Afghanistan, rifugiato in Italia: "Aiutate la mia famiglia a lasciare il Paese"

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"L'Italia mi aiuti, aiuti la mia famiglia a lasciare l'Afghanistan". E' l'appello che Mohammad Idrees Jamali lancia tramite Aki - Adnkronos International. Jamali è un 40enne afghano, arrivato nel nostro Paese da "più di dieci anni". "Nato, cresciuto e scappato dall'Afghanistan", come sintetizza lui, pashtun, rifugiato in Italia. Vive a Roma, ma la sua famiglia - racconta - è rimasta in un villaggio della provincia afghana di Nangarhar, al confine con il Pakistan. Parla di una "situazione tragica per tutti gli afghani" in un Paese in cui al ritiro delle forze internazionali, dopo 20 anni di operazioni, è seguita un'avanzata dei Talebani. "In alcune località di montagna non c'è neanche l'acqua - dice - Sarebbe giusto se la mia famiglia potesse venire in Italia".

Jamali, vice presidente dell'associazione della comunità afghana in Italia, racconta delle difficoltà nel mettersi in contatto con i suoi parenti nella martoriata terra afghana. "A volte non c'è linea, non c'è internet", continua, con "la preoccupazione" che "cresce di giorno in giorno" e la "speranza" che la sua famiglia possa raggiungerlo nel nostro Paese, "anche se è molto difficile".

In Afghanistan Jamali faceva "l'infermiere" e "vaccinava adulti e bambini nei villaggi" di Nangarhar. "Andavamo con il camper per vaccinare i bambini che vivono lontano dalle città - racconta - Ma non potevo più rimanere lì, non potevo più lavorare né aiutare il mio popolo, sono stato costretto dai Talebani a lasciare la mia terra".

Parla del suo Afghanistan fatto di "uccisioni, esplosioni quotidiane", di una situazione "peggiorata giorno dopo giorno". Ricorda l'attacco di martedì a Kabul nei pressi della residenza del ministro della Difesa, Bismillah Mohammadi, rivendicato dai Talebani. Jamali condanna chi vuole "distruggere" il suo Afghanistan, "le risorse, le scuole, gli ospedali, i ponti e persino le moschee e le madrasa", le scuole coraniche.

"Non vogliamo tornare indietro agli anni Novanta, al 2000 - continua - Non possiamo vivere tutta la vita in guerra". Ma la paura è che non finisca mai. Perché, dice, "ci sono gli interessi degli altri Paesi".

A Roma Jamali fa "il mediatore culturale e l'operatore sociale". Il tono della sua voce cambia quando ricorda la difficile fuga dall'Afghanistan, passando da "Turchia e Grecia", un viaggio "a piedi, da solo, durato più di sette mesi, peggiore della rotta balcanica" perché "al confine tra Iran e Turchia" è stato "in ostaggio per due mesi, insieme ad altri profughi afghani, di un gruppo che voleva solo soldi e ci teneva in montagna in un rifugio per animali". La speranza non lo abbandona. "La nostra vita è speranza - afferma - La speranza di costruire il nostro Paese". Il "nostro", conclude, "perché siamo tutti afghani, un unico popolo, con lo stesso sangue, a prescindere dalle etnie e dalla religione".

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