Afroamericano ucciso, a Minneapolis terza notte di proteste

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Terza notte di proteste intorno al quartier generale di Brooklyn Center, sobborgo di Minneapolis dove domenica Daunte Wright, ventenne afroamericano, è stato ucciso dalla polizia. Gli agenti ad un certo punto ha caricato la folla, cercando di farla disperdere. Le nuove proteste sono avvenute dopo che ieri si è dimessa dal dipartimento di polizia Kim Potter, la poliziotta che ha sparato a Wright, fermato per un'infrazione stradale.

E subito dopo Mike Elliott, primo sindaco afroamericano di Brooklyn Center, ha annunciato le dimissioni del capo della polizia, Tim Cannon, che lunedì, mostrando il video registrato dalla body cam dell'agente, ha detto che si è trattato di un "incidente", perché la poliziotta ha usato la pistola vera credendo di usare il Taser.

La tensione è accresciuta dal fatto che la nuova uccisione di un afroamericano da parte della polizia nell'area di Minneapolis avviene mentre nella città del Minnesota si sta svolgendo il processo a Derek Chauvin, l'ex agente accusato di aver ucciso George Floyd lo scorso maggio.

Benjamin Crump, l'avvocato che rappresenta la famiglia dell'afroamericano la cui morte lo scorso anno ha dato il via all'enorme ondata di proteste di Black Lives Matter, ora rappresenta anche la famiglia Wright che chiede che Potter sia incriminata per omicidio. "Perseguiteli come loro perseguirebbero noi", ha detto Neysha Wright, zia del giovane ucciso, parlando dei poliziotti. "Vogliamo giustizia piena", ha aggiunto.

Intanto, al processo per l'omicidio Floyd, conclusa la presentazione del caso da parte dei procuratori, ieri la parola è passata in aula ai difensori di Chauvin che puntano tutto sui problemi di droga della vittima come causa della sua morte. I legali hanno fatto testimoniare loro esperti di parte per contestare i risultati dell'autopsia dei medici legali, secondo i quali a provocare la morte per asfissia è stato l'uso eccessivo della forza da parte dell'ex agente, che ha tenuto per oltre 9 minuti il ginocchio sul collo di Floyd, nonostante l'uomo lo implorasse di smettere perché non riusciva a respirare.