra contro i terroristi".

"Sono molto piccolo, un semplice uomo, per capire cosa sia successo veramente in Afghanistan, ma noi non ci aspettavamo che Kabul venisse presa dai Talebani così facilmente - afferma - Ci avevano detto che l'esercito ce l'avrebbe fatta a combattere contro i Talebani anche se gli stranieri, gli americani, le forze della coalizione fossero andati via dall'Afghanistan perché ci sarebbe stato un sostegno logistico".

"Da ufficiale militare posso dire che è la politica che ci ha fatto perdere questa guerra - dice - E oggi chiedo al mondo di dare la possibilità di uscire dall'Afghanistan agli afghani rimasti nel Paese". Nooristani racconta che "lavorava con gli stranieri" e non vuole si sappia per quale Paese. E lancia un'accusa: "Il grosso errore è stato commesso quando sul primo volo militare americano sono state fatte salire a bordo persone che non lavoravano con gli stranieri. E per questo quelli che avrebbero dovuto essere evacuati da Kabul sono rimasti in Afghanistan".

Se gli si domanda della sua storia Shekib, classe 1986, è un fiume in piena. La sua 'prima' Italia è stata nel 2005, quando è arrivato nel nostro Paese "tramite il ministero della Difesa afghano per fare l'Accademia militare, due anni a Modena, tre anni alla Scuola di Applicazione a Torino, per poi rientrare in Afghanistan". La stessa Torino in cui è tornato dopo la caduta di Kabul, dove "nell'ultimo periodo" lavorava come "magistrato militare". "Portavo in tribunale anche i terroristi catturati dai militari afghani - racconta - E quando parlo di terroristi, parlo di Talebani". Quelli che sono tornati a essere i padroni dell'Afghanistan. "La mia vita era in pericolo per l'incarico che avevo". E continua: "Un anno fa ero alla Procura militare di Kabul, ma a causa della corruzione nel governo ho dovuto dare le dimissioni".

Shekib parla di "valori veri", di un padre militare anche lui. "Non potevo continuare con un governo corrotto - dice - e ultimamente lavoravo con gli stranieri". Ha una figlia di sei anni, Jannat, che "la prossima settimana inizierà la scuola, la scuola italiana", e una moglie, Aysha, che spera possa iniziare presto un corso di italiano. Lui l'italiano lo parla da anni e racconta nel dettaglio la sua disperata fuga da Kabul, da quando a metà agosto era nel suo ufficio e ha ricevuto l'ordine di "andare a casa, tenere le valige pronte, con la famiglia, per una chiamata per l'evacuazione da Kabul che sarebbe potuta arrivare in qualsiasi momento". Shekib ricorda le "migliaia" di persone in strada, una Kabul bloccata da ingorghi, le file davanti alle banche per ritirare i contanti, le difficoltà per rientrare a casa, "vicino all'aeroporto". "Chiamavo gli stranieri con cui lavoravo - dice - alcuni non rispondevano, i telefoni di altri risultavano spenti".

Le sue parole scorrono come se stesse rivivendo minuto dopo minuto, secondo dopo secondo la disperata fuga dall'Afghanistan, la paura di quei giorni, della "caccia a chi lavorava con gli stranieri", la sensazione e la certezza che "ognuno volesse solo salvare se stesso". Sembra di avere davanti le immagini di "poliziotti che lasciano checkpoint e divise per indossare abiti civili e andare via". Mentre i Talebani si riprendevano Kabul. "I nostri capi ci avevano assicurato che se qualcosa fosse andato male ci avrebbero portato fuori dall'Afghanistan", incalza. E invece racconta di una prima notte trascorsa con moglie e figlia "a casa di uno zio" di sua madre, delle "battute" per cercare di contenere la "paura" di Jannat, della consapevolezza di essere "un pericolo anche per gli altri" e delle case cambiate ogni notte. Di una vita "che non era più normale".

Intanto erano "passati cinque giorni" e Shekib ricostruisce il tentativo con la famiglia di raggiungere l'aeroporto di Kabul, simbolo di speranza per tanti, tanti afghani. Ricorda la situazione infernale, "tra le donne che piangevano, i Talebani che picchiavano uomini e donne, che spintonavano i bambini" e della sua "valigia persa" nella calca "con dentro tutti i documenti, anche la laurea in Italia e il certificato di matrimonio". Parla di una situazione impossibile per una bambina così piccola e della decisione di tornare indietro, con la convinzione che "se c'è un piano ci porteranno via con dignità e rispetto" e al contempo la constatazione che "se non sarà così, dovremo rimanere in Afghanistan".

Poi, racconta Shekib, "iniziano a contattarmi miei colleghi italiani". Il "23 agosto" il nuovo tentativo di raggiungere l'aeroporto. "Cinque ore" di agonia, "tra l'uscita da cui ci era impedito entrare e l'entrata che era da tutt'altra parte" e il "salto con moglie e figlia nel canale della fogna a cielo aperto" che qualche giorno dopo sarebbe diventato tristemente famoso nel mondo intero per la strage del 26 agosto firmata dal ramo locale dello Stato Islamico (Is-K). "In quel canale della fogna c'erano 4-5.000 persone", ricorda, ma "dall'altro lato della fogna ho capito che finalmente eravamo al sicuro".

La mente lo riporta a quando alzava sua "figlia lungo il filo spinato e nessuno la prendeva dall'altra parte". "Dall'altra parte nessuno sentiva la mia voce, le scarpe di mia figlia erano attaccate al filo spinato", rievoca, come se volesse ancora gridare perché Shekib è un uomo per cui "sarebbe inutile vivere" senza Jannat e Aysha. Con loro è rimasto "due notti e due giorni in aeroporto, prima della partenza con un aereo militare con la bandiera tedesca alla volta dell'Uzbekistan". Poi la Germania. Poi Fiumicino. E la Croce Rossa. E' a questo punto che nel suo racconto torna la parola "normalità".

Da Fiumicino al Centro Operativo Emergenze della Croce Rossa Italiana ad Avezzano. "Le parole non bastano per ringraziare. Non si possono trovare le parole giuste - dice - Si sono presi cura di noi. Senza farci mancare nulla di cui avessimo bisogno. Anche le piccole cose". "Otto giorni" in cui ha fatto da "interprete". Poi da Avezzano al centro di Settimo Torinese. Ancora "tre giorni". E poi per Shekib e la sua famiglia si sono aperte le porte di un "appartamento a Torino, con 100 euro di spesa a settimana garantiti e 2,50 euro al giorno".

Shekib è felice perché "lunedì scorso ha avuto un permesso di soggiorno provvisorio", spera nell'asilo politico e in un lavoro perché "noi uomini non siamo fatti per stare a casa". E' preoccupato per "mamma e sorelle che sono in Turchia". Un sogno? "Per me la vita è andata come andata, ma sono positivo anche se il problema è il futuro - risponde - Per mia figlia che crescerà nella società italiana sogno i valori e il rispetto che voi insegnate ai vostri figli qui in Italia".

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