Ricerca

Sperimentazione sugli animali tra scienza e diritti

Il caso Green Hill riporta alla nostra attenzione il dibattito sulla sperimentazione animale e la vivisezione: pratiche in uso non solo in Italia, che la scienza difende come necessarie e gli animalisti chiedono di interrompere. In esclusiva per Agorà, due opinioni a confronto: Silvio Garattini, Direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, e Ilaria Ferri, Direttore Scientifico Ente Nazionale Protezione Animali.

In collaborazione con IlSussidiario.net
Per saperne di più sul progetto Agorà, cos'è e come è nato, clicca qui.

Silvio Garattinidi Silvio Garattini

Direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri




L’offensiva mediatica sollevata dalle organizzazioni animaliste, anche attraverso la strumentale iniziativa contro Green Hill, a sostegno degli emendamenti approvati dalla Camera dei Deputati nell’autunno scorso, per condizionare il dibattito in corso al Senato riguardante il recepimento della Direttiva europea sull’utilizzo degli animali nella sperimentazione scientifica, merita alcune riflessioni.

L’orientamento della comunità scientifica internazionale è sostanzialmente univoco: il ricorso agli animali nella sperimentazione scientifica rimane a tutt’oggi una necessità. Nel corso degli ultimi cento anni, su 98 premi Nobel assegnati per la Medicina e Fisiologia, 75 erano basati su ricerche che coinvolgevano animali.

E’ del tutto ovvio che gli animali sono dei modelli, ma rappresentano delle approssimazioni necessarie che non possono essere garantite dalla sperimentazione in vitro. La sperimentazione clinica è la tappa successiva agli studi sulle cellule e negli animali per stabilire gli effetti benefici e tossici non solo dei farmaci ma anche dei dispositivi medici (pace-maker, defibrillatori, organi artificiali, stent, ecc.) e dei componenti nutrizionali.

L'Italia è uno dei Paesi più avanzati da questo punto di vista. La legislazione italiana, tra le più severe al mondo, prevede che debbano essere adottate tutte le precauzioni affinché sia evitata qualsiasi sofferenza agli animali che entrano in sperimentazione. Va detto inoltre che un animale che soffre è fonte di risultati non attendibili: quindi è nell'interesse del ricercatore stesso studiare animali in condizioni ottimali.

Più del 95% degli esperimenti viene eseguito in topi e ratti. L'uso di altre specie animali è spesso richiesto dalle leggi che regolano la presentazione di studi tossicologici. In altri casi la scelta dipende dalle necessità della ricerca: dal moscerino per studi genetici alla scimmia per studi comportamentali. Gli animali si utilizzano solo quando non se ne può fare a meno e comunque solo dietro il parere di un comitato etico e l'autorizzazione del Ministero della Salute.

L'impiego degli animali si è ridotto in questi ultimi decenni per merito degli sviluppi tecnologici che permettono di seguire con metodi non invasivi l'andamento di una malattia e l'efficacia delle terapie. Oggi grazie alle tecniche di ingegneria genetica possiamo ottenere nel topo modelli di malattie umane su cui studiare l'effetto dei farmaci, una tappa necessaria prima della sperimentazione clinica nell'uomo. Chi avrebbe il coraggio di utilizzare un farmaco nell'ammalato senza averne prima osservato il comportamento in un organismo vivente complesso e dotato di sistemi funzionali analoghi a quelli presenti nell'uomo? Per questo la sperimentazione animale è obbligatoria in tutti i paesi sviluppati, in tutto il mondo.
Secondo quanto prescritto dalle leggi di tutto il mondo, non sono ipotizzabili casi in cui non sia necessario per un nuovo farmaco predisporre studi animali. I pazienti hanno l'assoluto diritto di avere accesso a cure sicure.

I metodi “alternativi” vengono utilizzati tutti i giorni nei laboratori, ma devono essere intesi come metodi complementari. Le leggi non ammettono test sostitutivi, come d'altra parte il buon senso. Se gli animali vengono reputati dagli animalisti inadatti a rappresentare l'uomo, come è possibile che poche cellule in una provetta possano essere alternative alla sperimentazione animale? Come si fa a stabilire se le cellule hanno dolore, se hanno meno appetito, se hanno difficoltà di memoria, lesioni al miocardio o insufficienza renale?

