Si è parlato molto di articolo 18, e per giorni sui giornali si sono alternati i commenti di politici, opinionisti, sindacati, rappresentanti di Confindustria. Noi li abbiamo messi a confronto, uno davanti all'altro nella stessa pagina: in esclusiva per Yahoo Notizie, gli editoriali di <b>Maurizio Belpietro</b>, direttore responsabile del quotidiano “Libero”, e <b>Fulvio Fammoni</b>, segretario confederale della CGIL. Ecco i loro commenti sull'articolo 18 e il lavoro in Italia.Si è parlato molto di articolo 18, e per giorni sui giornali si sono alternati i commenti di politici, opinionisti, sindacati, rappresentanti di Confindustria. Noi li abbiamo messi a confronto, uno davanti all'altro nella stessa pagina: in esclusiva per Yahoo Notizie, gli editoriali di Maurizio Belpietro, direttore responsabile del quotidiano “Libero”, e Fulvio Fammoni, segretario confederale della CGIL. Ecco i loro commenti sull'articolo 18 e il lavoro in Italia.
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In collaborazione con Il Sussidiario.net

Crescita, precarietà e ammortizzatori sociali: le priorità della riforma

Di Fulvio Fammoni

segretario confederale della CGIL

Politiche per la crescita, lotta alla precarietà e la creazione di ammortizzatori sociali universali. Sono queste le tre direttrici che il confronto con il governo sulla riforma del mercato del lavoro dovrebbe imboccare per dare delle vere e concrete risposte al Paese.

Quasi quotidianamente, infatti, autorevoli istituti di ricerca - così come per anni abbiamo sottolineato in “beata” solitudine - ci dicono come la precarietà sia in costante crescita. L’80% delle nuove assunzioni viene ritenuta essere tale. Si tratta di una vera e propria piaga sociale per il Paese, con tutto ciò che essa implica in termini di lavoro e di produzioni povere, così come di futuro incerto per i lavoratori e per l'Italia stessa. Per questo sosteniamo che la teoria della diminuzione di diritti - questa sembra essere infatti la strada intrapresa - non può funzionare. Lo dimostrano i risultati nefasti delle politiche del passato governo che hanno delineato uno schema che, se ulteriormente battuto, ci porterà diritti al fallimento.

Non voglio girare intorno al tema quindi dico che, per noi, una modifica dell'articolo 18 o, per usare la recente invenzione di un autorevole quotidiano, una sua “sospensione”, non è ipotizzabile. Sosteniamo la necessità di intervenire sui tempi dei processi legati all'articolo in questione dello Statuto dei lavoratori, oggi eccessivamente lunghi, ma non vogliamo incidere su di una norma magari per creare una nuova segmentazione all'interno del mercato del lavoro.

Per noi l'obiettivo è il lavoro a tempo indeterminato e la riunificazione dei diritti. Si può ragionare su alcune forme flessibili, quelle buone per usare le categorie del ministro del Lavoro Fornero, sfoltendo di molto la giungla delle 46 forme contrattuali attualmente esistenti per puntare decisi sull'apprendistato come strumento di ingresso per i giovani nel mercato del lavoro. Senza dimenticare tutti coloro, ultracinquantenni, espulsi dal mondo del lavoro in questi durissimi tre anni di crisi e che hanno bisogno di uno strumento funzionale per il loro reinserimento.

Quanto agli ammortizzatori sociali sosteniamo il bisogno della creazione di un meccanismo di universalità delle tutele: qualcosa che valga per tutti. Non è possibile che in Italia si abbia un'indennità di disoccupazione che dura molto poco: 8 mesi sotto i 50 anni e 12 mesi sopra i 50. Chi continua a dire che la cassa integrazione non è servita a niente commette un errore clamoroso perché se non ci fosse stata ora avremmo almeno 800 mila disoccupati in più. Certo si può premiare anche la stabilizzazione del posto di lavoro, magari prevedendo una forma di ritorno per le imprese che l'offrono. Ma ripeto: se si vuole fare una trattativa seria che ci vede seduti al tavolo del governo e propositivi, bisogna mettere mano al capitolo precarietà, intervenendo in maniera pesante, e delineare una prospettiva di crescita per il Paese.

Il mercato del lavoro può essere uno strumento ma non incarna il fine stesso della crescita.

