Afghanistan, tutti giù per terra

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EPA/ISAF (Photo: EPA)
EPA/ISAF (Photo: EPA)

Siamo arrivati alla fine, ma in realtà per la vicenda afghana inizia oggi un nuovo capitolo, tutto da scrivere, con molte incognite. Fuori le forze occidentali nel rispetto della scadenza del 31 agosto, messi in salvo con un’evacuazione senza precedenti decine di migliaia di afghani minacciati o terrorizzati, esultanza dei talebani padroni del campo, anche se insidiati da profonde rivalità tribali e dalla ferocia del terrorismo pronto a colpire ancora. L’incertezza tocca i Paesi vicini, piccoli e grandi. E investe gli Stati Uniti, alle prese con una disfatta internazionale destinata a lasciare il segno.

Ci vorrà tempo per misurare la portata dei danni politici, non solo umani e materiali, provocati da un ritiro sconcertante nei modi e nei tempi e per mettere a fuoco l’agenda per il futuro. La caduta di Kabul è uno spartiacque per l’Afghanistan, al quale dopo venti anni non possiamo voltare le spalle, ma lo è anche per l’America, per il suo ruolo nel mondo e per i rapporti transatlantici. Gli errori di Washington sono sotto gli occhi di tutti, andranno capiti e spiegati, senza però dimenticare il contesto iniziale della missione militare e quel minimo di progresso civile e sociale che pure la presenza straniera ha consentito lì. La tesi dell’imperialismo colonizzatore degli occidentali sembra il triste riflesso di un’ideologia d’altri tempi, anche se il disastroso epilogo dell’operazione può indurre a reazioni emotive.

Ora si cerca un canale di comunicazione con Cina, Russia e altri giocatori di peso nella partita, ma la strada è impervia e i tempi per definire e condividere una strategia per l’Afghanistan rischiano di essere troppo lunghi. Cercano di entrare in campo, tardi e male, anche le Nazioni Unite, ancora una volta inceppate dalle volontà nazionali degli Stati, specie dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Ieri a New York non si è riusciti a concordare una zona sicura (safe zone) per l’aeroporto di Kabul da affidare al controllo dell’Onu. La risoluzione del CdS, su cui Pechino e Mosca si sono astenute, è quasi sotto il minimo sindacale: appelli al rispetto dei diritti umani, delle donne, delle iniziative di assistenza umanitaria e auspici che i talebani si comportino da persone civili. Intanto le notizie dall’Afghanistan purtroppo indicano l’opposto, esecuzioni sommarie e rastrellamenti nelle case.

Ma è soprattutto agli Stati Uniti che dovremo guardare. Il presidente Biden ha preannunciato per stasera un suo nuovo intervento pubblico per illustrare la fase finale del ripiegamento delle forze Usa e le prossime mosse americane. È improbabile che fornisca sin da ora indicazioni di lungo periodo sulla politica di Washington, più verosimile che assicuri la possibile perdurante attenzione per la popolazione afghana, anche quella lasciata a terra, dopo la conclusione del ponte aereo. Il colpo é stato troppo forte per potersi rialzare immediatamente. Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono, Langley e Congresso hanno di fronte un compito impegnativo per capire come muoversi in un mondo con meno Stati Uniti, ma più Cina, più Russia, più Turchia e altri. Intendiamoci, nulla di nuovo, è da anni e da più presidenze americane che la rimodulazione del ruolo globale degli Usa è all’ordine del giorno a Washington. L’Afghanistan però è un segnale troppo forte per essere sottovalutato e ha tutte le caratteristiche per essere un punto di svolta nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico.

Svolta non significa rottura, vuol dire ripensare con realismo a equilibri e alleanze. Venti anni fa l’Europa (non da sola) ha seguito gli Stati Uniti e li ha affiancati a lungo e a caro prezzo, ma solo sul terreno non nelle stanze delle decisioni. Quando all’inizio dell’anno scorso la fine dell’impegno in Afghanistan fu discutibilmente negoziata e concordata a Doha su iniziativa di Donald Trump, l’Europa era assente (we play, you pay) certo per scelta di Washington ma anche per debolezza e disattenzione europea.

É da lì che occorre ripartire. Analisi e dichiarazioni sono spesso univoche, è l’ora di serrare i ranghi, che l’Europa si dia finalmente gli strumenti indispensabili, normativi e operativi, per una politica estera e di sicurezza comune. Poi però il passaggio all’atto si impantana nelle resistenze e nelle titubanze di sempre, non solo “tecniche” per la difficoltà/impossibilità di procedere all’unanimità, ma soprattutto di approccio come se l’Europa rifiutasse per principio di assumersi maggiori responsabilità in prima persona. Eppure per noi europei, a maggior ragione dopo l’Afghanistan, ormai dovrebbe essere chiarissimo che è illusorio tentare di emulare Oskar Martzerah, la creatura di Günter Grass ne “Il tamburo di latta”, che aveva deciso di restare bambino fino ad età avanzata perché il mondo non gli piaceva.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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