              
Ilaria Ferri (Enpa)di Ilaria Ferri

Direttore Scientifico Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA)





La sperimentazione animale è nata in tempi di ingenuo positivismo, in cui si credeva che l’animale fosse un buon modello di laboratorio per l’uomo, e in cui si studiava l’organismo vivente come una macchina, credendo di riuscire a capirne in tal modo il suo funzionamento.

Oggi sappiamo che enormi differenze passano tra una specie e l’altra, a causa delle complessità di ogni essere vivente, strettamente legato anche al proprio ambiente di vita. La sperimentazione animale deve essere considerata un grave errore metodologico che inquina tutta la ricerca medica.

Per “sperimentazione animale” si intende la sperimentazione su animali utilizzati per la “ricerca” in campo fisiologico, farmacologico, biomedico, fisiopatologico, neurologico. Gli animali vengono utilizzati principalmente in due settori della ricerca: come modello di malattie umane e nella sperimentazione di farmaci e sostanze chimiche. Si calcola che soltanto in Italia siano utilizzati ogni anno quasi 900.000 animali, quasi 2.500 al giorno, tutti i giorni. Il 95% di questi sono soprattutto topi e ratti, ma si sperimenta anche su cani, gatti, pesci, pecore, capre, piccioni, furetti, rettili. Con queste specie, l’essere umano non ha alcuna affinità e pensare di utilizzare per l’uomo i risultati ottenuti su esse, è un errore fondamentale.

La sperimentazione animale sopravvive grazie a rilevantissimi interessi economici che non prevedono affatto il miglioramento delle condizioni della salute umana: solo in Europa ogni anno circa 200.000 persone muoiono a causa degli effetti collaterali generati dai farmaci.

E’ ora di aiutare il nuovo paradigma che sta già emergendo nella cultura scientifica per una visione olistica, non più riduzionista della scienza, in cui si tenga conto della complessità dei sistemi viventi ed in cui l’animale e l’uomo non vengano equiparati a delle macchine.

Per questo l’Enpa ha fortemente criticato la direttiva europea 2010/63/U3 sulla protezione degli animali a fini scientifici. La direttiva, infatti, invece di prendere atto del nuovo paradigma che si sta imponendo nelle cultura scientifica, consolida e ripropone il principio delle “3 R”: replacement (rimpiazzare l’uso degli animali), reduction (ridurre il numero degli animali) e refinement (raffinare i metodi per ridurre la sofferenza). In altri termini, con questo provvedimento l’Europa ha confermato la sperimentazione animale quale metodo scientifico, anche se – è doveroso ricordarlo – tale pratica non è mai stata validata come metodo moderno d’indagine.

Ciononostante, l’Ente Nazionale Protezione Animali, insieme alle altre associazioni animaliste, si è adoperato affinché nel processo di recepimento della direttiva fossero introdotte modifiche per tutelare gli animali detenuti nei laboratori di “ricerca”. Ed è proprio con questo obiettivo che la Camera dei Deputati ha presentato e approvato (a larga maggioranza) l’articolo 14 della Legge Comunitaria, attualmente in esame al Senato.

Il testo prevede alcune novità importantissime. Due su tutte: la chiusura in Italia degli allevamenti di animali destinati ai laboratori di ricerca – le strutture come Green Hill, che in questi giorni è finita sotto accusa per il reato di maltrattamento di animali – e lo stop ad alcune forme di sperimentazione.

Naturalmente, l’obiettivo dell’Enpa è continuare a battersi per fermare del tutto i test sugli animali. A chiederlo non sono soltanto le associazioni animaliste, ma è la stragrande maggioranza degli italiani (l’86,3% secondo Eurispes), che si schiera dalla parte della “buona scienza”.

Scopri gli approfondimenti che trovi solo su Yahoo

Quello che trovi solo su Yahoo