Afghanistan, Sisci: "Al G7 gli Usa dicono, 'ritiro per rafforzarci in Asia orientale'"

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Kamala Harris in Vietnam dopo Singapore. Joe Biden con i leader del G7. Il ritiro dall'Afghanistan e l'impegno degli Stati Uniti per un "Indo-pacifico libero e aperto". Francesco Sisci, sinologo, professore di geopolitica alla Luiss, legge con l'Adnkronos gli impegni dell'Amministrazione Usa e parte proprio dalla constatazione di come la partecipazione del presidente americano al vertice dedicato all'Afghanistan coincida con la missione in Vietnam della vice presidente per "parlare del sostegno americano ai Paesi della regione" contro quelle che per Washington sono "intimidazioni" da parte della Cina, con lo sguardo rivolto al Mar cinese meridionale. Sta nel viaggio della Harris, secondo Sisci, "il vero messaggio che l'America vuole mandare al G7: noi usciamo dall'Afghanistan, ma ci rafforziamo in Asia orientale e sosteniamo i nostri alleati e amici" nella regione. "L'America - dice - rassicura l'Asia sull'appoggio contro la Cina".

E durante il G7, continua, "Biden cercherà di portare a bordo gli europei, perché il Giappone già c'è" al fianco degli Usa, come "il Canada", mentre il Regno Unito "c'è sempre" e il "problema sono Germania, Francia e Italia". "Motivi ragionevoli - puntualizza - ma è tutto cambiato". Sisci si dice convinto che "Francia e Germania alla fine cambieranno", mentre "l'Italia deve decidere se prendere una sua posizione chiara, forte, nel G7 oppure uscire da questo consenso e andare da sola". E, continua, "sono due scelte entrambe difficili e delicate a cui probabilmente il governo italiano non è preparato" ed "è facile" commettere "errori". Sul piano pratico cosa potrebbe essere chiesto all'Italia? "Probabilmente - risponde - le sarà chiesto di mandare delle navi" per partecipare a una missione navale dopo che "già inglesi e francesi hanno partecipato a missioni navali nel Mar cinese meridionale".

L'Italia e l'Europa "dovranno decidere", dice, nonostante quelli che indica come "problemi" nel Vecchio Continente perché - osserva - se "in qualche modo la presenza in Afghanistan era per noi comprensibile nel quadro di lotta al terrorismo, la presenza in Asia orientale appare più fumosa". Senza contare che la Cina era "il Paese dove fare soldi" non quello con cui "avere un confronto geopolitico e tanto meno strategico".

Il sinologo invita a riflettere sulla percezione che c'è in Europa rispetto agli ultimi sviluppi in Afghanistan, dopo la resa di Kabul ai Talebani e la "missione difficile" - nelle parole di Biden - di evacuazione dall'aeroporto della capitale afghana in una situazione che, dopo 20 anni di operazioni, appare sempre più di caos. E anche sulla percezione che c'è in Asia di tutto questo, degli ultimi 20 anni in Afghanistan - la cui stabilità è nell'interesse di tutti - e soprattutto di quello che a più ampio raggio accade nella regione.

"Noi siamo delusi dalla questione afghana perché eravamo convinti che la nostra presenza in Afghanistan avrebbe fermato anche il terrorismo islamico da noi - afferma Sisci - In realtà in Asia la questione del terrorismo islamico non è mai stato un problema esistenziale, mentre era ed è molto più importante il problema della Cina". E "la percezione in Asia orientale è che - conclude - finalmente l'America si è svegliata e parla di cose serie".

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