Aggressioni con l'acido, Martina Levato dal carcere: "Dolore per mancato permesso, faceva parte del mio percorso"

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(di Silvia Mancinelli) - "Mi ha fatto male, malissimo, veder negato il permesso per recitare a teatro. Un permesso che di certo non era un premio ma faceva parte del mio percorso rieducativo, era intimamente connesso ai temi sui quali stavo lavorando con gli educatori e gli psicologi. Lo spettacolo riguardava la genitorialità, la maternità negata". Parla all'Adnkronos Martina Levato, la donna condannata a 19 anni e 6 mesi insieme al fidanzato Alexander Boettcher e al loro amico e complice Andrea Magnani per le aggressioni con l'acido avvenute a Milano nel 2014. La Corte di Cassazione ha negato alla donna, reclusa nel carcere di San Vittore dove ha dato alla luce il figlio che oggi ha 6 anni, la possibilità di uscire dall'istituto penitenziario per recitare al "Piccolo" nel "Decameron delle donne".

"Il teatro non è il mio futuro, ma fa parte del mio percorso rieducativo, considerate le tematiche trattate, pensavo di meritare quella possibilità - spiega - E' colpa, assolutamente sì, anche della mediaticità della vicenda". "Il diniego, puntualizza poi l'avvocato difensore Alessandra Guarini, "risale a una richiesta del 2019. Oggi Martina ha finito il suo percorso di osservazione e riteniamo che le relazioni di sintesi diano conto dell'impegno profuso in questo lungo percorso". "Su di me - incalza la Levato - c’è stato un accanimento particolare, forse perché dalle donne ci si attende il rispetto della vita. La donna è generatrice di vita e per questo non le si perdona la violenza". Eppure, assicura, "non mi sento una vittima della giustizia. No, le vittime sono altre".

Martina Levato passa le sue giornate in carcere "lavorando e studiando, sto per concludere il percorso di laurea in Economia e Marketing, mi manca solo la tesi - dice ancora - Dietro alle sbarre ho ritrovato la libertà. Grazie al sostegno ricevuto sono riuscita a ritrovare me stessa e a riflettere sulle mie azioni". Profondamente cambiata, cresciuta, giura di essere pentita: "Non c'é mai fine al pentimento - racconta - è un percorso lungo e complesso. Ma a quei 'giorni di follia' non penso, rielaboro gli episodi nel mio percorso riabilitativo ma alle vittime penso sempre, non passa giorno in cui non pensi a loro. Gli ho chiesto scusa più volte, anche in udienza".

Ma cosa spinge una ragazza poco più che ventenne all'epoca dei fatti a sfregiare con l'acido l'ex fidanzato del liceo, Pietro Barbini, e Stefano Savi, a tentare di evirare Antonio Margarito, a tentare di sfregiare Giuliano Carparelli 'il bello e fortunato' che si salva aprendo l'ombrello? "Ero in uno stato di sottomissione psicologica - dice Martina Levato - Lo hanno riconosciuto anche i giudici. Ma dell'aggressione di Savi non ho colpe, non ero nemmeno presente sul posto". Lei, che si dichiara sovraesposta rispetto ad Alexander Boettcher e ad Andrea Magnani, sottolinea di aver rivolto loro, "in udienza, l'appello a dire la verità". Ma gli appelli sono solo al fidanzato e all'amico: "Non ho mai chiesto atti di clemenza - spiega - ma un trattamento equo sì".

"Quando uscirò dal carcere riprenderò in mano la mia vita - conclude - Non so cosa mi attenderà lì fuori, ma quando la legge me lo permetterà di sicuro cercherò mio figlio. Lo Stato mi ha impedito di vederlo, ma io non l’ho mai abbandonato".

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