Ora dipende dal governo. Se continua a perpetrare il modello di lavoro insicuro, malpagato e a zero previdenza, la trattativa, per quello che ci riguarda, non farà passi in avanti. Noi vogliamo un accordo e a decidere, come sempre, sarà il merito, ma a patto che si inizi dalle priorità indicate, i problemi veri del Paese. O altrimenti si abbia il coraggio di dire che la volontà è un'altra, quella di procedere con il licenziamento senza giusta causa. E di trasformare il lavoratore in una persona ricattabile perché del tutto priva di tutele.

Il momento giusto per cambiare il mercato del lavoro italiano

Di Maurizio Belpietro

direttore responsabile del quotidiano “Libero”

Se non ora, quando? Mai l’Italia ha potuto contare su condizioni così favorevoli a una vera riforma del mercato del lavoro. La prima congiuntura è la peggiore augurabile: la crisi, fatta di calo dei consumi e della domanda interna, di occupazione, di downgrade del debito pubblico, da ultimo quello rifilatoci da Moody’s. La seconda è il quadro politico, che della situazione economica è figlio: difficile fino a pochi mesi fa, a Cavaliere in sella, immaginare un capo di Stato comunista invocare misure per “aumentare la produttività” e “attrarre capitali dall’estero”, come ha detto nei giorni scorsi l’esondante Giorgio Napolitano. Altrettanto complicato sarebbe stato figurarsi il quotidiano La Repubblica impegnarsi in una linea quasi di destra su questi temi, andando al battibecco frontale con la Cgil, che ha accusato Ezio Mauro di spacciare notizie false con scopi politici.

Tra lacrime dei suoi e smentite, Mario Monti non fa più mistero di voler abbattere o almeno scalfire il più grosso dei totem cui si è dovuto inchinare Silvio Berlusconi quando ha provato a metterci mano: l’articolo 18 della legge 300 del ’70, meglio noto come Statuto dei lavoratori.

L’obbligo di reintegro è nato in un contesto economico e sindacale ormai preistorico e si è trasformato in una ingessatura per aziende che non hanno subìto fratture. Oggi l’unico modo per favorire la mobilità purtroppo è lo stato di crisi che tante imprese in questi mesi sono costrette a dichiarare. Altrimenti – caso raro nelle economie avanzate in cui ci pregiamo di essere – chi non lavora o lavora male, una volta assunto, è come l’Everest: inamovibile. Non servono i discorsi, ma gli esempi: quanto vale in termini di spread o di credibilità all’estero la storia di Damiano Piccione, il 32enne dipendente della piemontese Itinera che l’8 settembre 2010 fu beccato, mentre era assente dal lavoro per malattia, alla festa del Pd di Torino, durante la quale un gruppetto di contestatori bersagliò il povero Raffaele Bonanni della Cisl con un petardone che gli bruciacchiò il cappotto? Bene: il Piccione, licenziato per il suo comportamento,è stato reintegrato da un giudice del lavoro che ha applicato (quando usciranno le motivazioni sapremo in che modo) il famoso articolo 18. Nemesi migliore per i sindacati che l’hanno difeso come un feticcio difficilmente si poteva immaginare.

Ora, in sé licenziare non garantisce la crescita. Licenziare lascia a casa le persone, che non è bello. Occorrono garanzie per chi perde il posto, anche a carico dell’azienda; occorre impegno a premiare i meritevoli, riempiendo i posti lasciati dai fannulloni con chi suda per guadagnarseli. Senza che la cosa abbia creato problemi di ordine pubblico la Regione Lombardia (che, come racconta il Corriere, è la prima per capacità di attrarre investimenti esteri in rapporto al proprio Pil: 9,2% contro il 3,7 nazionale), pochi giorni fa ha fatto un piccolo passo verso il superamento dell’articolo 18, garantendo un’indennità di “terminazione” proporzionata all'anzianità di servizio, in cambio della rinuncia del lavoratore a rivendicazioni giudiziali.

Il pericolo maggiore è che, nel momento in cui perfino la Cgil è divisa perché qualcuno osa discutere sfidando l’ala dura, la necessità di mettere d’accordo tutti porti al pateracchio. Il Pdl, dopo averci fatto bere la spremuta di tasse di Berlusconi e Tremonti prima e di Monti poi, ha la grande occasione di tornare a fare politica e spingere il premier a una riforma vera, spaccando pure il Pd: se non ora, quando?