Afghanistan, Orsina: "La democrazia si può esportare, ma non si può imporre"

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23/01/2019 Roma. Rai. Trasmissione televisiva Porta a Porta. Nella foto Giovanni Orsina (Photo: Maria Laura AntonelliMaria Laura Antonelli / AGF)
23/01/2019 Roma. Rai. Trasmissione televisiva Porta a Porta. Nella foto Giovanni Orsina (Photo: Maria Laura AntonelliMaria Laura Antonelli / AGF)

“Vent’anni nella storia non sono nulla. Non dico che in assoluto la democrazia non si possa esportare, ma per farlo con successo occorrono tempo, pazienza, condizioni estremamente favorevoli e parecchia fortuna. E basta qualche errore per vanificare tutto”. Giovanni Orsina, politologo, professore di Storia Contemporanea alla Luiss di cui guida la School of Government, analizza l’”apocalisse Afghanistan”. Premettendo che non si può abbandonare quel popolo, ma senza farsi illusioni: “Per costruire un sistema democratico bisogna prima costruire progressivamente una società in grado di reggere quel sistema. Non ci sono scorciatoie”.

Ciò che sta succedendo in Afghanistan ha aperto il dibattito sull’esportazione della democrazia. L’errore di fondo è stato pensare di esportarla con le armi o ritenere che il modello del “pollo fritto del Kentucky” - prezzi bassi, consumi liberi e merchandising – convinca tutto il mondo?

In linea di principio il problema è l’esportazione stessa della democrazia, non soltanto le armi. Il ritenere che certi meccanismi e valori che sono faticosissimi da costruire in tempi storici lunghi, con precondizioni fragili e delicate, possano essere trasportati in contesti estremamente differenti in tempi relativamente rapidi.

Lo considera un comportamento generoso o arrogante?

Sono le due facce della stessa medaglia. L’idea che il modello occidentale sia universale è, in punto di fatto, un errore. Per i Paesi che se lo vedono calato dall’alto e per l’Occidente che ha perso di vista l’importanza delle proprie radici storiche. Anzi, le ha rinnegate. Questo però non vuol dire che non si possa fare nulla. Charles de Rémusat commentava così, nel 1853, il pensiero di Edmund Burke: se la libertà può essere solo il prodotto della tradizione, come sosteneva il filosofo irlandese, se per essere liberi bisogna esserlo già stati, allora ci sono popoli condannati alla disperazione. Insomma, il modello occidentale non è universale, ma non per questo l’unica cosa che si possa dire agli afghani è: li avete sempre avuti, il vostro destino è tenervi i talebani.

Cioè, più o meno, quello che ha detto Biden.

John Stuart Mill in “On liberty”, l’opera centrale della tradizione liberale anglosassone, sosteneva una posizione intermedia: la libertà funziona al di sopra di un certo livello di civiltà, ossia quando il genere umano diviene capace di essere migliorato dalla discussione. Sotto quel livello, la cosa migliore che può capitare è un despota illuminato.

Le premesse sono chiare: non bastano vent’anni per la democrazia, servono secoli. Eppure, al termine di due decenni congedarsi negando che si volesse costruire una nazione non è un’implicita, devastante ammissione di debolezza?

Lo è senz’altro. È l’ammissione di un epic fail etico e politico. Figlio, a mio avviso, anche del clima storico stoltamente ottimistico che va dai tardi anni Ottanta ai primi anni Duemila, con le cui conseguenze stiamo combattendo da almeno un decennio. Se accettiamo la posizione di Mill, per costruire un sistema democratico bisogna prima costruire lentamente e progressivamente una società che sia in grado di reggerlo. Non ci sono scorciatoie. Ecco perché da storico dico che vent’anni non sono nulla.

In un Paese socialmente organizzato in clan e tribù, e avvelenato dalla corruzione, non è riuscita ad affermarsi una classe dirigente che guidasse i processi politici. E’ una concausa del fallimento?

Certamente. Ma una classe dirigente scaturisce da una società fornita di sufficiente capitale sociale – ossia, a farla breve, fiducia reciproca –, molto ardua da generare in un contesto di clan e fazioni. Costruire le basi sociali e culturali per la democrazia, oltre a essere un’operazione lunghissima, genera anche forti contraccolpi: è molto difficile dire a un popolo come deve funzionare, marciare e comportarsi. Bisognerebbe interloquire con la cultura locale per fare in modo che gli elementi di trasformazione escano dall’interno, non siano percepiti come un’imposizione da fuori. Se ben ricordo fu così, lavorando sulle culture locali, che i riformatori inglesi cercarono di contrastare il Sati, la pratica indiana per cui una vedova veniva arsa sulla pira del marito defunto. Ma è più facile a dirsi che a farsi.

Scrive Mattia Feltri su Huffpost che “la democrazia è il passaggio della ricerca della felicità dall’aldilà all’al di qua”. In sostanza, non si può esportare in una teocrazia?

Esiste un tema generale di compatibilità tra democrazia e religione. Tocqueville però sostiene che un profondo e diffuso senso religioso rafforzi piuttosto la democrazia, perché la sgrava dall’esigenza di rispondere alle domande assolute, che l’essere umano si pone ma che, se volessero trovare risposta qui e ora, sovraccaricherebbero il sistema politico.

Libera Chiesa in libero Stato, però. Lo vede possibile nei Paesi islamici?

La separazione degli ambiti è fondamentale, purché ci sia religiosità. Questo sempre Tocqueville. Il tema dell’Islam è ovviamente ulteriore rispetto a quello del rapporto fra religione e democrazia: se la separazione fra gli ambiti sia possibile in una tradizione religiosa profondamente intrecciata con la politica come quella islamica. Sinceramente, non ho le competenze per rispondere a una domanda così ampia e complessa. Mi limito a notare che se la nostra risposta fosse no dovremmo allora ripensare parecchi dei nostri presupposti. Relativi al rapporto fra valori occidentali e tradizione cristiana, ad esempio. O all’integrazione degli immigrati.

Con il ritiro Usa da Kabul siamo tornati alla casella di partenza? O nel modo tortuoso che è proprio dei processi storici c’è stata un’evoluzione di cui ci accorgeremo più avanti?

Questi vent’anni non sono trascorsi invano, nulla accade invano nella storia. Mi par di capire che in questo periodo l’Afghanistan sia cambiato molto, e cresciuto per tanti versi. Adesso teniamo i nervi saldi e vediamo come si muoveranno i “Talebani 2.0”. Magari tra altri vent’anni capiremo che, a prezzo di miliardi di dollari e tante vite umane, un passo avanti è stato fatto.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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